﻿RICHARD MATHESON.
...
.
...
TUTTI I RACCONTI. 1950 - 1959.
...
.
...
Parte 2.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
...
.
...
Indice dei racconti di questa parte.
...
.
...
Fratello della macchina.
Sempre vicina a te.
Appartamento a basso canone.
Cuori solitari.
I diseredati.
La giusta punizione.
L’astronave della morte.
Eliminazione lenta.
Una stanza per morire.
Il cerchio si chiude.
Lazzaro Secondo.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
Fratello della macchina.
...
.
...
Titolo originale: Brother to the Machine. 1952.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Avanzò nella luce del sole e camminò in mezzo alla gente. I piedi lo portarono via dai neri
abissi della metropolitana. Il rombo distante delle macchine sotterranee si dissolse nel suo cervello
lasciando il posto agli infiniti bisbigli della città.
Adesso passeggiava lungo il corso. Uomini di carne e uomini di acciaio gli passavano accanto,
andavano e venivano. Le sue gambe si muovevano lentamente e i suoi passi si perdevano fra quelli di
mille altri.
Oltrepassò un palazzo che era stato demolito durante l’ultima guerra. Uomini e robot si
affannavano a portare via i detriti e a ricostruire. Sopra le loro teste si librava la nave di sorveglianza,
dalla quale uomini guardavano giù per accertarsi che il lavoro venisse svolto correttamente.
Si mescolò alla folla. Non aveva paura di essere visto. Solo dentro di lui c’era una differenza,
che gli occhi non avrebbero mai notata. Le videoantenne collocate a ogni angolo non potevano cogliere
il cambiamento. Come aspetto fisico e come espressione, era identico a tutti gli altri.
Alzò gli occhi al cielo. Era l’unico a farlo. Gli altri non sapevano nulla del cielo. Solo quando
ci si liberava si poteva vedere. E lui vide un razzo che scintillava contro il sole, e le navi di
sorveglianza che galleggiavano tra nuvole azzurre e vaporose.
I passanti dallo sguardo spento gli rivolgevano occhiate insospettite e tiravano avanti. I robot dalla faccia inespressiva non mostravano segni di vita. Gli passavano accanto sferragliando, con il loro carico di pacchi e pacchetti nelle lunghe braccia metalliche.
Lui abbassò gli occhi e continuò a camminare. Non si può guardare il cielo, pensò. Chi lo guarda è automaticamente una persona sospetta.
«Che ne diresti di aiutare un amico?»
Si fermò e il suo sguardo si soffermò sul cartellino appuntato al petto dell’uomo.
Ex pilota spaziale. Cieco. Mendicante autorizzato.
Contrassegnato dal timbro del Commissario di controllo. Posò la mano sulla spalla dell’uomo.
Quello non disse nulla, ma gli passò accanto e proseguì, sbattendo il bastone sul marciapiede fino a
scomparire. Non era consentito chiedere l’elemosina in quel distretto. Lo avrebbero trovato subito.
Passò accanto a un distributore automatico di giornali e, senza fermarsi, ne prese uno.
Continuò a camminare e lo alzò davanti agli occhi.
Aumentate le tasse sul reddito. Aumentata la leva obbligatoria. Aumentati i prezzi.
Quelli erano i titoli di testa. Lo rigirò. Sul retro c’era un editoriale nel quale si spiegava perché
le forze terrestri fossero state costrette a distruggere tutti i marziani.
Qualcosa ticchettò nella sua mente e le sue dita si chiusero lentamente a formare un pugno.
Passò in mezzo alla sua gente, uomini e robot. A che scopo fare distinzioni adesso?, si chiese.
Le classi umili svolgevano lo stesso lavoro dei robot. Si muovevano insieme lungo le strade, a piedi o
alla guida di qualche mezzo, trasportando e consegnando merci.
Essere un uomo, pensò, non è più una benedizione, un dono, un motivo di orgoglio. Significa
essere fratello della macchina, usato e consumato da uomini invisibili che tengono gli occhi fissi sulle
antenne e le mani pronte all’azione dentro navi sospese sopra di noi che aspettano solo di reprimere la minima opposizione.
Quando un giorno ti capita di pensarla così, allora ti rendi conto che non c’è più nessun motivo di andare avanti.
Si fermò all’ombra e sbatté le palpebre. Guardò la vetrina. Dentro una gabbia c’erano delle piccole creature.
Compra un piccolo venusiano per tuo figlio, c’era scritto sul cartello.
Fissò gli occhi di quegli esserini tentacolari e ci lesse dentro intelligenza e supplichevole
disperazione. Passò oltre, vergognandosi di ciò che la gente può fare ad altra gente.
Qualcosa si mosse dentro il suo corpo. Sbandò un poco e si premette la mano contro la testa.
Gli tremavano le spalle. Quando un uomo sta male, pensò, non può lavorare. E quando un uomo non
può lavorare, nessuno lo vuole.
Scese dal marciapiede e un grosso mezzo di sorveglianza si fermò a pochi centimetri da lui.
Si allontanò a passo incerto, risalì sul marciapiede. Qualcuno si mise a gridare e lui cominciò a
correre. Adesso le fotocellule lo avrebbero seguito. Cercò di confondersi nella folla in movimento. La
gente gli turbinava intorno, una sterminata macchia indistinta di volti e corpi.
Ora lo avrebbero cercato. Quando qualcuno rischia di essere investito da un veicolo diventa un
sospetto. Non era consentito desiderare la morte. Doveva scappare prima che lo prendessero e lo
portassero al Centro di recupero. Non lo avrebbe sopportato.
Uomini e robot gli sciamavano accanto, corrieri, fattorini, tutti coloro che occupavano il
gradino più basso della società. Tutti andavano da qualche parte. Fra tante migliaia di creature
frenetiche solo lui non aveva un posto dove andare, nessun carico da recapitare, nessun misero
impegno da assolvere. Era alla deriva.
Strada dopo strada, isolato dopo isolato. Sentiva il suo corpo che ondeggiava, trascinato dalla
corrente, e sentiva anche che da un momento all’altro avrebbe perso i sensi. Era debole, aveva bisogno
di fermarsi. Ma non poteva, non adesso. Se si fosse fermato, se si fosse messo seduto per riposare,
sarebbero venuti a prenderlo e lo avrebbero portato al Centro di recupero. Lui non voleva essere
recuperato. Non voleva essere nuovamente trasformato in una stupida macchina dal passo lento e
impacciato. Meglio soffrire, e capire.
Continuò a camminare, barcollando. Lo strombazzare dei clacson gli lacerava le orecchie.
Occhi al neon ammiccavano al suo passaggio.
Cercò di mantenere un portamento eretto, ma il suo sistema stava perdendo colpi. Lo stavano
seguendo? Doveva stare attento. Cercò di restare inespressivo e camminò nel modo più composto
possibile.
Aveva l’articolazione del ginocchio irrigidita e, quando si fermò per massaggiarla, un’ondata
di oscurità lo invase dal basso e s’impadronì di lui. Raggiunse a fatica una vetrina di cristallo.
Scosse la testa e vide un uomo che lo fissava dall’interno. Si allontanò subito. Impaurito,
l’uomo uscì e lo seguì con lo sguardo. Le fotocellule lo individuarono e si misero sulle sue tracce.
Doveva affrettarsi. Non poteva accettare che lo prendessero e che tutto ricominciasse daccapo. Meglio
morire.
Un’idea improvvisa. Acqua fredda. Forse gli bastava bere qualcosa.
Sto per morire, si disse. Ma saprò perché e questo farà la differenza. Ho lasciato il laboratorio
in cui, ogni giorno, mi saziavo di calcoli per la costruzione di bombe, gas e vaporizzatori batteriologici.
Durante tutte quelle lunghe notti e quei lunghi giorni in cui progettavo la distruzione, la verità
si faceva strada nella mia testa. Le connessioni si indebolivano, gli indottrinamenti venivano meno via
via che lo sforzo si opponeva all’apatia.
Alla fine qualcosa ha ceduto e sono rimaste solo la stanchezza, la verità e un gran desiderio di
stare in pace.
E adesso sono fuggito e non tornerò mai indietro. Il mio cervello si è bruciato per sempre e non
lo aggiusteranno mai.
Giunse al parco cittadino, ultimo rifugio per i vecchi, gli storpi, gli inutili. Dove potevano
nascondersi, riposarsi e aspettare la morte.
Attraversò l’ampio cancello e guardò le alte pareti che si allungavano a perdita d’occhio. Le
pareti che occultavano la bruttezza agli osservatori esterni. Lì era al sicuro. A loro non importava se
qualcuno moriva all’interno del parco cittadino.
Questa è la mia isola, pensò. Ho trovato un luogo tranquillo. Qui non ci sono fotocellule che
sorvegliano, né orecchie che ascoltano. Qui una persona può vivere libera.
Si sentì improvvisamente le gambe deboli e si appoggiò a un albero morto e annerito, poi
sprofondò in mezzo alle foglie fangose che formavano uno spesso strato sul terreno.
Gli passò accanto un vecchio e lo guardò con sospetto. Il vecchio proseguì. Non poteva
fermarsi a parlare, perché anche una volta spezzate le catene, la mente rimane sempre la stessa.
Si avvicinarono due anziane signore, gli rivolsero un’occhiata e si dissero qualcosa sottovoce.
Lui non era vecchio. Non poteva restare nel parco. Forse la Polizia di sorveglianza lo stava seguendo.
Questo significava che c’era un pericolo e le due donne si affrettarono ad allontanarsi, lanciandogli
occhiate impaurite. Lui tentò di raggiungerle, ma le due si persero oltre una collinetta.
Camminò. Sentì una sirena in lontananza. La sirena stridula e assordante delle macchine della
Polizia di sorveglianza. Erano venuti per lui? Sapevano che era lì? Affrettò il passo, con il corpo scosso
da fremiti mentre risaliva un pendio cotto dal sole e riscendeva dall’altra parte. Il lago, pensò, sto
cercando il lago.
Vide una fontana, continuò a scendere e la raggiunse. C’era un vecchio chino su di essa,
l’uomo che gli era passato accanto poco prima. Sorseggiava il sottile filo d’acqua.
Si fermò lì, tremando. Il vecchio non si era accorto di lui. Continuò a bere. Gli spruzzi d’acqua
scintillavano al sole. Allungò le mani verso il vecchio che, appena si sentì toccare, trasalì, con l’acqua
che gli sgocciolava sulla barba grigia. Fece qualche passo indietro e lo fissò a bocca spalancata. Poi si
voltò e si allontanò zoppicando.
Lo seguì con lo sguardo mentre correva via, poi si chinò sulla fontana. L’acqua gli riempì la
bocca gorgogliando. La sputò fuori, dopo averla trattenuta un po’. Era priva di sapore.
Si raddrizzò all’improvviso, con un dolore bruciante al petto. Il sole si scolorì, il cielo divenne
nero. Barcollò sul cemento, boccheggiante. Poi raggiunse incespicando il bordo del marciapiede e
cadde in ginocchio sul terreno asciutto.
Si trascinò sull’erba morta e si rovesciò sulla schiena, con lo stomaco sottosopra e l’acqua che
gli sgocciolava lungo il mento.
Giacque lì con il sole che gli risplendeva sulla faccia e lo fissò senza chiudere gli occhi. Poi
alzò le mani per proteggerli.
Una formica gli strisciava sul polso. La guardò istupidito, poi la prese fra le dita e la spiaccicò.
Si drizzò a sedere. Non poteva rimanere lì. Magari stavano già perlustrando il parco, con gli
occhi freddi che scandagliavano le colline, muovendosi come un’orribile marea verso quell’ultimo
avamposto in cui ai vecchi veniva consentito di pensare, se ne erano ancora capaci.
Si rimise in piedi e raggiunse a fatica il vialetto, con le gambe rigide, in cerca del lago.
Svoltò a una curva e proseguì con andatura irregolare. Sentì dei fischi, poi un grido lontano.
Certo, lo stavano cercando. Anche lì nel parco cittadino, dove pensava di potersi rifugiare. E trovare il
lago senza essere disturbato.
Passò accanto a una vecchia giostra demolita. Vide i cavallini di legno con le loro espressioni
giocose, che fingevano di andare al galoppo, immobili nel tempo. Verdi e arancioni, con fiocchi vistosi,
tutti ricoperti da uno spesso strato di polvere.
Raggiunse un vialetto incassato e cominciò a percorrerlo. Era delimitato da pareti di pietra
grigia. L’aria era piena del suono delle sirene. Sapevano che si era liberato e adesso stavano venendo a
prenderlo. Nessun uomo può sfuggire. Non era mai accaduto.
Attraversò la strada a passo strascicato e risalì il sentiero. Si voltò e vide, lontanissime, delle
figure che correvano. Indossavano divise nere, e gli facevano dei cenni con la mano. Affrettò il passo,
pestando freneticamente i piedi sul cemento.
Lasciò il sentiero, risalì la collina e s’infilò in mezzo all’erba. Strisciò tra i cespugli dalle foglie
rosse e, fra un’ondata e l’altra di vertigine, vide gli uomini della polizia che si precipitavano verso di lui.
Poi si raddrizzò e riprese a camminare zoppicando, con gli occhi fissi davanti a sé.
Ecco, finalmente, lo scintillio opaco e mutevole del lago. Adesso quasi correva, incespicando e
barcollando. Mancava pochissimo. Attraversò un campo. L’aria era intrisa dell’odore di erba marcia.
Piombò in mezzo ai cespugli, sentì delle grida, e un colpo di arma da fuoco. Voltò la testa, irrigidito, e
vide che gli uomini gli erano quasi addosso.
Si tuffò nel lago, atterrando di pancia e sollevando un grosso getto d’acqua. Cercò di avanzare
camminando sul fondo, finché l’acqua gli giunse al petto, alle spalle, alla testa. Continuò a camminare
mentre l’acqua gli entrava in bocca, gli riempiva la gola e gli appesantiva il corpo, trascinandolo giù.
Aveva gli occhi grandi e spalancati, mentre scivolava lentamente a faccia in giù verso il basso.
Le dita si chiusero sul fondale fangoso, poi rimase immobile.
Più tardi la Polizia di sorveglianza recuperò il suo corpo, lo infilò sul furgone nero e partì.
All’interno il tecnico strappò il telo che ricopriva il corpo e scosse la testa nel vedere l’intrico di cavi e meccanismi intrisi d’acqua.
«Si deteriorano facilmente» borbottò mentre lavorava con pinze e scalpellino. «Danno di matto, credono di essere come gli uomini e se ne vanno in giro. Peccato che non funzionino bene come gli esseri umani.»
...
.
...
Fine.
...
.
...
Sempre vicina a te.
...
.
...
Titolo originale: Lover, When You’re Near Me. 1952.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
La nave dalle saldature argentate discese rapidamente attraverso il velo di nuvole frammentate,
tuffandosi nell’atmosfera della Stazione Quattro. Le fiamme della decelerazione guizzavano rosse dalle
bocche del reattore, contrastando con la violenza della loro spinta l’attrazione della forza di gravità.
L’aria divenne più densa. Il razzo scintillante scivolò più agevolmente, orientandosi verso il
basso come un missile con paracadute. La luce del sole avvampava sulle fiancate metalliche e le acque
azzurre dell’oceano ribollivano come se volessero inghiottirlo. La nave si abbassò disegnando un
ampio arco e puntò verso il terreno dai toni rossi e verdi.
Nella piccola cabina i due uomini erano sdraiati, con le cinture di sicurezza allacciate, e
aspettavano lo scossone del contatto. Avevano gli occhi chiusi, le mani strette ed esangui. I muscoli
cercavano di opporsi alla decelerazione.
La terra si sollevò e ostruì la vista; la nave si depositò pesantemente sui sostegni di coda,
scossa da un tremito. Poi, in un attimo, rimase immobile e silenziosa, dopo un viaggio senza problemi
attraverso miliardi di chilometri nel vuoto della notte.
A quattrocento metri di distanza c’erano il magazzino, il villaggio e la casa.
Critico. Quello era il responso ufficiale. Doveva rimanere segreto, ma David Lindell lo
conosceva lo stesso, così come tutti gli uomini della Wentner. La Stazione Quattro, gli Uccelli e lo
Psicoreparto delle Tre Lune. Erano voci di corridoio e andavano prese con un po’ di buon senso.
Lindell sapeva anche quello.
Ma tutto aveva un significato; le risate, le allusioni, il silenzio dal piano di sopra.
Sulle altre stazioni piazzavano sempre un uomo per due anni. Qui, sulla Quattro, il periodo era
di soli sei mesi. Questo doveva significare qualcosa. Qui è più logorante, dicevano in sala riunioni, giù
sulla Terra. La Compagnia Commerciale Interstellare Wentner non si intenerisce per delle scemenze. E
Lindell ci credeva.
«Ma come dico sempre,» affermò «è inutile preoccuparsi.»
Lo disse a Martin, il pilota, mentre i due avanzavano lungo il vasto prato diretti verso il recinto
lontano, trascinando il bagaglio di Lindell.
«Hai capito tutto» commentò Martin. «Non ti preoccupare.»
«È quello che dico sempre» replicò Lindell.
Dopo un po’ passarono accanto al gigantesco magazzino silenzioso. Le porte scorrevoli erano
semiaperte e Lindell vide l’interno di cemento armato, completamente vuoto, e la luce del sole che
filtrava dal lucernario. Martin gli disse che la nave da carico l’aveva svuotato qualche settimana prima.
Lindell grugnì e spostò il bagaglio.
«Dove sono gli operai?» chiese.
Martin mosse la testa ancora protetta dal casco e indicò il villaggio, a meno di trecento metri,
dove abitavano gli operai. Dalle basse costruzioni bianche ordinatamente disposte a formare i tre lati di
un rettangolo non proveniva alcun rumore. Sulle finestre si riverberava la luce del sole.
«Saranno tutti a dormire» ipotizzò Martin. «Quando hanno finito di lavorare dormono a lungo.
Li vedrai domani quando ricominceranno a caricare.»
«Hanno con sé le famiglie?» chiese Lindell.
«No.»
«Credevo che fosse una politica della compagnia.»
«Non qui. Gli Gnee non hanno una gran vita familiare. Sono troppo pochi, e tutti piuttosto
stupidi.»
«Bene» commentò Lindell. «Una meraviglia.» Si strinse nelle spalle. «Be’, è inutile che me ne
preoccupi.»
Mentre salivano le scale che portavano al corridoio della casa, Lindell chiese a Martin dove
fosse Corrigan.
«È tornato a casa con la nave da carico» rispose Martin. «A volte lo preferiscono. Tanto qui
non c’è niente da fare, una volta caricate le merci.»
«Oh» fece Lindell. «Che cos’è questa porta?» La aprì con un calcio e diede un’occhiata alla
combinazione salotto-biblioteca.
«Ci sono tutti i comfort» aggiunse.
«C’è anche di più» disse Martin, guardando oltre Lindell. «Laggiù c’è un proiettore
cinematografico e un registratore a nastri.»
«Eccellente» disse Lindell. «Così se mi va potrò parlare con me stesso.» Poi fece una smorfia.
«Scarichiamo queste valigie. Mi stanno spezzando le braccia.»
Proseguirono lungo il corridoio e nel passare Lindell diede un’occhiata al cucinino. Era
rivestito di porcellana e ben tenuto.
«Questa donna Gnee sa cucinare?»
«Da quanto ho sentito dire» rispose Martin «farai una vita da pascià.»
«Mi fa piacere saperlo. A proposito, ha qualche idea del perché chiamano questo posto lo
Psicoreparto delle Tre Lune?»
«Chi è che lo chiama così?»
«I ragazzi giù sulla Terra.»
«Quelli sono dei pisciasotto. Vedrai che qui ti troverai bene.»
«Ma perché è un incarico di soli sei mesi?»
«Ecco la tua camera» disse Martin.
Quando entrarono lei stava facendo il letto, con la schiena rivolta alla porta. Appena posarono
le valigie, si girò.
Le mani di Lindell ebbero una contrazione. Oh be’, si fece coraggio, nella mia vita ho visto di
peggio.
Indossava un mantello pesante fissato al collo, che ricadeva fino a terra come un cono tronco
di stoffa. Poteva vederle solo la testa.
Era una testa tozza, granulata, rosa e priva di capelli. Come il ventre chiazzato di una cagna
incinta, decise Lindell. Al posto delle orecchie aveva delle cavità sui due lati della faccia piatta e senza
mento. Il naso era un mozzicone con una narice sola. Le labbra erano grosse, simili a quelle di una
scimmia, e si profilavano intorno a una boccuccia rotonda. Ciao bellezza, pensò Lindell, ma decise di non dirlo.
Lei attraversò silenziosa la stanza e Lindell sbatté gli occhi quando incontrò i suoi. Poi si vide porgere una mano umida e spugnosa.
«Ciao» le disse.
«Non può sentirti» gli spiegò Martin. «È telepatica.»
«Giusto, me n’ero dimenticato.» Ciao, pensò, e gli giunse subito il ciao di benvenuto. È bello averti qui.
«Grazie» disse lui. Sembra una tipa a posto, si disse, strana ma alla mano. Una domanda gli sfiorò il cervello come una mano timorosa.
«Sì, certo» disse. Sì, aggiunse nella mente.
«Che cosa?» chiese Martin.
«Mi ha chiesto se doveva disfare le valigie, mi pare.» Lindell si buttò sul letto. «Aaah» disse.
«Questo sì che mi piace.» Fece scorrere le dita indagatrici lungo tutto il materasso.
«Dimmi, come fai a sapere che è una lei?» domandò mentre insieme a Martin tornava indietro
lungo il corridoio, lasciando la femmina Gnee a disfare le valigie.
«Dal mantello. I maschi non indossano mantelli.»
«Tutto qui?»
Martin fece un sorrisetto. «Più qualche altra piccola cosa che per te non ha nessun interesse.»
Si spostarono in salotto e Lindell provò la poltrona per vedere se era comoda. Si appoggiò
all’indietro e accarezzò i braccioli con dita soddisfatte.
«Critica o no» disse «questa stazione è il massimo come comodità.»
Restò lì seduto, ripensando un attimo agli occhi di lei. Erano enormi, occupavano circa un
terzo del volto; assomigliavano a dei grossi piatti, con al centro degli anelli scuri che erano le pupille.
Ed erano umidi; come sfere piene di liquido. Si strinse nelle spalle, decidendo di lasciar perdere. E con
questo?, si disse. Non ha nessuna importanza.
«Eh? Che hai detto?» chiese, sentendo la voce di Martin.
«Ho detto... sii prudente.» Martin stringeva in mano una luccicante pistola a gas. «Questa è carica» lo ammonì.
«A chi può servire?»
«Non a te. Fa solo parte dell’equipaggiamento standard.» Martin tornò a riporla nel cassetto
della scrivania e lo richiuse. «E sai dove si trovano tutti i tuoi libri, vero?» aggiunse. «L’ufficio del
magazzino è sistemato come ogni altro ufficio delle stazioni.» Lindell annuì.
Martin diede un’occhiata all’orologio. «Be’, adesso devo andare.»
«Vediamo» continuò poi mentre si dirigeva verso la porta, accompagnato da Lindell. «C’è
qualcos’altro che devo dirti? Naturalmente conosci la regola che impone di non fare del male ai locali.»
«Chi mai farebbe del male... ops!»
Poco mancò che la urtassero mentre uscivano dalla stanza. Lei fece un salto all’indietro e li
fissò, con gli occhi grandi e spaventati.
«Calmati, ragazza mia» la tranquillizzò Lindell. «Che ti prende?»
Mangiare? Il pensiero gli si presentò inatteso come un mendicante che bussasse alla porta di
servizio della sua mente. Lui si mordicchiò le labbra e annuì. «Mi hai tolto le parole di bocca.»
La guardò e si concentrò. Torno appena avrò accompagnato il copilota alla sua nave.
Preparami qualche cosa di buono.
Lei annuì con vigore e corse verso la cucina.
«Dove se ne va così di corsa?» gli chiese Martin mentre giravano per le scale, e Lindell glielo spiegò.
«Questo è ciò che chiamo servizio di lusso» aggiunse ridacchiando mentre scendevano. «La
telepatia è una meraviglia. Nelle altre stazioni dovevo imparare metà della loro lingua per avere un
panino col prosciutto, oppure dovevo insegnargli l’inglese per non morire di fame. In un caso e
nell’altro ho dovuto penare per avere un pasto decente prima che imparassero un minimo.»
Sembrava compiaciuto. «Qui è una goduria» disse.
I loro pesanti stivali calpestarono l’erba alta, soffice e azzurrina, mentre si avvicinavano alla
nave puntata verso il cielo. Martin gli tese la mano. «Goditi la vita, Lindell. Ci vediamo fra sei mesi.»
«Stammi bene. E da’ un calcio nel sedere al vecchio Wentner da parte mia.»
«Lo farò.»
Guardò il pilota diventare sempre più piccolo man mano che si arrampicava lungo la scaletta
metallica fino all’entrata. Un Martin minuscolo s’infilò nella nave e richiuse rumorosamente il portello
metallico. Lindell rispose al saluto della piccola figura, poi si voltò e corse via per evitare la raffica
dello scarico.
Rimase in piedi su una collinetta, al riparo di un albero dal folto fogliame rosso. Sentì un
tossicchiare liquido provenire dal ventre della nave, poi una vampata di gas esplosivi. La vide sospesa
per un attimo sullo scarico fiammeggiante, per poi schizzare via nel cielo verde-blu, lasciandosi dietro
una striscia di piante annerite. Dopo un attimo scomparve alla vista.
Ritornò verso casa a passi lunghi e pigri, osservando con interesse la profusione di piante e
fiori violacei che crescevano nel prato intorno, e gli insetti bulbosi che vi giungevano in volo.
Si sfilò la giacca e la tenne su un braccio mentre camminava. Il sole caldo gli procurava una piacevole sensazione sulle spalle magre.
«Ragazzi,» disse nell’aria profumata «siete dei pisciasotto.»
Il grande sole fiammeggiante era quasi tramontato, tingendo il cielo con il rosso sangue del suo
ciclico morire. Ben presto sarebbero sorte tre lune; e di certo avrebbero fatto ammattire chiunque cercasse un’unica ombra tutta per sé.
Lindell sedeva accanto alla finestra del salotto, guardando la campagna al di fuori. Èimbattibile, pensò; non teme il confronto con l’aria, il clima o le cose che crescono sulla Terra in uno sbiadito technicolor. In quello sperduto angolo della galassia la natura aveva proprio superato sé stessa.
Lindell sospirò e si stiracchiò, domandandosi che cosa ci fosse per cena.
Bere?
Trasalì, sorpreso a metà di uno sbadiglio, e strinse le dita così forte da far scricchiolare le nocche.
La vide in piedi al suo fianco, che gli porgeva un vassoio con un bicchiere sopra. Allungò la
mano per prenderlo, sentendo il cuore che riprendeva a battere normalmente dopo la sorpresa iniziale.
«Io avrei bussato, o qualcosa del genere» suggerì. Adesso i grandi occhi erano ellittici, e lo
fissavano senza ombra di comprensione.
«Be’, lasciamo perdere» disse, dopo aver mandato giù una sorsata del liquido caldo dal sapore
penetrante. Fece schioccare la lingua e ne bevve un altro sorso, più lungo.
«È ottimo» disse. «Grazie, Amore.»
Si stupì di sé stesso. Questa non me la sarei mai aspettata, decise. Amore? Fra tutti gli
improbabili nomi dell’universo... La fissò con una risatina che gli gorgogliava nella gola.
Lei non si era mossa. Il suo volto era come impietrito in quello che lui giudicò essere un
sorriso. Ma la sua bocca non era progettata per sorridere.
«Ehi, quand’è che si mangia?» le chiese, avvertendo un filo di disagio sotto lo sguardo
immobile dei suoi occhi sferici e acquosi.
Lei si voltò e corse alla porta. Giunta lì, si voltò di nuovo.
È già tutto pronto, gli giunse il messaggio.
Lui sorrise, finì il suo drink, si alzò e seguì il suo incedere strascicato lungo il corridoio in penombra.
Allontanò il piatto con un sospiro e si appoggiò allo schienale della sedia.
«Ecco quello che io chiamo un pasto eccellente» disse.
Lindell avvertì il piacere di lei che gli riempiva la mente come lo scatto di una molla nascosta.
Amore ti ringrazia. L’ha imparata subito la parola, pensò Lindell. Lei lo fissava a occhi sgranati. Sta
cercando ancora di sorridere?, pensò. L’espressione gli sembrava uguale a tutte le altre: la mimica
facciale di un idiota. Pensò che sorridesse, però, per via dei pensieri che accompagnavano
l’espressione.
Poi si scoprì gli occhi umidi per l’empatia e distolse lo sguardo, sbattendo le palpebre. Versò
nervosamente un cucchiaino di zucchero nel caffè e lo girò. Si sentiva ancora addosso lo sguardo. I
suoi pensieri si inquinarono e lei si voltò di colpo. Meglio così, pensò Lindell, e si sentì di nuovo bene.
«Ehi, dimmi Amore» cominciò. Be’, tanto valeva farci l’abitudine, si disse. Ce l’hai un
marito? I pensieri che gli tornarono indietro erano confusi.
Un compagno?, riformulò.
Oh, sì.
Nel villaggio degli operai?
Loro non hanno compagne, rispose lei, e a Lindell sembrò di cogliere una nota di alterigia
nella sua risposta.
Si strinse nelle spalle e bevve un sorso di caffè. «Be’,» disse a sé stesso «comunque un operaio
soddisfatto farebbe crepare d’invidia tutti gli altri. Si mangerebbero le unghie, se le avessero. E dopo
questa battuta, buonanotte.»
A letto aggiornò il diario, cosa che faceva molto spesso. In quelle pagine consumate c’erano i
suoi commenti sparsi su una mezza dozzina di pianeti differenti. Questa era la sua settima raccolta. ‘Il
mio numero fortunato’ annotò in inchiostro blu.
Di nuovo senza fare rumore. Dormire? La penna gli scivolò dalle dita e schizzò tre grosse
macchie sulla carta. Sollevò lo sguardo e la vide che teneva ancora il vassoio.
«Già» rispose. Già. Grazie, Amore. Ma senti, perché non mi fai sapere quando...
S’interruppe, rendendosi conto che era fatica sprecata.
«Questo mi farà dormire?» le chiese. Oh, sì, fu la risposta.
Ne bevve una sorsata, fissando la pagina chiazzata d’inchiostro. Tanto avevo appena
cominciato, si disse, non è che vada perduto chissà quale capolavoro. Strappò via la pagina e
l’appallottolò.
«Questa è roba buona» disse, indicando il bicchiere con un cenno del capo. Sollevò la palla di
carta. Buttarla via, eh? Buttarla via?, gli chiese lei.
«Proprio così» rispose Lindell. «E adesso levati dai piedi. E poi che diavolo ci fai nella camera
da letto di un uomo?»
Lei sgattaiolò lungo il pavimento e lui ridacchiò vedendola richiudere la porta silenziosamente
dietro di sé.
Finito di bere, appoggiò il bicchiere sul comodino e spense la lampada. Si sistemò sul cuscino
morbido con un sospiro. Che strane creature, pensò soddisfatto, e già pregustando il sonno.
Buonanotte.
Riaprì le palpebre pesanti e si guardò intorno. Nella stanza non c’era nessuno. Si rimise giù.
Buonanotte.
Si sollevò su un gomito, strabuzzando gli occhi nel buio.
Buonanotte. «Oh» fece. «Buonanotte anche a te.» I pensieri vennero meno. Lindell ricadde giù
e spalancò la bocca in uno sbadiglio interminabile.
«Che ne dici?» farfugliò voltandosi di fianco.«Non ci sono trucchi. Lo vedi? Niente nemmeno
nella manica. Che ne diresti di...»
Fece un sogno. Il sogno lo inzuppò di sudore.
Dopo colazione uscì di casa con i saluti che gli perforavano il cervello e si diresse verso il
magazzino. Vide che gli uomini Gnee avevano già formato una fila in movimento, portando carichi
sulla testa. Entrarono a passo di marcia nel magazzino, depositarono il loro fardello sul cemento e lo
fecero controllare da un caposquadra Gnee che stava in mezzo al locale con in mano una cartella piena
di bollette di carta sottile.
Al passaggio di Lindell tutti gli uomini si inchinavano e sembravano ancora più sottomessi, ma
continuarono il loro andirivieni. Notò che le loro teste erano ancora più piatte di quella di Amore, con
un colorito leggermente più scuro e gli occhi più piccoli. Avevano corporature robuste e muscolose.
Hanno proprio un’aria stupida, pensò.
Quando raggiunse l’uomo che eseguiva i controlli e gli inviò un pensiero che non ricevette
risposta, si rese conto che non erano nemmeno telepatici... o che non volevano esserlo.
«Ehi, bello» disse l’uomo con voce chioccia. «Io controllo. Tu controlli?»
«È tutto a posto» disse Lindell respingendo la cartella. «Basta che lo porti in ufficio quando il
primo carico sarà completo.»
«Che?» disse l’uomo. Cristo, sei proprio una testa dura, pensò Lindell.
«Porta questo» ripeté, toccando col dito un blocco di fogli grappettati. «Portare in ufficio.»
Indicò di nuovo. «Portare a me... me. Quando tutte merci caricate.»
La faccia chiazzata si accese in un’espressione di palpitante ottusità e l’uomo fece un breve
cenno d’assenso. Lindell gli diede una pacca sulla spalla. Ragazzo mio, malignò fra sé e sé, scommetto
che nei momenti più difficili diventi un fulmine. Si diresse verso l’ufficio digrignando i denti.
Entrò e si richiuse alle spalle la porta di plastivetro, poi diede un’occhiata in giro. L’ambiente
era identico a quelli che ricordava di avere trovato sulle altre stazioni, a parte la branda nell’angolo.
Non ditemi che la notte devo dormire qui, pensò con un gemito.
Si avvicinò. Sul cuscino piatto piuttosto sporco c’era l’impronta lasciata da una testa. Raccolse
un capello castano chiaro. E questo che diavolo è?, si domandò.
Sotto la branda trovò una cintura senza fibbia. Sulla parete accanto c’erano dei graffi profondi,
come se qualcuno in preda a febbre alta avesse cercato di uscire dall’ufficio nel modo più difficile. Li
esaminò.
«Questo posto è infestato» concluse scuotendo appena la testa. Poi si voltò alzando le spalle. È
inutile che mi preoccupi, pensò. Devo passare qui sei mesi e niente riuscirà a farmi perdere il
buonumore.
Sedette alla scrivania e tirò a sé il grosso registro della stazione. Con un’alzata di spalle sollevò
la pesante copertina e cominciò a leggere dall’inizio.
Le prime annotazioni risalivano a vent’anni prima. Erano firmate da Jefferson Winters e, in
seguito, da un più sbrigativo Jeff. Dopo sei mesi e cinquantadue pagine scritte con una calligrafia fitta,
Lindell vide che la pagina cinquantatré era riempita da un messaggio vergato con caratteri più
elaborati: ‘Stazione Quattro, addio per sempre!’ A quanto pareva, Jeff non aveva avuto alcun problema
ad ambientarsi.
Lindell si sistemò sulla sedia scricchiolante e si mise in grembo il pesante volume, con un
sospiro di noia.
Era solo dopo il secondo mese di permanenza del sostituto di Winters che le annotazioni
cominciavano a diventare confuse. C’erano parole illeggibili, una scrittura affrettata, errori cancellati e
corretti, alcuni dei quali in apparenza a cura di un terzo sostituto, molto più tardi.
Andava avanti così per le successive noiosissime quattrocento pagine circa, una penosa sfilza
di inesattezze, peraltro priva del minimo interesse per chi leggeva.
Giunto alle annotazioni prese da Bill Corrigan Lindell si raddrizzò con uno sbadiglio che gli
fece lacrimare gli occhi, risistemò il volume sulla scrivania e lesse con maggiore attenzione.
Le annotazioni erano tutte uguali, con l’eccezione del primo incaricato; cominciavano in modo
ordinato e pian piano peggioravano fino a diventare caotiche, mostrando errori sempre più strampalati
col passare dei mesi, fino a trasformarsi in scarabocchi quasi illeggibili. Trovò anche delle operazioni
di calcolo palesemente sbagliate che corresse con la sua consueta pignoleria.
Si accorse che la scrittura di Corrigan si interrompeva un pomeriggio, nel bel mezzo di una
parola, e che per il residuo mese e mezzo della sua permanenza le pagine erano tutte bianche. Le scorse
con attenzione, scuotendo lentamente la testa. Devo riconoscerlo, si disse, proprio non capisco perché.
Seduto in salotto all’ora del tramonto, in attesa della cena, Lindell cominciò ad avere la
sensazione che in qualche modo i pensieri di Amore fossero vivi, come insetti minuscoli che
strisciavano dentro e fuori gli interstizi del suo cervello. Certe volte erano quasi immobili, certe altre si
agitavano freneticamente. Una volta, dopo essersi un po’ risentito per il fatto che lei lo fissava sempre, i
pensieri divennero implorazioni di invisibili supplicanti che gli artigliavano sgraziatamente il cervello.
Quel ch’era peggio, si rese conto in seguito mentre leggeva a letto, provava quella sensazione
anche quando lei non si trovava nella stessa stanza. Era già abbastanza sconcertante sentirsi scorrere
dentro quel flusso interminabile di pensieri quando lei gli era vicina, ma quella forma di controllo a
distanza era davvero troppo per i suoi gusti.
Ehi, che ne dici?, cercò di farla ragionare, ricorrendo alle maniere più gentili. Ma tutto ciò che
ne ricavò fu l’immagine di lei che lo fissava a occhi spalancati, senza capire.
«Ah, stupidaggini» borbottò, e gettò il libro sul comodino. Forse è stato proprio questo, pensò
mentre si preparava a dormire, a farli andare fuori di testa. Be’, a me non succederà, promise a sé
stesso. Non ho nessuna intenzione di farmene un problema. Spense la lampada, disse buonanotte al
mondo e si accinse a dormire.
«Dormi» farfugliò fra sé e sé, rilassato, quasi inconsapevole. Non fu sonno; comunque non
abbastanza profondo. Una specie di torbida foschia travolse la sua mente e la riempì della solita scena,
completa in ogni particolare. Sembrò condensarsi e sprofondare in una vampata. Poi s’ingrandì, si
rigonfiò e lo inghiottì insieme a ogni altra cosa.
Amore. Amore. L’eco di un grido in un lungo corridoio nero. Il mantello che svolazzava. Vide
le sue pallide fattezze. No, disse, resta lontana. Lontana... vicina... al di là... sopra. Urlò. No. No. NO!
Balzò a sedere nel buio con un grugnito soffocato, gli occhi spalancati. Guardò come inebetito
in giro per la stanza, mentre i suoi pensieri turbinavano.
Allungò la mano nell’oscurità e accese la lampada. S’infilò precipitosamente una sigaretta fra
le labbra e si abbandonò contro la testata del letto, sbuffando nuvole spiraleggianti di fumo. Sollevò la
mano e si accorse che tremava. Farfugliò parole senza senso.
Poi le sue narici vibrarono e le sue labbra si ritrassero per il disgusto. Che diavolo c’è di andato
a male?, si domandò. Nell’aria c’era un forte odore di saccarina, che peggiorava ogni secondo. Gettò
via le coperte.
E li trovò ai piedi del letto: un grosso fascio di fiori color rosso cupo che qualcuno aveva
sistemato lì.
Li guardò per un attimo, poi si piegò, li raccolse e li scagliò via. Si ritrasse con un sussulto
quando si sentì pungere il pollice della mano destra da una spina.
Tamponò le dense gocce di sangue, poi succhiò la ferita, con il cervello travolto da quell’odore
sempre più intenso.
È molto carino da parte tua, le trasmise telepaticamente, ma basta con i fiori.
Lei lo guardò. Non capisce, si rese conto Lindell.
«Mi capisci?» le chiese.
Rivoli di affetto gorgogliarono tra gli strati del suo cervello come sciroppo. Girò il caffè in
modo frenetico e il trasferimento mentale si attenuò, quasi lei fosse intenzionata a non metterlo in
difficoltà. La cucina era silenziosa, a parte il tintinnio delle posate sui piatti della colazione e il leggero
frusciare del mantello di lei.
Lindell trangugiò il caffè e fece per alzarsi. Pranzerò verso le...
Lo so. Il suo pensiero trafisse il cervello di Lindell, con un tono di comando appena accennato.
Lui sorrise fra sé e sé mentre si avviava verso il corridoio. Il messaggio telepatico gli era giunto come
un velato rimprovero, quasi materno.
Poi, attraversando i campi, ricordò di nuovo il sogno, e il sorriso iniziale perse ogni connotato
di allegria.
Per tutta la mattina si domandò nervosamente che cosa rendesse gli uomini Gnee così stupidi.
Se lasciavano cadere un carico, per loro raccoglierlo diventava un’impresa. Sono come mucche senza
cervello, pensò osservandoli dalle finestre dell’ufficio mentre portavano avanti faticosamente il loro
lavoro, con lo sguardo ottuso e fisso, e le possenti spalle incurvate.
Adesso sapeva con certezza che non erano telepatici. Aveva provato più di una volta a
trasmettere ordini con la mente e nessuno aveva recepito il messaggio. Reagivano unicamente a
comandi ripetuti ad alta voce e formati da due, massimo tre sillabe. E si trattava sempre di una reazione
passiva.
A metà mattinata alzò gli occhi dal cumulo di lavoro arretrato che Corrigan gli aveva lasciato
in eredità e si rese conto, con un certo sgomento, che i pensieri di lei gli giungevano fino da casa.
Eppure non erano pensieri che lui potesse tradurre in parole. Erano sensazioni che gli si
presentavano informi. Sentì che lo stava controllando, che gli inviava di tanto in tanto segnali
esplorativi per accertarsi che lui non avesse problemi.
All’inizio la cosa lo divertì. Ridacchiò fra sé e sé e tornò al suo lavoro.
Ma poi i sondaggi assunsero una fastidiosa cadenza regolare e lui cominciò ad agitarsi sulla
sedia. Si accorse che s’irrigidiva e che li aspettava per diversi secondi prima che arrivassero.
A fine mattinata cominciò a rifiutarli in modo consapevole; gettava la penna sul piano del
tavolo e le ordinava rabbiosamente di lasciarlo in pace mentre lavorava. E i pensieri di lei
s’interrompevano, non senza un certo avvilimento. Ma poi ricominciavano quasi subito, entità che gli
strisciavano dentro senza farsene accorgere, e alle quali non riusciva a opporsi, nemmeno con gli
insulti.
Cominciò a perdere il controllo. Lasciò l’ufficio e percorse a grandi passi il magazzino,
strappando pacchi già aperti e controllando le merci con dita impazienti. I pensieri lo seguivano
dovunque, assiduamente. «Ehi, bello» diceva il caposquadra Gnee ogni volta che Lindell passava,
facendolo arrabbiare ancora di più.
Una volta si tirò su di scatto da una catasta di merci e strillò: «Sparisci!»
Il caposquadra sollevò un piede in aria, facendo volare via la penna e la cartella, e poi si
nascose dietro un pilastro, guardando impaurito Lindell, il quale fece finta di non vederlo.
In seguito, tornato in ufficio, si sedette a pensare, tenendo il registro aperto davanti a sé.
Non c’era da stupirsi che gli Gnee non inviassero messaggi telepatici. Sapevano quello che
andava bene per loro.
Poi guardò fuori dalla finestra la fila di operai che arrancava sotto i pesi.
E se non avessero semplicemente evitato la telepatia? Se ne fossero stati del tutto incapaci? Se
una volta avessero posseduto quella facoltà e, proprio a causa di essa, fossero stati ridotti all’attuale
stato di irrecuperabile stolidità?
Pensò a quello che gli aveva detto Martin a proposito delle donne, che erano in numero
superiore agli uomini. E un’espressione gli penetrò nel cervello: matriarcato mentale. Ne rimase
turbato, ma temette subito che potesse essere vera. Avrebbe spiegato come mai gli altri uomini fossero
crollati in quel modo. Perché se erano le donne a comandare, poteva darsi benissimo che, nella loro
innata brama di potere, non facessero distinzione fra i loro uomini e quelli provenienti dalla Terra. Un
uomo è sempre un uomo. Si tormentò rabbiosamente alla possibilità di essere considerato alla stregua
di uno di quegli idioti che vivevano al villaggio.
Si alzò di scatto. Non ho fame, pensò, non ho fame per niente. Ma tornerò a casa e le ordinerò
di prepararmi il pranzo, e le dirò anche che non ho fame. La farò abituare all’idea di essere dominata,
così non avrà modo di infastidirmi. Nessuna donna Gnee dagli occhi d’insetto, perdio, riuscirà a
prendere il sopravvento su di me.
Poi sbatté le palpebre e distolse rapidamente lo sguardo quando si rese conto che stava
fissando lo strano reticolo di graffi sulla parete più lontana dell’ufficio. E la cintura senza fibbia ancora
arrotolata sotto la brandina.
Di nuovo il sogno. Gli lacerava i tessuti cerebrali con artigli affilati come rasoi. Lui era coperto
di sudore. Si rigirò sul letto boccheggiando e tutto a un tratto si ritrovò sveglio a fissare l’oscurità.
Gli sembrò di vedere qualcosa ai piedi del letto. Chiuse gli occhi, scosse la testa e guardò di
nuovo. La stanza era vuota. Sentì i pensieri che gli avevano invaso la mente recedere come una marea
aliena.
Contrasse i pugni, infuriato. Era vicina a me mentre dormivo, pensò. Accidenti a lei, si è
nascosta ed era vicino a me.
Scagliò via le coperte e ciabattò nervosamente verso il fondo del letto.
Non poteva vederli. Ma i fumi nauseabondi salivano a spirale dal pavimento come serpenti
eretti che gli scivolassero dentro le narici. Si turò il naso e si lasciò cadere sul materasso, con lo
stomaco in subbuglio. Perché? Il suo cervello continuò a domandarselo all’infinito.
Perché, mio dio?
Gettò rabbiosamente i fiori a terra proprio davanti a lei, e i pensieri lo implorarono e si
rovesciarono su di lui come gocce di pioggia.
«Ti avevo detto di no, o sbaglio?» le gridò.
Poi sedette al tavolo e recuperò come meglio poté il controllo di sé stesso. Devo restare qui a
lungo, si impose. Calmati, calmati.
Adesso era sicuro di sapere come mai il periodo durava solo sei mesi. Era più che sufficiente.
Ma io non mi arrenderò. Se lo impose come un ordine. Sta’ pur certo che non sarà lei a cedere per
prima, perciò abbi cura di te stesso. È troppo stupida per arrendersi, pensò volutamente, sperando che
il pensiero giungesse fino a lei.
In apparenza accadde proprio questo, perché le spalle di lei cedettero miseramente, come di
schianto. E durante la colazione gli si mosse intorno come uno spettro timoroso, guardando da un’altra
parte e tenendo per sé i suoi pensieri. A quel punto Lindell si scoprì quasi dispiaciuto per lei.
Probabilmente non è stata colpa sua, pensò, è semplicemente una caratteristica innata delle donne Gnee
che le porta a dominare gli uomini.
Poi si rese conto che i suoi pensieri gli erano di nuovo addosso, teneri e dolcemente
riconoscenti. Cercò di non farsi coinvolgere e di ignorarli, mentre tentavano di insinuarsi nella sua
apatia come esche appuntite bagnate di miele.
Lavorò duro per tutto il giorno e pagò il caposquadra Gnee in spezie e granaglie perché le
distribuisse fra gli operai. Si domandò se alla fine quei compensi finissero in mano alle donne.
Dovunque si trovassero.
«Sto registrando la mia voce» dettò al registratore quella sera. «Voglio sentirmi parlare in
modo da potermi dimenticare di lei. Non c’è nessun altro con cui parlare e così dovrò farlo con me
stesso. Triste situazione. Be’, eccoci qua.
«Sono sulla Stazione Quattro, gente, me la spasso un mondo e vorrei che foste qui al posto
mio. Oh, non è così brutta, non fraintendetemi. Ma credo di sapere che cosa ha messo fuori
combattimento Corrigan e i poveri bastardi che lo hanno preceduto. È stata Amore con la sua mente
cannibale, a mangiarseli. Lasciate che vi dica una cosa: non mangerà anche me. Su questo potete
scommetterci. Amore non riuscirà a...
«No, non ti ho chiamato! Andiamo, esci dalla mia vita, ti dispiace? Vattene al cinema o fa’
quello che ti pare. Già, già, lo so. Be’, allora vattene a letto. Basta che mi lasci in pace.» In pace.
«Ecco. Parlavo con lei. Dovrà fare i salti mortali per portarmi a graffiare i muri con le unghie.»
Ma quando andò a dormire chiuse accuratamente a chiave la porta della camera. E nel sonno
gemette per via del solito incubo, si agitò in continuazione, e la pace e il rilassamento andarono a farsi
benedire.
Si girò e si rigirò nel dormiveglia fino al primo mattino, poi saltò giù dal letto e andò a
controllare la porta. Armeggiò con la serratura senza quasi sentire le mani, e alla fine il suo cervello
ottenebrato si rese conto che la porta era ancora chiusa a chiave. A quel punto tornò a letto senza
nemmeno riuscire a camminare dritto e piombò in un sonno istupidito.
Quando si svegliò al mattino c‘erano dei fiori di un porpora sgargiante ai piedi del letto, che
emanavano un odore orribile. La porta era chiusa a chiave.
Non riuscì a rivolgerle nessuna domanda perché lasciò la cucina in preda alla nausea quando
lei lo chiamò caro.
Niente più fiori! Lo prometto!, esclamarono i pensieri, inseguendolo. Lindell si chiuse in
salotto e sedette alla scrivania, con una sensazione di malessere. Non perdere il controllo di te stesso!,
ordinò al suo sistema nervoso, stringendo convulsamente le mani e i denti.
Mangiare?
Era fuori dalla porta, lui lo sapeva. Chiuse gli occhi. Vattene, lasciami solo, le disse.
Scusami, caro, disse lei.
«Piantala di chiamarmi caro!» urlò Lindell, sbattendo il pugno sul piano della scrivania.
Mentre si agitava sulla sedia la fibbia della cinta s’impigliò nella maniglia del cassetto, che uscì fuori
dall’alloggiamento. Si ritrovò a fissare la lucida pistola a gas. Quasi senza accorgersene allungò la
mano e ne accarezzò la canna levigata.
Richiuse il cassetto con un gesto convulso. Non se ne parla nemmeno!, giurò.
Tutto a un tratto si guardò intorno, sentendosi solo e libero. Si alzò e si precipitò alla finestra.
La vide che correva giù nei campi con un cesto sotto il braccio. Sta andando a cogliere delle verdure,
pensò. Ma che cosa l’avrà spinta ad andarsene così di fretta?
Ma certo. La pistola. Doveva avere colto i suoi pensieri saturi di intenzioni violente.
Sospirò e si rilassò un poco, come se il suo cervello fosse stato ripulito da fluidi densi e nocivi.
Ho ancora delle carte da giocare, si disse per calmarsi.
Mentre lei era fuori, Lindell decise di dare un’occhiata nella sua stanza per vedere se riusciva a
trovare la porta scorrevole che le consentiva di entrare in camera sua con i fiori. Corse lungo il
corridoio e spalancò la porta, entrando in una stanzetta dal mobilio ridotto al minimo.
Il suo cervello venne immediatamente aggredito dall’odore di un mucchio di quei
maleodoranti fiori viola sistemati in un angolo. Si tenne la mano davanti alla bocca mentre fissava
disgustato i germogli vivi e morti.
Che cosa rappresentano?, si domandò. Un’offerta dettata dalla premura? Gli si contrasse la
gola. O c’era qualcosa di più? Sorrise a mezza bocca di quell’idea, ricordando la prima sera in cui
l’aveva chiama Amore. Che diavolo gli era venuto in mente di scegliere proprio quel nome fra i tanti
possibili? Sperò di non saperlo mai.
Sul divano trovò una piccola pila di oggetti di varia natura. C’era un bottone, un paio di lacci
da scarpe rotti, e il pezzo di carta appallottolato che le aveva detto di gettare. E la fibbia di una cintura
con le iniziali W. C. incise sopra.
Non c’erano porte nascoste.
Sedette in cucina a fissare una tazza di caffè che non toccò nemmeno. Non c’era modo per
potere entrare nella sua stanza. W. C. – William Corrigan. Doveva lottare, continuare a lottare.
Il tempo passò. E improvvisamente si rese conto che lei era rientrata. Non ci fu nessun rumore;
fu come il ritorno di un fantasma. Ma lui lo sapeva con certezza. Una nuvola di pensieri la precedette,
scorrazzò in tutte le stanze come un cucciolo eccitato, cercando. I pensieri turbinarono. Stai bene? Non
sei arrabbiato? Amore è tornata... Il tutto in modo concitato, quasi bramoso di raggiungerlo.
Entrò nella stanza così velocemente che Lindell trasalì e contrasse le dita sulla tazza, facendola
rovesciare. Il liquido bollente gli schizzò sulla camicia e sui calzoni, mentre lui faceva un salto
all’indietro, urtando contro la sedia.
Lei posò il cesto e prese un tovagliolo per ripulire le macchie. Non gli era mai stata così vicina.
Anzi, non lo aveva mai toccato prima, a parte la stretta di mano iniziale.
C’era un aroma intorno a lei, che opprimeva il petto di Lindell. E per tutto il tempo i suoi
pensieri accarezzarono la sua mente, mentre sembrava che le sue mani volessero accarezzare il suo
corpo.
Ecco. Ecco... Sono qui con te.
David caro.
Quasi inorridito, Lindell fissò la sua pelle rosa e spugnosa, i suoi occhi enormi, la sua piccola
bocca simile a una ferita.
E in ufficio, quella mattina, commise tre errori di fila sul registro, strappò un’intera pagina e la
gettò lontano con un grido strozzato di rabbia.
Evitarla. Protestare non serviva a niente. Cercò di appiattire il proprio campo mentale in modo
che i pensieri di lei non si potessero insediare. Se rilassava a sufficienza la sua mente, quei pensieri
andavano e venivano. Magari portandosi via un po’ della sua volontà, ma doveva correre il rischio.
E se si metteva d’impegno e si riempiva la testa di pesanti serie di numeri, riusciva a tenerla a
distanza e le mani non gli tremavano così tanto.
Forse dovrei dormire in ufficio, si disse. Poi trovò l’appunto di Corrigan.
Era scritto su un foglietto di carta infilato nel registro. Bianco su bianco, gli era quasi sfuggito.
Lo scoprì soltanto perché sfogliava le pagine una per volta, leggendo le date ad alta voce in modo da
tenere occupata la mente.
‘Dio mi aiuti’ diceva l’appunto, in lettere nere e irregolari. ‘Amore passa attraverso le pareti!’
Lindell lo fissò a occhi sbarrati. ‘L’ho visto con i miei occhi,’ continuava lo scritto ‘sto
diventando pazzo. Sempre quella maledetta mente animalesca che mi tormenta e mi consuma. E adesso
non posso nemmeno tenere a distanza il suo corpo. Ho dormito qui, ma lei è venuta lo stesso. E io...’
Lindell lo lesse una seconda volta e per lui fu come se un vento alimentasse le fiamme del
terrore. Attraverso le pareti. Quelle parole lo angosciavano. Era possibile?
Ed era stato Corrigan a chiamarla Amore. Fin dall’inizio la relazione si era sviluppata secondo
le condizioni imposte da lei. Lindell non aveva avuto alcuna voce in capitolo.
«Amore» farfugliò, e tutto a un tratto i pensieri di lei lo avvilupparono come le ali di un
uccello rapace piombato dal cielo. Aprì le braccia e urlò: «Lasciami in pace!»
E, mentre la sua mente fantasma scivolava via, Lindell ebbe la sensazione che lo facesse con
meno timidezza, con la pazienza di qualcuno che conosce la sua grande forza e può permettersi di
mostrarla senza ritegno.
Si accasciò sulla sedia, improvvisamente spossato, svuotato di ogni energia dal suo tentativo di
opporsi. Appallottolò il foglietto nella mano destra, pensando ai graffi sulla parete alle sue spalle.
E vide con gli occhi della mente Corrigan che si gettava febbricitante sulla branda, e poi si
ritraeva con un grido di orrore nel vederla in piedi di fronte a lui. E poi? Poi? La scena divenne buia.
Si passò una mano tremante sul viso. Non cedere, si disse. Ma fu più una supplica spaurita che
un ordine. Angoscianti nebbie di premonizione si riversarono dentro di lui in gelide ondate. Passa
attraverso le pareti.
Quella notte versò nuovamente nel lavandino del bagno la pozione che lei gli aveva preparato.
Chiuse a chiave la porta e, nella stanza buia, si acquattò in un angolo, in attesa, con gli occhi febbrili e i
polmoni scossi da respiri spasmodici.
Il termostato scattò; la temperatura scese. Le assi di legno divennero gelide e lui cominciò a
battere i denti. Non andrò a dormire, s’impegnò accanitamente con sé stesso. Non capiva perché, ma
all’improvviso l’idea di mettersi a letto lo atterriva. Non lo so, si costrinse a pensare: in realtà si
rendeva confusamente conto che invece sapeva, ma non voleva ammetterlo, nemmeno per un secondo.
Ma dopo ore di inutile attesa dovette raddrizzarsi, le giunture urlanti, e si trascinò a letto.
Scivolò sotto le coperte e giacque lì tremante, sforzandosi di rimanere sveglio. Verrà mentre sono
addormentato, pensò, non devo prendere sonno.
Quando si svegliò al mattino, sul pavimento c’erano dei fiori per lui E quello fu solo un altro
giorno di una serie che si allungò nel corso dei mesi.
Ci si può abituare all’orrore, pensò. Quando ha perso la sua immediatezza e non è più
pungente, e si è trasformato in un’abitudine regolare. Quando si è degradato a una catena di eventi che
ottenebrano la mente. Quando i turbamenti sono come scalpelli che incidono e corrodono i gangli fino
a estirpare ogni sensibilità.
Eppure, anche se non era più terrore, in effetti era ancora peggio. Perché i suoi nervi erano
scoperti e sanguinavano di una rabbia senza fine. Combatteva le sue battaglie fino all’ultimo secondo,
ormai privato della sua volontà, le urlava contro per allontanarla, e dalla mente sfinita riversava su di
lei raffiche di odio puro; tormentato dal modo che aveva lei di arrendersi, riuscendo a fare di quelle
rese altrettante vittorie. Lei tornava sempre. Come un gatto insolente lo adulava strofinandoglisi contro
di continuo, riempiendolo di pensieri di... Ma sì, ammettilo!, urlava a sé stesso nel corso delle sue notti
tormentate...
Pensieri d’amore.
E c’era quella sensazione latente, la promessa di una nuova forte emozione che avrebbe
schiantato il suo edificio già pericolante. Bastava quello: una spinta ulteriore, un altro taglio di lama, un
ultimo, sconvolgente colpo di martello.
La minaccia informe lo sovrastava. Lui l’attendeva, si teneva pronto ad accoglierla un
centinaio di volte all’ora, specialmente di notte. Aspettava. Aspettava. E in certi momenti, quando
credeva di sapere che cosa lo attendesse, lo sgomento dell’ammissione lo faceva rabbrividire e gli
faceva venire voglia di graffiare le pareti e di rompere le cose e di correre fino a che il buio non lo
avesse inghiottito.
Se solo potessi dimenticarla, pensò. Sì, se potessi dimenticarla per un po’, soltanto per un po’,
andrebbe tutto bene.
Lo disse sottovoce, solo per sé stesso, mentre sistemava il proiettore in salotto.
Posso vedere?, gli chiese lei dalla cucina in tono supplichevole.
«No!»
Adesso ogni sua risposta, espressa a voce o solo pensata, era come il rimprovero ringhioso di
un vecchio irascibile. Se solo fossero finiti i sei mesi. Era quello il problema. Il tempo non passava
abbastanza velocemente. E il tempo era come lei: non ci si poteva ragionare, né lo si poteva intimidire.
Sullo scaffale a parete c’erano diverse bobine, ma la sua mano scattò senza esitare e ne scelse
una. Non ci fece nemmeno caso; ormai la sua mente aveva fatto il callo ai suggerimenti.
Montò la bobina e spense le luci. Si mise a sedere con un sospiro di stanchezza mentre il
tremolante cono di luce biancastra usciva dalla lente, proiettando le immagini sullo schermo.
Un uomo magro con la barba scura era in posa a braccia conserte ed esibiva i denti bianchi in
un sorriso artificiale. Si avvicinò alla macchina da presa. Il sole brillò, oscurando per un attimo il film.
Schermo nero. Titolo: Ritratto di me.
L’uomo, con gli zigomi sporgenti e gli occhi luminosi, rideva silenziosamente dallo schermo.
Indicò di lato e la macchina piegò in quella direzione. Lindell trasalì.
Era la stazione.
Doveva essere autunno perché quando la macchina puntò oltre la casa e il villaggio, oscillando
un momento come se fosse passata da una mano all’altra, lui vide gli alberi circondati da cumuli di
foglie morte. Restò seduto, scosso da un tremito, in attesa di qualcosa, ma senza sapere cosa.
Lo schermo si annerì. Un altro titolo scritto rozzamente in lettere bianche: Jeff in ufficio.
L’uomo fissava la macchina da presa, con un sorriso idiota sul viso, il bianco della carnagione
accentuato dal profilo nero della barba.
Dissolvenza. L’uomo che ballava nel magazzino vuoto, le mani delicatamente protese in aria, i
capelli neri che saltavano freneticamente sulla testa.
Un altro titolo lampeggiò sullo schermo. Lindell si irrigidì sulla sedia, senza fiato.
Titolo: Amore.
C’era la sua faccia orripilante in bianco e nero. Stava in piedi accanto alla finestra della sua
camera, con un’espressione di gioia dipinta sul viso. Adesso poteva affermare che si trattava di gioia.
Una volta avrebbe detto che sembrava una pazza, con quella bocca contorta come una cicatrice ancora
fresca e gli occhi grotteschi stralunati.
Lei ruotò e il mantello svolazzò. Lindell vide le sue caviglie rigonfie, ed ebbe una contrazione
allo stomaco.
Lei si avvicinò alla macchina da presa; Lindell vide le palpebre appannate scivolarle sugli
occhi. Si sentì le mani scosse da un tremito irrefrenabile. Era il suo sogno. Lo fece stare male. Era il
suo sogno in ogni particolare. Allora non era mai stato un sogno... comunque non prodotto dalla sua
mente.
Un rantolo gli salì alla gola. Lei si stava togliendo il mantello. Ecco!, urlò la sua mente
strozzata dal panico. Lindell gemette e allungò la mano tremante per spegnere il proiettore.
No.
Era un comando gelido nell’oscurità. Guardami, gli ordinò. Lindell rimase seduto, incapace di
muoversi, fissando terrorizzato e affascinato il mantello che le scivolava dal collo, mettendo a nudo le
sue spalle rotonde. Lei si mosse con un gesto sensuale. Il mantello scese pesantemente al suolo,
afflosciandosi in un ammasso informe.
Lindell urlò.
Allungò un braccio e urtò il metallo surriscaldato del proiettore, che cadde a terra. La stanza
piombò nel buio. Riuscì faticosamente a rimettersi in piedi e si mosse a tastoni. Bella? Bella? La parola
lo martoriò senza pietà mentre cercava alla cieca la porta. La trovò, uscì come una furia in corridoio. Si
aprì la porta della camera di lei e Lindell la vide nella mezza luce, con il mantello che le pendeva da
una spalla liscia.
Si bloccò di scatto. «Vattene da qui!» le gridò.
No.
Fece un movimento convulso nella sua direzione, le mani protese e rigide come artigli. La
visione della sua pelle rosa e molliccia lo costrinse a voltarsi. Sì?, gli propose la mente di lei. Gli
sembrò di cogliervi un tono allusivo...
«Ascoltami!» gridò, cercando la porta della sua camera. «Ascoltami, devi andartene, capisci?
Va’ dal tuo compagno!»
Si piegò all’indietro, travolto da un orrore totale.
Adesso sono con lui, aveva detto il messaggio di risposta.
Il pensiero lo paralizzò. La fissò a bocca aperta, con il cuore che picchiava colpi cadenzati e
martellanti, mentre il mantello le scivolava dalle spalle e cominciava a scoprirle le braccia.
Lindell le girò le spalle con un urlo e sbatté la porta dietro di sé. Le sue dita si strinsero
tremanti sulla serratura. Si sentiva la mente invasa dal piagnucolio dei pensieri di lei. Gemette per la
paura e il malessere, e seppe che era tutto inutile perché tanto non poteva chiuderla fuori.
C’erano delle scimmie che gli chiacchieravano dentro la testa. Erano sdraiate sulla schiena, in
cerchio, e prendevano a calci l’interno del suo cranio. Ne strappavano masse gelatinose di materia
grigia con gli artigli luridi, e le strizzavano.
Rotolò di fianco con un gemito.
Impazzirò, si disse. Come Corrigan, come tutti gli altri a parte il primo; quell’individuo viscido
che ha dato il via a tutto, che ha aggiunto un nuovo e spaventoso sedimento alle pieghe della sua mente
dominatrice di Gnee, che l’ha chiamata Amore con intenzione.
Si drizzò a sedere con un rantolo di terrore, fissando il fondo del letto. Passa attraverso le
pareti!, ululò la sua mente. Lì non c’è niente, gli dissero i suoi occhi. Strinse le lenzuola con le dita.
Sentì il sudore che gli scolava dalla fronte e poi rotolava giù lungo il naso.
Si sdraiò. Poi si alzò di nuovo, piagnucolando come un bambino. Una nuvola di oscurità gli
stava ricadendo addosso. Lei. Lei. Gemette. «No.» Nel buio. Tutto inutile.
Pianse come un bambino. Dormire. Dormire. La parola pulsò, si gonfiò e gli riempì il cervello.
Questo è il momento. Lui lo sapeva, lo sapeva, lo sapeva...
La lama che cade, la sanità mentale decapitata che finisce zampillando sangue nel canestro.
No! Si sforzò di tirarsi su, ma non ne fu capace. Dormire. La notte gli vorticava intorno come
una marea nera, lo braccava.
Dormire.
Ricadde sul cuscino, si sollevò debolmente su un gomito.
«No.» Aveva i polmoni come incrostati. «No.»
Lottò. Era troppo. Esalò un urlo impastato e gorgogliante. Lei fece forza sulla sua volontà,
schiantata e ormai inutile. Adesso usava tutta la sua energia e lui era privo di resistenza, sfiancato. Si
accasciò contro il cuscino, inerte, con gli occhi vitrei. Emise un debole gemito e chiuse gli occhi... li
riaprì... li richiuse... li riaprì... li richiuse...
Di nuovo il sogno. Follia. Non un sogno.
Quando si svegliò non c’erano fiori. Il corteggiamento era terminato. Aprì la bocca senza
capire, fissando incredulo il segno del corpo sul letto accanto a lui.
Era ancora caldo e umido.
Rise ad alta voce. Scrisse imprecazioni sul suo diario. Le scrisse a caratteri cubitali neri,
tenendo la penna come un coltello. Le scrisse anche sul registro. Strappò le ricevute se non erano del
colore giusto. Adesso le sue annotazioni erano linee sghembe di cifre simili a tentacoli ondulati.
Qualche volta se ne preoccupava, ma perlopiù non ci faceva nemmeno caso.
Girovagò nel magazzino pieno, dietro le porte chiuse a chiave, con gli occhi iniettati di sangue
e parlottando fra sé. Si arrampicò sui mucchi di merci e sbirciò il cielo vuoto attraverso il lucernario.
Pesava sette chili di meno e non si lavava da giorni. La faccia era annerita dalla barba lunga, e non
l’avrebbe più tagliata. Lo voleva lei. Non voleva che si lavasse, che si facesse la barba e che avesse un
aspetto sano. Lo chiamava Jeff.
Non puoi opporti, si diceva Lindell. Non puoi vincere perché hai già perso. Se guadagni
qualcosa lo riperdi subito, perché quando sei troppo stanco per lottare lei ritorna e si riprende la tua
città e la tua anima.
Ecco perché, in magazzino, dove nessuno lo poteva sentire, diceva a bassa voce: «C’è una cosa
sola da fare.»
Ecco perché, a notte fonda, sgattaiolò nel salotto e s’infilò in tasca la pistola a gas. Non fare
del male agli Gnee. Be’, questo non era esatto. O uccidi o vieni ucciso. Ecco perché porto con me la
pistola quando vado a letto. Ecco perché l’accarezzo mentre fisso il soffitto. Sì, le cose stanno così.
Questa è la mia isola, sulla quale riposerò notte e giorno.
Ed elaborava progetti come un animale che si mette a fiutare le pietre piatte in cerca di insetti
da mangiare.
Giorno dopo giorno, dopo giorno. Sussurrò: «Uccidila.»
Annuì e sorrise fra sé, accarezzando il metallo freddo. Tu sei mia amica, disse alla pistola, sei
la mia unica amica. Lei deve morire, lo sappiamo bene tutti e due.
Elaborò una quantità di progetti e tutti si ridussero a uno solo. La uccise mentalmente un
milione di volte... nei recessi cerebrali segreti che aveva scoperto e aperto, dove poteva rannicchiarsi,
indisturbato, mentre organizzava i suoi piani.
Animali. Andò a guardare il villaggio degli operai. Animali. Non ho nessuna intenzione di
finire come voi. Non ho nessuna intenzione nessuna intenzione nessuna intenzione...
Si alzò dalla scrivania, malfermo sulle gambe, con gli occhi spalancati, e la bava che gli colava
dalla bocca. Strinse forte la pistola nella mano quasi paralizzata.
Spalancò la porta dell’ufficio e uscì barcollando sul cemento, in mezzo alle corsie che si
aprivano fra le pile di pacchi alte fino al soffitto. La bocca ridotta a una linea sottile. Continuò a tenere
la pistola puntata.
Sollevò il catenaccio metallico e tirò a sé una pesante porta. Emerse nella luce accecante del
sole e si mise a correre. Dalla casa filtravano ondate di terrore, che gli procurarono piacere. Corse più
forte. Cadde, perché le gambe erano fiacche. La pistola volò via. La cercò annaspando e si tolse di
dosso la polvere. Adesso vedremo, promise alle scimmie nella sua testa, adesso.
Si rialzò in preda alle vertigini. Cominciò ad avvicinarsi zoppicando alla casa.
Sentì un rombo nell’aria, una vampata di luce gli guizzò sulle guance e sugli occhi. Alzò lo
sguardo, sbatté gli occhi e vide la nave da carico.
Sei mesi.
Mollò la pistola e vi si lasciò cadere accanto, strappando come istupidito l’erba azzurrina. In
preda a una sorta di stordimento continuò a fissare la nave mentre scendeva, finché non prese terra, i
portelli si aprirono e ne uscirono degli uomini.
«Be’,» disse «questo taglia la testa al toro.»
E la sua voce era normale, anche se scoppiò a ridacchiare e a singhiozzare e ad agitare i pugni
nell’aria.
«Adesso starai bene» gli dissero mentre tornava verso la Terra. E gli iniettarono dei sedativi,
per calmarlo e aiutarlo a dimenticare.
Ma lui non dimenticò mai.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Appartamento a basso canone.
...
.
...
Titolo originale: Shipshape Home. 1952.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
«Quel portiere mi fa venire i brividi» disse Ruth quel pomeriggio, rientrando a casa.
Sollevai gli occhi dalla macchina da scrivere mentre lei appoggiava le buste sul tavolo e mi
guardava. Ero quasi al termine della seconda bozza di un racconto.
«Ti fa venire i brividi» ripetei.
«Già, proprio così» disse lei. «Quel modo sfuggente di muoversi. Sembra Peter Lorre, o
qualcuno del genere.»
«Peter Lorre» ripetei. Rimuginavo ancora la trama del racconto.
«Tesoro» mi supplicò. «Sto parlando sul serio. Quell’uomo è viscido.»
Emersi dalla nebbia creativa ammiccando.
«Amore, che diavolo ci può fare se si ritrova una faccia così?» le dissi. «Ereditarietà. Che
pretendi da lui?»
Lei si lasciò cadere su una sedia accanto al tavolo e cominciò a tirare fuori la spesa, impilando
i barattoli sul tavolo.
«Stammi a sentire» mi disse.
Sentii che era in arrivo. Quel tono grave e funereo di cui ormai non si rende nemmeno più
conto, ma che viene fuori ogni volta che sta per farmi una delle sue «rivelazioni».
«Stammi a sentire» ripeté. Con un’enfasi melodrammatica.
«Sì, cara» dissi. Appoggiai un gomito sulla custodia della macchina da scrivere e la guardai rassegnato.
«Levati quell’espressione dalla faccia» mi disse. «Mi guardi sempre come se fossi una bambina idiota o qualcosa del genere.»
Sorrisi, ma non mi riuscì un granché.
«Te ne pentirai» disse lei. «Una di queste notti, quando quell’uomo scivolerà in casa con un’accetta e ci farà a pezzi.»
«È solo un poveretto che si guadagna da vivere» obiettai. «Pulisce i corridoi, alimenta la stufa...»
«Abbiamo la caldaia a gasolio» ribatté lei.
«Se avessimo una stufa, lui la terrebbe accesa» dissi. «Cerchiamo di essere un po’
comprensivi. Fatica come noi. Io scrivo storie, lui pulisce i pavimenti. Come si fa a dire chi dei due è più importante?»
Lei assunse un’espressione avvilita.
«D’accordo» disse con un gesto rassegnato. «D’accordo, se non vuoi guardare in faccia i fatti...»
«Ma quali fatti?» la incalzai. Avevo deciso che era meglio tirarle fuori tutto prima che si trasformasse in un’ossessione.
I suoi occhi si strinsero. «Ascoltami bene» disse. «Quell’uomo ha un motivo, per trovarsi qui.
Non è un portiere. Non mi sorprenderei se...»
«Se questo appartamento fosse solo il paravento di una casa da gioco. Un nascondiglio per i nemici pubblici dal numero uno al quindici. Una fabbrica di aborti. Un covo di falsari. Un luogo di incontro per assassini.»
Lei era già andata in cucina a sistemare scatole e barattoli nella credenza.
«Va bene» disse poi. «Va bene.» Con quella voce paziente che voleva dire
se-poi-ti-ammazzano-non-venire-a-piangere-da-me. «Non dirmi che non ci ho provato. Se ho sposato
un muro, non posso farci niente.»
Mi avvicinai, la presi per la vita e la baciai sul collo.
«Piantala» disse lei. «Non riuscirai a confondermi. Il portiere è...»
Si voltò. «Stai parlando sul serio» le dissi.
Il suo viso si rabbuiò. «Tesoro, certo che parlo sul serio» disse. «Quell’uomo mi guarda in
modo strano.»
«Come?»
«Oh» fece lei, cercando le parole. «Come se stesse... pregustando qualcosa.»
Ridacchiai. «Non posso dargli torto.»
«Adesso sii serio.»
«Ti ricordi la volta in cui pensavi che il lattaio fosse un assassino prezzolato dalla Mafia?» le
chiesi.
«Non m’importa.»
«Leggi troppe riviste di fantascienza» dissi.
«Te ne pentirai» ribatté.
La baciai di nuovo sul collo. «Mangiamo» dissi.
Lei gemette. «Ma perché ti racconto sempre tutto?»
«Perché mi ami» risposi.
Lei chiuse gli occhi. «Ci rinuncio» disse calma, con la pazienza di un santo sul rogo.
La baciai. «Andiamo, tesoro, abbiamo già abbastanza problemi.»
Lei si strinse nelle spalle. «Oh, d’accordo.»
«Bene» dissi. «A che ora arrivano Phil e Marge?»
«Alle sei» rispose. «Ho preso del maiale.»
«Arrosto?»
«Mm-mm.»
«Pagherei per averlo.»
«L’hai già pagato.»
«In tal caso torno subito alla macchina da scrivere.»
Mentre buttavo giù un’altra pagina la sentii parlottare fra sé in cucina. Non riuscii a capire
tutto quello che diceva, ma il senso era minacciosamente profetico: «Uccisi nel nostro letto, o chissà
che cosa.»
«No, è stato proprio un colpo di fortuna» commentò Ruth quella sera, mentre cenavamo.
Io feci un sorrisetto d’intesa a Phil, che lo ricambiò.
«Lo penso anch’io» convenne Marge. «Chi ha mai sentito parlare di soli sessantacinque dollari
al mese per un appartamento ammobiliato di cinque stanze? Con tanto di cucina, frigorifero, lavatrice...
è fantastico.»
«Ragazze» intervenni. «Non divaghiamo. Approfittiamone.»
«Oh!» Ruth fece una mossettina graziosa con la testa bionda. «Se qualcuno ti dicesse, ecco un
milione di dollari per te, vecchio mio, probabilmente tu lo prenderesti.»
«Lo prenderei senza nessun dubbio» replicai. «E poi mi metterei a correre come un razzo.»
«Sei ingenuo» disse lei. «Credi che la gente sia... sia...»
«Affidabile» dissi.
«Credi che tutti siano come Babbo Natale!»
«È un po’ strano» disse Phil. «Pensaci, Rick.»
Ci pensai. Un appartamento di cinque stanze, nuovo fiammante, arredato in modo impeccabile,
stoviglie incluse... Mi mordicchiai le labbra. Ci si può anche perdere dietro una macchina da scrivere:
magari le cose stavano così. Annuii comunque. Capivo il loro punto di vista. Naturalmente non lo avrei
mai riconosciuto. Per sciupare il piacere dei piccoli scambi d’idee fra me e Ruth? No, mai.
«Io penso che sia troppo caro» dissi.
«Oh... signore!» Ruth la prendeva di petto, come sempre. «Troppo caro! Cinque stanze!
Mobilio, piatti, biancheria... un televisore! Ma che vuoi di più... una piscina?»
«Magari una piccola?» dissi docilmente.
Lei guardò Marge e Phil.
«Parliamone con calma» disse poi. «Facciamo finta che la quarta voce che sentiamo sia solo il
vento nella grondaia.»
«Io sono il vento nella grondaia» dissi.
«Ascoltatemi» tornò alla carica Ruth con i suoi sinistri presagi. «E se questo posto fosse tutta
una montatura? Voglio dire, se volessero la gente qui solo per nascondere qualcosa? Questo
spiegherebbe l’affitto. Vi ricordate come tutti si sono precipitati quando hanno cominciato ad
affittare?»
Phil e Marge lo ricordavano benissimo, e anch’io. L’unica ragione per cui eravamo riusciti ad
avere l’appartamento era che ci trovavamo a passare nei paraggi quando il portiere aveva appena
esposto il cartello di affitto. Entrammo di corsa. Ricordo ancora il nostro stupore e la nostra
contentezza, al momento dell’accordo. Ci sembrava Natale.
Fummo i primi inquilini. Il giorno dopo fu come l’assedio a Fort Alamo. Al giorno d’oggi è un
po’ difficile trovare un appartamento.
«Per me c’è qualcosa di strano» concluse Ruth. «E avete mai fatto caso a quel portiere?»
«Mi fa accapponare la pelle» contribuii, seriosamente.
«Ma è vero» disse Marge, ridendo. «Mio dio, sembra uscito da un filmaccio di serie b. Ha certi
occhi! Sembra Peter Lorre.»
«Lo vedi?» Ruth era trionfante.
«Ragazzi,» dissi, sollevando una mano in un gesto di fiacca pacificazione «se c’è qualcosa di
losco che sta avvenendo a nostra insaputa, allora lasciamo pure che avvenga. Non ci si chiede di
esserne complici, né di subirne le conseguenze. Viviamo in un bel posto pagando un modesto affitto.
Che vogliamo fare... andare a ficcarci il naso e rovinare tutto?»
«E se esistessero dei programmi che riguardano noi?» chiese Ruth.
«Quali programmi, tesoro?» chiesi a mia volta.
«Non lo so» rispose lei. «Ma ho una sensazione strana.»
«Ricordi quella volta in cui sentivi che il bagno era infestato dai fantasmi?» dissi. «Era un
topo.»
Lei cominciò a sparecchiare. «Anche tu sei sposata a un cieco?» domandò a Marge.
«Gli uomini sono tutti ciechi» rispose Marge, accompagnando in cucina la mia profetessa.
«Dobbiamo affrontare la realtà.»
Phil e io ci accendemmo una sigaretta.
«Adesso basta scherzare» dissi, quando fui certo che le donne non potevano sentire. «Tu pensi
che ci sia qualcosa che non va?»
Lui alzò le spalle. «Non lo so, Rick» rispose. «Però posso dirti una cosa... non capita spesso di
prendere in affitto un appartamento ammobiliato a un prezzo tanto basso.»
«Già» dissi. Già, pensai... realizzando all’improvviso.
Strano proprio.
La mattina dopo mi fermai a fare una chiacchierata con il poliziotto di quartiere. Johnson è
sempre in giro nella zona. Ci sono delle bande, mi ha detto, il traffico è sostenuto e bisogna tenere
d’occhio i bambini, specialmente dopo le tre del pomeriggio.
È un bravo ragazzo, ed è anche divertente. Ogni giorno, quando esco a prendere qualcosa, mi
fermo a parlare con lui.
«Mia moglie sospetta che nel nostro palazzo avvengano cose losche» gli dissi.
«Lo sospetto anch’io» rispose Johnson, molto serio. «Sono arrivato mio malgrado alla
conclusione che all’interno di quelle mura si costringono i bambini di sei anni a intrecciare canestri a
lume di candela.»
«Sotto la sferza di una vecchia megera pelle e ossa» aggiunsi.
Lui annuì tristemente. Poi si guardò intorno, con aria da cospiratore.
«Non ne parli con nessuno, le dispiace?» disse. «Voglio risolvere il caso tutto da solo.»
Gli diedi una pacca sulla spalla. «Johnson» gli dissi. «Il suo segreto è cucito dietro queste
labbra di ferro.»
«Le sono grato» disse lui.
Ridemmo.
«Come sta sua moglie?» chiese.
«È sospettosa» dissi. «È curiosa, indaga su tutto.»
«Come sempre» osservò. «Niente di strano.»
«Giusto» dissi. «Credo che le impedirò di leggere quelle riviste di fantascienza.»
«Che cos’è che sospetta?» chiese Johnson.
«Oh» feci, con una smorfia. «Sono solo supposizioni. Secondo lei l’affitto è troppo basso. Da
queste parti tutti pagano dai venti ai cinquanta dollari in più, dice lei.»
«È vero?» chiese Johnson.
«Pare di sì» risposi, dandogli per finta un pugno su un braccio. «Ma non lo dica a nessuno.
Non voglio perdermi un buon affare.»
Poi andai al negozio.
«Lo sapevo» disse Ruth. «Lo sapevo.»
Mi fissava intensamente da sopra un catino di panni umidi.
«Sapevi che cosa, tesoro?» le chiesi, appoggiando la risma di carta da copie che ero sceso a
comprare.
«Questo posto nasconde qualcosa» disse. Poi alzò una mano. «Non dire una parola» aggiunse.
«Ascoltami senza parlare.»
Mi misi a sedere e attesi. «Sì, cara» dissi.
«In cantina ho scoperto delle macchine» spiegò lei.
«Che genere di macchine, tesoro? Con le ruote e il motore?»
Lei strinse le labbra. «Andiamo, falla finita» disse, un po’ seccata. «Ho visto delle cose.»
Parlava sul serio.
«Sono stato laggiù anch’io, tesoro» dissi. «Come mai non ho mai visto nessuna macchina?»
Lei si guardò intorno. Non mi piacque il modo il cui lo fece. Era come se fosse davvero
convinta che qualcuno si nascondesse dietro la finestra e ci ascoltasse.
«Queste stanno sotto la cantina» disse.
La guardai perplesso.
Lei si alzò. «Accidenti! Vieni con me e te le faccio vedere.»
Mi tenne per mano mentre percorrevamo il corridoio diretti verso l’ascensore. Durante la
discesa rimase sempre vicina a me, con la faccia seria, stringendomi la mano.
«Quando le hai viste?» le chiesi, cercando di essere gentile.
«Ero andata laggiù a lavare i panni in lavanderia» rispose. «Ero in corridoio, mentre tornavo
con i panni puliti. Stavo per entrare nell’ascensore e ho visto una porta. Era socchiusa.»
«Sei entrata?» le chiesi.
Lei mi guardò. «Sei entrata» conclusi.
«Ho sceso i gradini e c’era della luce e...»
«E hai visto le macchine.»
«Ho visto le macchine.»
«Grosse?»
L’ascensore si fermò e le porte si aprirono. Uscimmo.
«Ti farò vedere quanto sono grandi» disse lei.
C’era una parete vuota. «È qui» disse.
La fissai. Tastai la parete. «Amore...» iniziai.
«Non azzardarti a dirlo!» scattò lei. «Hai mai sentito parlare di porte incassate nei muri?»
«Quella porta era nel muro?»
«Probabilmente il muro ci scivola sopra» disse lei cominciando a tastare la parete. A me
sembrava piena. «Dannazione» esclamò. «Già me l’immagino, quello che stai per dire.»
Non lo dissi. Rimasi semplicemente lì a guardarla.
«Perso qualcosa?»
Effettivamente la voce del portiere assomigliava un po’ a quella di Peter Lorre, bassa e
insinuante. Ruth, che non se l’aspettava, emise un rantolo. Io sussultai.
«Mia moglie pensa che ci sia una...» cominciai, nervosamente.
«Gli stavo facendo vedere come si attacca un quadro» si affrettò a interrompermi Ruth. «Si fa
così, caro.» Si voltò verso di me. «Devi mettere il chiodo inclinato, non dritto. Hai capito adesso?» Mi
prese la mano.
Il portiere sorrise.
«Ci vediamo» dissi, a disagio. Mentre tornavamo verso l’ascensore sentii che i suoi occhi
erano fissi su di noi.
Quando le porte si richiusero Ruth si girò di scatto.
«Buonanotte!» mi aggredì. «Ma che intenzioni avevi? Volevi insospettirlo?»
«Tesoro, ma che cosa...» Ero sbalordito.
«Lascia perdere» tagliò corto lei. «Laggiù ci sono delle macchine. Macchine enormi, le ho
viste con i miei occhi. E lui sa che ci sono.»
«Amore» dissi. «Perché non...»
«Guardami» disse lei improvvisamente.
La guardai fisso.
«Pensi che sia pazza? Andiamo, dillo. Non esitare.»
Sospirai. «Penso che tu abbia troppa immaginazione» risposi. «Leggi quelle...»
«Uh!» borbottò lei. Sembrava infastidita. «Sei peggio di...»
«Ti senti come Galileo» dissi.
«Ti farò vedere quelle cose» insisté lei. «Stanotte torneremo laggiù, quando il portiere dorme.
Ammesso che dorma, ogni tanto.»
Allora cominciai a preoccuparmi.
«Tesoro, falla finita con questa storia» dissi. «O finirò col crederci anch’io.»
«Bene» disse lei. «Benissimo. Credevo ti ci volesse un cataclisma.»
Rimasi per tutto il pomeriggio a fissare la macchina da scrivere, senza tirare fuori niente.
Se non preoccupazione.
Non riuscivo a capire. Parlava davvero sul serio? E va bene, l’avrei presa sul serio. Aveva
visto una porta che era rimasta aperta. Per caso. Questo era evidente. Se davvero sotto il palazzo ci
fossero state delle macchine enormi come sosteneva lei, allora si poteva scommettere che coloro che le
avevano costruite avrebbero fatto di tutto perché nessuno le vedesse.
Settima Strada Est. Un grande condominio. E sotto, delle macchine gigantesche.
Poteva essere vero?
«Il portiere ha tre occhi!»
Tremava, ed era bianca come un cencio. Mi guardava come un bambino che avesse appena
letto il suo primo racconto dell’orrore.
«Tesoro» dissi. L’abbracciai. Era spaventatissima, e anch’io provavo una certa paura. Ma non
certo che il portiere potesse avere un occhio di troppo.
All’inizio non dissi niente. Che cosa si può dire quando tua moglie se ne viene fuori con una
storia simile?
Continuò a tremare a lungo, poi parlò, con una voce piatta e timorosa.
«Lo so» disse. «Non mi credi.»
Deglutii. «Amore» fu tutto quello che riuscii a rispondere, sentendomi impotente.
«Stanotte andiamo laggiù» disse lei. «Adesso è diventato importante. È una cosa seria.»
«Non credo che dovremmo...» cominciai.
«Io ci vado» disse Ruth. Ora sembrava tesa, e un po’ isterica. «Ti dico che là sotto ci sono
delle macchine. Maledizione, ci sono delle macchine!»
A quel punto scoppiò a piangere, tremando tutta. Le accarezzai la testa e me l’appoggiai contro
la spalla «Va tutto bene, cara» dissi. «Va tutto bene.»
Cercò di spiegarmi tutto mentre piangeva, ma non ci riuscì. Più tardi, quando si fu calmata,
l’ascoltai. Non volevo che si agitasse di più e pensai che il modo migliore per farlo fosse quello di
prestarle ascolto.
«Ero giù nell’atrio» mi raccontò. «Ho pensato che nel pomeriggio fosse arrivata della posta.
Sai che ogni tanto il postino...»
Si interruppe. «Non importa. Ciò che importa è quello che è successo quando sono passata
accanto al portiere.»
«Che cosa?» chiesi, timoroso di ciò che mi aspettava.
«Mi ha sorriso» disse lei. «Conosci quel suo modo di sorridere. Dolce e assassino.»
Lasciai perdere, e non ribattei. Ero ancora convinto che il portiere fosse solo un tizio innocuo
con l’unica sfortuna di portarsi appresso una faccia simile a quella di Charles Addams.
«E allora?» le chiesi. «Che è successo?»
«Gli sono passata vicino. Mi sono sentita rabbrividire, perché mi ha guardato come se sapesse
qualcosa su di me che nemmeno io sapevo. Non m’importa cosa puoi dire... è quello che ho provato. E poi...»
Fu scossa da un brivido. Le presi la mano.
«Poi?» chiesi.
«Ho sentito che mi guardava.»
Avevo avuto la stessa sensazione quando ci aveva scoperto in cantina. Capivo ciò che
intendeva dire Ruth. Senti che ti sta guardando e basta.
«Va bene» dissi. «Ti credo.»
«Ma a questo non crederai» disse lei, cupa in volto. Per un attimo s’irrigidì sulla sedia, poi
aggiunse: «Quando mi sono voltata a guardare lui si stava allontanando.»
Sentii che stava arrivando al punto. «Non...» dissi fiaccamente.
«La testa era girata, ma lui mi guardava lo stesso.»
Deglutii e restai seduto accarezzandole la mano senza nemmeno rendermene conto.
«E allora, tesoro?» mi sentii dire.
«Aveva un occhio sulla nuca.»
«Amore» dissi. La guardai... ma sì, diciamola tutta, la guardai atterrito. Certe volte una mente
allo sbando può diventare tremendamente confusa.
Lei chiuse gli occhi. Ritrasse la mano dalla mia, e l’unì all’altra, stringendole forte. Serrò le
labbra. Vidi una lacrima tremolare sotto l’occhio sinistro e poi rotolarle lungo la guancia. Era
pallidissima.
«L’ho visto» disse con calma. «Quant’è vero dio, quell’occhio l’ho visto.»
Non so perché non interruppi quella conversazione. Immagino per una forma di
autolesionismo. In effetti volevo solo dimenticarmi tutta quella storia, fare finta che non fosse mai
successa.
«Come mai non l’abbiamo mai notato prima, Ruth?» le chiesi. «Ci è capitato diverse volte di
vedere la nuca di quell’uomo.»
«Davvero?» disse lei. «Davvero?»
«Tesoro, qualcuno deve averlo visto. Pensi che non ci sia mai stato nessuno alle sue spalle?»
«Aveva i capelli separati in due code, Rick» disse lei. «E prima di scappare via mi sono
accorta che erano tornati a posto, per questo non si poteva vedere.»
Restai seduto senza dire nulla. Che potevo replicare, a questo punto? Che cosa si può dire a
una moglie che ti parla in quel modo? Sei matta? Sei svitata? O il vecchio, abusato ‘hai lavorato
troppo’? Lei non aveva lavorato troppo.
Ma forse una forma di lavoro straordinario l’aveva fatto. Con la fantasia.
«Verrai giù con me stanotte?» mi chiese.
«D’accordo» le dissi pacatamente. «D’accordo, cara. Ma adesso perché non ti vai a sdraiare un po’?»
«Sto bene.»
«Tesoro, va’ a riposarti» le dissi, deciso. «Stanotte verrò giù con te, ma adesso voglio che ti riposi.»
Si alzò. Andò in camera e sentii le molle del letto cigolare mentre si sdraiava, tirava su le gambe e si abbandonava sul cuscino.
La raggiunsi dopo un po’ per metterle addosso un’imbottita. Stava fissando il soffitto. Non le dissi nulla. Non credo che volesse parlare con me.
«Che posso fare?» domandai a Phil.
Ruth dormiva. Ero scivolato via dalla stanza senza fare rumore.
«E se le avesse viste sul serio?» disse lui. «Non è possibile?»
«Già, certo» replicai. «E sai anche cos’altro è possibile.»
«Senti, vuoi andare a parlare con il portiere? Vuoi...»
«No» lo interruppi. «Non possiamo fare niente.»
«Vuoi scendere in cantina con tua moglie?»
«Se continua a insistere» dissi. «Altrimenti no.»
«Stammi a sentire» disse Phil. «Quando andate, veniteci a chiamare.»
Lo guardai incuriosito. «Vuoi dire che questa faccenda comincia a interessarti?» gli chiesi.
Lui mi fissò in uno strano modo. Vidi la sua gola che andava su e giù.
«Non... senti, non dirlo a nessuno» mi disse.
Si guardò intorno, poi si girò.
«Marge mi ha raccontato la stessa cosa» disse. «Ha detto che il portiere ha tre occhi.»
Dopo cena uscii a prendere un po’ di gelato. Johnson era di pattuglia in zona.
«Le fanno fare gli straordinari» gli dissi mentre mi veniva incontro.
«Temono problemi da parte delle bande locali» replicò.
«Io non ho mai visto nessuna banda» dissi distrattamente.
«Ci sono» disse lui.
«Mmm.»
«Come sta sua moglie?»
«Bene» mentii.
«Pensa sempre che il palazzo nasconda qualcosa?» chiese ridendo.
Deglutii. «No» risposi. «Sono riuscito a farle cambiare idea. Immagino che mi abbia solo preso
in giro per tutto il tempo.»
Il poliziotto annuì e mi lasciò all’angolo. Ma per chissà quale motivo, non riuscii a evitare che
mi tremassero le mani fino a quando non tornai a casa. E perdipiù non feci che guardarmi alle spalle.
«È ora» disse Ruth.
Borbottai qualcosa e mi girai su un fianco. Lei mi diede una gomitata. Mi svegliai piuttosto
stordito e automaticamente guardai l’orologio. I numeri fosforescenti mi dissero che erano quasi le
quattro del mattino.
«Vuoi andarci adesso?» le chiesi, troppo insonnolito per essere diplomatico.
Ci fu una pausa. Bastò a svegliarmi del tutto.
«Io vado giù» disse lei tranquilla.
Mi drizzai a sedere. La vidi nella penombra, e il cuore mi cominciò a battere un po’ troppo
forte. Mi sentivo la bocca e la gola secche.
«E va bene» dissi. «Dammi solo il tempo di vestirmi.»
Lei era già vestita. La sentii in cucina che preparava il caffè mentre io m’infilavo i vestiti. Non
c’era nessun rumore. Voglio dire, non sembrava che le tremassero le mani. E parlava anche in modo
lucido. Io invece, quando mi guardai nello specchio del bagno, vidi un marito spaventato. Mi sciacquai
il viso con l’acqua fredda e mi pettinai.
«Grazie» dissi quando mi porse la tazza di caffè. Rimasi lì nervoso davanti a mia moglie.
Lei non bevve il caffè. «Sei sveglio?» mi chiese. Risposi di sì con un cenno del capo. Notai la
torcia elettrica e il cacciavite sul tavolo della cucina. Finii il mio caffè.
«Va bene» dissi. «Facciamola finita con questa storia.»
Sentii che mi accarezzava il braccio.
«Spero che tu...» cominciò, poi si voltò dall’altra parte.
«Che cosa?»
«Niente» disse lei. «Sarà meglio che ci muoviamo.»
Quando uscimmo nel corridoio c’era un silenzio assoluto. Eravamo già a metà strada verso
l’ascensore quando mi ricordai di Phil e Marge. Lo dissi a Ruth.
«Non possiamo aspettare» obiettò lei. «Fra poco farà giorno.»
«Vado solo a vedere se sono svegli» spiegai.
Lei non disse nulla. Restò accanto alla porta dell’ascensore mentre io tornavo indietro nel
corridoio e bussavo piano alla porta del loro appartamento. Non vi fu risposta. Diedi un’occhiata in
corridoio.
Ruth non c’era più.
Sentii il cuore che batteva un colpo a vuoto. Anche se ero sicuro che non c’era nessun pericolo
in cantina, la cosa mi spaventava. «Ruth» la chiamai a bassa voce, e mi diressi verso le scale.
«Aspetta un secondo!» Era la voce di Phil che mi chiamava forte da dietro la porta.
«Non posso!» gridai di rimando, mentre mi precipitavo giù per le scale.
Giunto in cantina vidi la porta aperta dell’ascensore e la luce che proveniva dall’interno. Era
vuoto.
Cercai intorno un interruttore della luce ma non ne trovai. Cominciai ad avanzare lungo lo
stretto passaggio il più velocemente possibile.
«Tesoro!» bisbigliai con forza. «Ruth, dove sei?»
La trovai in piedi accanto a una porta nella parete. Era aperta.
«E adesso piantala di comportarti come se fossi pazza» mi disse con voce gelida.
Rimasi a bocca aperta e sentii una mano premuta sulla guancia. Era la mia. Aveva ragione.
C’erano delle scale. E in basso era illuminato. Sentivo dei rumori. Ticchettii metallici e strani ronzii.
La presi per mano. «Scusami» dissi. «Scusami.»
La sua mano si contrasse nella mia. «D’accordo» disse. «Adesso non ha più importanza. C’è
qualcosa di sospetto in tutto questo.»
Annuii, poi dissi: «Già» quando mi resi conto che al buio non poteva vedere il mio cenno del
capo.
«Scendiamo» disse.
«Non mi sembra una buona cosa» risposi.
«Dobbiamo sapere» affermò lei, come se l’intero problema fosse stato assegnato a noi.
«Ma laggiù ci sarà qualcuno» obiettai.
«Daremo solo un’occhiata» disse lei.
Mi tirò la mano. E probabilmente mi vergognavo troppo di me stesso per pensare di opporre
resistenza. Cominciammo a scendere. Poi mi colpì un’idea improvvisa: se Ruth aveva visto giusto su
quella porta, allora aveva visto giusto anche sul portiere, e in tal caso lui doveva avere davvero...
Provai un senso di distacco dalla realtà. Settima Strada Est, dissi di nuovo a me stesso. Un
condominio sulla Settima Strada Est. È tutto reale.
Ma non riuscivo proprio a convincermene.
Giunti in fondo ci fermammo. E rimasi lì a guardare. Macchine, sul serio. Macchine
fantastiche. E mentre le guardavo capii che razza di macchine fossero. Anch’io avevo letto qualcosa di
scientifico, in materia.
Provai un giramento di testa. Non ci si adatta facilmente a una cosa del genere. Essere
proiettato all’improvviso da un appartamento normale a quel... quel magazzino di energia. Ne rimasi
colpito.
Non so per quanto tempo restammo lì. Ma tutto a un tratto mi resi conto che dovevamo
andarcene, riferire tutto.
«Andiamo» dissi. Ci avviammo su per i gradini, mentre anche la mia mente lavorava come una
macchina. Produceva idee in modo rapido e convulso. Tutte idee strampalate... tutte accettabili, anche
la più incredibile.
Mentre percorrevamo il corridoio della cantina vedemmo il portiere che veniva verso di noi.
Era ancora buio, anche alla luce fioca del primo mattino. Afferrai Ruth e indietreggiammo fino
a nasconderci dietro un pilastro. Restammo lì col fiato sospeso, ascoltando il calpestio sordo dei suoi
passi mentre si avvicinava.
Ci superò. Aveva in mano una torcia, ma non proiettava il raggio di luce intorno a sé. Si
diresse senza esitare verso la porta aperta.
Poi avvenne.
Mentre passava davanti alla lama di luce della porta aperta si fermò. Aveva la testa voltata,
rivolta verso la scala.
Ma ci stava guardando.
Bastò a farmi esalare quel poco fiato che mi era rimasto. Rimasi lì a fissare quell’occhio che si
apriva sulla sua nuca. E anche se non aveva intorno una faccia, in quel dannato occhio c’era
l’espressione di un sorriso. Un sorriso crudele, sicuro di sé, spaventoso. Ci vide e ne fu divertito, ma
non si curò affatto di noi.
Oltrepassò la soglia e la porta si richiuse rumorosamente dietro di lui, mentre la parete di
mattoni scivolava e ce la nascondeva alla vista.
Restammo lì, scossi da un tremito.
«L’hai visto» disse alla fine Ruth.
«Sì.»
«Sa che abbiamo visto le macchine» disse lei. «Eppure non ha fatto niente.»
Stavamo ancora parlando quando l’ascensore salì.
«Magari non c’è niente di veramente strano» dissi. «Può darsi...»
Mi interruppi, ricordando quei macchinari. Sapevo che cos’erano.
«Che dobbiamo fare?» mi domandò Ruth. Io la guardai. Era spaventata a morte. Le misi un
braccio sulla spalla, ma ero molto spaventato anch’io.
«Faremo meglio a lasciare questo posto» dissi. «Al più presto.»
«Ma non abbiamo preparato nessun bagaglio» obiettò lei.
«Li faremo» dissi. «Ce ne andiamo prima che faccia giorno. Non credo che possano...»
«Possano?»
Mi chiesi perché mi fossi espresso così. Possano. Comunque doveva trattarsi di più persone. Il
portiere non poteva avere fabbricato da solo tutte quelle macchine.
Probabilmente era stato il terzo occhio a confermare le mie teorie. E quando ci fermammo da
Phil e Marge, e loro ci chiesero che cosa fosse successo, gli dissi quello che pensavo. Non credo che
Ruth ne restasse troppo sorpresa. Senza dubbio era arrivata anche lei alla stessa conclusione.
«Io credo che l’intero palazzo sia un’astronave» dissi.
Tutti mi guardarono allibiti. Phil accennò un sorriso, ma si fermò quando capì che non stavo
scherzando.
«Che cosa?» chiese Marge.
«Lo so che sembra assurdo» dissi, cominciando a esprimermi come mia moglie più ancora di
quanto non lo facesse lei «ma quelli sono motori di razzi. Non capisco come diavolo li abbiano portati
fin qui, ma...» scrollai le spalle, incapace di comprendere «ma posso affermare con certezza che sono
motori per razzi.»
«Questo non equivale a dire che è... un’astronave?» concluse fiaccamente Phil, passando a
metà frase da un tono affermativo a uno interrogativo.
«Sì» rispose Ruth.
Fui scosso da un brivido. Questo metteva la parola fine a tutta la faccenda. Ultimamente aveva
avuto ragione fin troppo spesso.
«Ma...» Marge alzò le spalle. «Che significa tutto questo?»
Ruth ci guardò. «Io lo so» disse.
«Che cosa, amore?» le chiesi, timoroso di farlo.
«Quel portiere» rispose lei. «Non è un uomo, lo sappiamo tutti. Quel terzo occhio fa di lui
un...»
«Vuoi dire che quel tipo ha tre occhi?» chiese incredulo Phil.
Annuii. «Ha tre occhi. L’ho visto io.»
«Oh mio dio» esclamò lui.
«Ma non è un uomo» ripeté Ruth. «Umanoide, sì, ma non un terrestre. Anzi, potrebbe essere
esattamente come ci appare... a parte l’occhio, ma potrebbe anche essere completamente diverso, al
punto da avere dovuto cambiare il suo aspetto. E avere aggiunto quel terzo occhio per tenerci sotto
controllo quando meno ce lo aspettiamo.»
Phil si passò una mano tremante fra i capelli.
«Tutto questo è folle» disse.
Si accasciò su una sedia, e lo stesso fecero le due donne. Io no. Mi sentivo a disagio a perdere
tutto quel tempo. Ero convinto che avremmo dovuto fare i bagagli e filarcela al più presto. Invece loro
tre non si sentivano in pericolo immediato. Alla fine decisi che non c’era niente di male ad aspettare
fino al mattino. Poi avrei raccontato tutto a Johnson, o a qualcun altro. Adesso non poteva succederci
niente.
«Tutto questo è folle» ripeté Phil.
«Ho visto quelle macchine» gli dissi. «Ci sono davvero. Su questo non c’è alcun dubbio.»
«Statemi a sentire» disse Ruth. «Probabilmente sono degli extraterrestri.»
«Ma di che stai parlando?» le domandò Marge in tono irritato. Mi resi conto che era spaventata
a morte.
«Tesoro,» intervenni poco convinto «hai letto un bel po’ di quelle orribili riviste di
fantascienza.»
Lei strinse le labbra. «Non ricominciare» disse. «Quando avevo dei sospetti su questo palazzo
hai pensato che fossi matta. E lo hai pensato anche quando ti ho detto di avere visto quelle macchine.
L’hai pensato ancora quando ti ho detto che il portiere aveva tre occhi. Be’, avevo ragione tutte e tre le
volte. Adesso dammi un po’ più di fiducia.»
Rimasi zitto, e lei proseguì.
«Ammettiamo che vengano da un altro pianeta» riformulò la frase a beneficio di Marge.
«Potrebbero avere bisogno di alcuni terrestri per un esperimento. Per osservarli» si corresse subito, non
so a beneficio di chi. L’idea di essere oggetto di un esperimento da parte di portieri con tre occhi
provenienti da un altro pianeta non aveva nulla di allettante.
«Quale modo migliore» stava dicendo Ruth «per procurarsi le persone che costruire un razzo a
forma di palazzo, affittare gli appartamenti a un prezzo basso e riempirlo rapidamente di gente?»
Ci guardò in faccia senza recedere di un millimetro.
«E poi,» aggiunse «semplicemente aspettare una mattina presto, quando tutti dormono e...
addio Terra.»
Mi girava la testa. Era un’idea assurda, ma che potevo dire? Il buonsenso mi aveva indotto a
dubitare per tre volte. Non potevo permettermi di farlo anche adesso. Non valeva la pena di correre il
rischio. E poi, dentro di me, in qualche modo sentivo che aveva ragione.
«Ma un palazzo intero,» stava dicendo Phil «come possono riuscire a... sollevarlo?»
«Se vengono da un altro pianeta saranno certamente secoli più avanti di noi nel campo dei voli
spaziali.»
Phil fece per replicare, ebbe un attimo di esitazione, poi disse: «Ma non assomiglia a
un’astronave.»
«Il palazzo potrebbe costituire un involucro intorno all’astronave» dissi io. «E probabilmente è
così. Forse la nave vera e propria comprende solo le camere da letto. È tutto quello che gli occorre. È lì
che si troverebbero tutti i residenti nelle prime ore del mattino...»
«No» affermò Ruth. «Non riuscirebbero a liberarsi dell’involucro senza attirare troppo
l’attenzione.»
Restammo tutti in silenzio, gravati da una densa nuvola di confusione e di paure indefinite.
Indefinite poiché non si può dare una forma alla paura quando non si sa nemmeno da che cosa sia
provocata.
«Statemi a sentire» disse Ruth.
A queste parole mi sentii rabbrividire. Ebbi voglia di dirle di farla finita con le sue orribili
premonizioni. Perché avevano fin troppo senso.
«E se fosse davvero un palazzo?» disse. «Se la nave fosse al di fuori del palazzo?»
«Ma...» Praticamente Marge non capiva più nulla. E se la prendeva proprio per questo. «Non
c’è niente al di fuori del palazzo, questo è evidente!»
«Quelli potrebbero essere molto più avanti di noi, in fatto di conoscenze scientifiche» disse
Ruth. «Forse sono riusciti a ottenere l’invisibilità della materia.»
Tutti trasalimmo all’unisono, almeno così mi parve. «Tesoro» dissi.
«È possibile?» chiese Ruth con decisione.
Sospirai. «È possibile. Solo possibile.»
Rimanemmo zitti. Poi Ruth disse: «Statemi a sentire.»
«No,» la interruppi «sta’ a sentire tu. Io credo che questa storia ci stia prendendo la mano. Però
ci sono delle macchine in cantina e il portiere ha tre occhi. Sulla base di ciò penso che faremmo molto
bene a filarcela. Adesso.»
Su quello convenimmo tutti.
«Sarà il caso di dirlo agli altri, nel palazzo» aggiunse Ruth. «Non possiamo lasciarli qui.»
«Ci vorrà troppo tempo» obiettò Marge.
«No, dobbiamo farlo» dissi io. «Tu prepara le valige, tesoro. Io penso ad avvisarli.»
Mi avviai verso la porta e afferrai la maniglia.
Che non girò.
Fui travolto da un’ondata di panico. La strinsi e tirai con tutte le forze. Per un attimo, mentre
cercavo di tenere a freno la paura, pensai che fosse chiusa dall’interno. Controllai.
Era chiusa dall’esterno.
«Che succede?» chiese Marge con voce tremante. Si poteva sentire l’urlo pronto a uscirle dalla
gola.
«Bloccata» dissi.
Marge boccheggiò. Tutti ci guardammo in faccia.
«È vero» disse Ruth, atterrita. «Oh, mio dio. Allora è tutto vero.»
Mi precipitai alla finestra. Poi la stanza cominciò a vibrare come se fosse in atto un terremoto.
I piatti presero a tintinnare e a cadere dalle mensole. Sentimmo una sedia che si capovolgeva in cucina.
«Che succede?» urlò di nuovo Marge. Phil la strinse a sé mentre cominciava a singhiozzare.
Ruth corse verso di me e rimanemmo lì, paralizzati, sentendo sotto i piedi il pavimento che fremeva.
«Le macchine!» esclamò Ruth all’improvviso. «Le stanno avviando!»
«Devono scaldarsi!» ipotizzai, ma senza esserne certo. «Facciamo ancora in tempo a
scappare!»
Lasciai Ruth e afferrai una sedia. Non so perché, ma ero sicuro che anche le finestre fossero
state bloccate automaticamente.
Scagliai la sedia contro il vetro. Le vibrazioni aumentavano d’intensità.
«Svelti!» gridai al di sopra del frastuono. «Verso la scala antincendio. Forse ce la facciamo!»
Sollecitati dal panico e dalla paura, Marge e Phil attraversarono di corsa il pavimento che
tremava. Praticamente li sospinsi fuori dalla finestra, attraverso lo squarcio nel vetro. Marge si strappò
la gonna, Ruth si ferì alle dita. Io passai per ultimo, infilandomi una scheggia nella coscia. Ero così
sconvolto che non me ne accorsi nemmeno.
Continuai a sospingerli mentre mi precipitavo lungo i gradini della scala antincendio. Il tacco
di una pantofola di Marge s’incastrò fra due grate e si staccò. La pantofola le scivolò dal piede. Lei
perse l’equilibrio, per poco non cadde lungo i gradini di metallo arancione. Era pallidissima, e il suo
viso stravolto tradiva tutta la sua paura. Ruth ciabattava rumorosamente con i suoi mocassini subito
dietro Phil. Per ultimo venivo io, che continuavo a incalzarli freneticamente.
Vedemmo altra gente affacciata. Sentimmo il rumore di finestre rotte, in alto e in basso. Una
coppia di anziani uscì di corsa dalla finestra e si mise a scendere, bloccandoci la strada.
«State attenti!» gli gridò Marge infuriata.
I due vecchi si girarono e le rivolsero un’occhiata impaurita.
Ruth si voltò verso di me, con il volto senza più colore. «Ci sei?» mi chiese affannata, con la
voce che le tremava.
«Arrivo» dissi ansimante. Avevo la sensazione che da un momento all’altro sarei crollato sui
gradini, che sembravano interminabili.
In fondo c’era una scaletta. Vedemmo la donna anziana lasciarsi cadere con un tonfo
assordante, e poi lanciare un grido di dolore quando le cedette una caviglia. Suo marito si chinò per
aiutarla a rialzarsi. Adesso il palazzo vibrava in modo molto più accentuato. Vedemmo nuvolette di
polvere che uscivano dagli interstizi fra un mattone e l’altro.
La mia voce si unì alla folla, che urlava all’unisono una sola parola: «Presto!»
Vidi Phil che si lasciava cadere giù. Per poco non andò a travolgere Marge, che singhiozzava
disperata. Mentre lui atterrava la sentii esclamare, con una voce quasi inarticolata: «Oh, grazie a dio!»,
poi entrambi si misero a correre lungo il vicolo. Phil si girò a guardarci, ma Marge lo tirò via.
«Lascia che vada io per primo!» dissi subito con decisione. Ruth si scansò e io mi appesi alla
scala, dondolando, poi mi lasciai cadere, sentendo una fitta alla pianta dei piedi e un leggero dolore alle
caviglie. Guardai su, protendendo le braccia per prendere Ruth.
Un uomo alle sue spalle stava cercando di spostarla, in modo da poter saltare giù prima di lei.
«Attenta!» gridai come un animale infuriato, improvvisamente incattivito dalla paura e dalla
preoccupazione. Se avessi avuto una pistola gli avrei sparato.
Ruth lasciò che l’uomo si calasse. Quello si rimise faticosamente in piedi, ansimando, e corse
via lungo il vicolo. Il palazzo tremava e oscillava sempre di più. Adesso l’aria era satura del rombo dei
motori.
«Ruth!» urlai.
Lei si lasciò cadere e io l’afferrai al volo. Recuperammo l’equilibrio e ci avviammo di corsa
lungo il vicolo. Respiravo a fatica, e avevo un forte dolore al fianco.
Mentre sbucavamo sulla strada vedemmo Johnson che si dava da fare per raggruppare la folla
di persone sparpagliate.
«Di qua!» gridava. «Restate calmi!»
Corremmo verso di lui. «Johnson!» dissi. «L’astronave, sta per...»
«Astronave?» ripeté lui, incredulo.
«La casa! È un’astronave! Sta per...» Il terreno fu scosso da un forte tremito.
Johnson si voltò per afferrare qualcuno che gli passava vicino di corsa. Io trattenni il fiato e
Ruth boccheggiò, portandosi le mani al viso.
Johnson ci stava ancora guardando; con il terzo occhio. Quello che aveva un sorriso dentro.
«No» disse Ruth, con voce scossa dal tremito. «No.»
Poi il cielo, che si stava schiarendo, divenne buio. La mia testa cominciò a girarsi di scatto a
destra e a sinistra. Le donne, terrorizzate, urlavano a pieni polmoni.
Guardai in tutte le direzioni.
C’erano delle pareti solide che stavano oscurando il cielo.
«Oh mio dio» esclamò Ruth. «Non possiamo scappare. È l’intero isolato.»
Poi i razzi si accesero.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Cuori solitari.
...
.
...
Titolo originale: Srl Ad. 1952.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
RAGAZZA VENUSIANA, SOLA, GRAZIOSA... DAVVERO, A LEI PIACE ESSERE SOCIALE, È TENERA E ALLEGRA NELLO STESSO TEMPO. AMEREBBE CORRISPONDERE CON TERRESTRE DAI GUSTI SIMILI.
LOOLIE, VILLA VERDE, VENERE.
.
5 luglio 1951
Cara Loolie, non so perché sto rispondendo al tuo annuncio, ma sono troppo stanco per preoccuparmene. Hai mai passato una notte a studiare calcolo astrofisico? Be’, io l’ho appena fatto e sono proprio fuori uso. Perciò colgo al balzo il tuo annuncio. Ma che diavolo, non ha poi tutta questa importanza. Ho deciso di rilassarmi standomene seduto per una mezz’oretta prima di andare a dormire e ho una gran voglia di mandare in tilt la mia grossa macchina da scrivere, così eccomi qui con una tazza di brasileiro... Non m’interessa se vivi su Venere o su Plutone o in una piccola capanna di paglia a Kehalick Kahooey, Hawaii. Spero solo che tu non voglia vendermi qualcosa.
Vedi, sarebbe interessante sapere se c’è veramente qualcuno su Venere o su Marte o su una qualsiasi di quelle dannate palline rotanti che se la spassano intorno al vecchio Sole. Okay. Diciamo che non sai niente della Terra. Insomma, non sai un beato piffero. È un modo di dire nostro.
Non ti alletta già l’idea di venire sulla Terra, graziosa venusiana sola? A che gioco giochi, vecchia mia? Che vuoi dire di preciso? Ti piace essere sociale?
Approfondirò la cosa, perbacco. Graziosa... davvero: cosa significa? Quanto a me: grazioso... no.
Ma anch’io sono un tipo allegro nello stesso tempo. Mi sveglio a notte fonda e mi sento allegro nello stesso tempo per tutta la casa. Specialmente se Willy (il mio compagno di stanza) e io ci siamo scolati qualche bicchierozzo di quella birra formidabile che dicono sia ricavata dal grano maturo.
Ce l’avete la birra su Venere?
Venere. Venere. Un tocco di Venere. È uno spettacolo musicale che va in onda da queste parti.
Venere era la dea dell’amore, mi pare. Assomigli a Mary Martin? Immagino di no. Se per caso fossi
come Ava Gardner... tieni pronta quell’astronave, Sam, faccio i bagagli e parto.
Chi sono? Chi è questo ragazzaccio scostante che comunica con una vena quasi faceta? Che
illumina i tuoi poveri occhi con queste sconsiderate amenità?
Mi chiamo Todd Baker. Seguo il corso di astrofisica qui all’università di Fort, Indiana.
L’università è finanziata da un vecchio, ricco coglione che ha perso la testa per il mondo prosaico di Fort.
Lo sai, mi viene in mente proprio adesso che se tu stessi davvero su Venere... però continuo a
dimenticarmelo perché penso che sia solo un mucchio di... ah, ah!
Comunque, se tu stessi davvero lassù, sul nebbioso pianeta fantasma, non riusciresti a trovare
né capo né coda nelle mie sconnesse farneticazioni.
Così, tanto per avere un punto di riferimento, e come esercizio mentale, farò finta che tu stia
lassù. Distanza media dal Sole 67,2 milioni di miglia, eccentricità .0068, inclinazione sull’ellittica 3°
23’ 38”.
Pardon. Mi sono lasciato trascinare dai numeri che mi rimbalzano nella zucca come cavallette
ubriache. È così che ci si sente dopo un po’. Integrali. Differenziali. Funzione di una funzione. Tieniti
alla larga, ragazza mia. Meglio sentirsi soli su Venere.
Sono un maschio. Sono sano, anche se quanto ho scritto fino a ora può far credere il contrario.
Sono iscritto all’università di Fort da tre grotteschi anni e mi sto preparando per un’esistenza di
favolosa oscurità studiando quelle punte di spillo nell’oscurità che qualcuno ha avuto il coraggio di
piazzare lassù.
Non potevo fare l’idraulico? Un grido nella notte. Non sono io. Io devo infilare un termometro
nel gargarozzo delle stelle e fare una diagnosi... mmm, il paziente sta invecchiando. Gli restano da
vivere solo 95 miliardi di anni.
Okay. Niente distrazioni, allegri nello stesso tempo, e niente infelici metafore, né brillanti
sproloqui.
Questa è la Terra. Ha un diametro di 7900 miglia. Non mi chiedere perché, è un segreto.
Sono un terrestre dai gusti simili. Ho 26 anni. Questo significa che subisco un processo di
invecchiamento fisico e mentale (be’, comunque fisico) da 26 x 365 giorni. La Terra impiega 365
giorni per girare intorno al Sole, e un giorno consiste in una rivoluzione della succitata intorno al suo
asse.
Sulla Terra, su questo continente, il pezzo di terreno di questo emisfero che Davey Jones ha
ritenuto di non occultare nel suo riverito cassetto, c’è un Paese chiamato Stati Uniti d’America. Qui c’è
l’Indiana. Nell’Indiana c’è Fort. A Fort c’è l’università di Fort. Nell’università ci sono io. In me c’è
l’idiozia di scrivere a ogni ragazza che sostiene di abitare su Venere.
Te lo dico io che farò.
Tu parlami di Venere. Da qui in basso non riusciamo a vederlo, sai. Qualcuno, lassù, sta
fumando un sigaro stramaledettamente grande.
Perciò tu forniscimi un po’ di numeri su Venere. Magari potresti anche mandarmi qualche
campione di roccia, piante, terra e via dicendo. Che ne dici? Ti ho fregato, eh?
Comunque, anche se sei solo un burlone di Madre Terra o di chissà dove, scrivimi due righe
quando ti gira il ghiribizzo.
Adesso me ne vado a nanna. Una bella nottata di sonno, quattro ore filate.
Ritiro tutto. Willy sta russando.
Saluti dalla palla verde che gira.
Todd Baker
1729 ‘J’ Street
Fort, Indiana
7 luglio 1951
Oh caro Toddbaker,
è stato bello sentire di te.
Sono grata in eterno. Che bravo. Come vorrei avere un libro per traduzione più nuovo qui non
c’è però. Capisci? Perdonami caro.
Ho ricevuto il tuo messaggio. Veloce è stato veloce, portato dai miei guardiani. Tanto contenta
che hai scritto il messaggio a Loolie. Solo il tuo ho ricevuto. Non potevo essere contenta se non c’era
neanche una risposta. Ho fatto grande sforzo per mettere avviso su di me dove tu lo hai visto. Era in
buono inglese che dici?
C’è molto di che io non capisco nel tuo messaggio. Libro di traduzione è vecchio sai.
Non c’è tazza di brasileiro. Nemmeno riverito è aggettivo così comune. O succitata. O
Kehalick Kahooey, Hawaii. Cos’è un pianeta?
Sono qui. Su &l§%. Quello che voi chiamate Venere. Beato piffero. Modo di dire, giusto? «Tu
sei caro a me».
Oh, certo sì, io amo la Terra. Ma di più amo Toddbaker. Io non pensavo per me di stare lì con
te dopo... aspetta. Devo cercare la parola che è giusta. Dopo... matrimonio. No!
No. Io avevo pensato che tu venivi al mio pianeta. Ma dopo c’è tempo per decidere questo.
Non c’è problemi vero caro?
Sociale. Questo è sbagliato lo vedo adesso. Io sono socievole. Posso avere tanti bambini. Dieci
in una volta sola. Tu sarai orgoglioso.
E graziosa... sì. Io sono graziosa. E tu io lo so sarai bellissimo. Lo so. Avremo così tanta di
felicità. Oh! «Mio caro è bello di saperlo.»
Io non sono una dea dell’amore. Ma amo te... come mai? Questa sembra non una domanda. Ma
nel libro di traduzione c’è sempre un ‘?’ dopo come mai. È così?
Sono contenta che possiedi un compagno di stanza. È naturale che lui non può stare qui con
noi su &l§%. Però in caso che Willy, come tu lo chiami, vuole un’altra ragazza venusiana solitaria io
posso fare. Conosco tante di loro. Tutte belle uguale... sì come io sono bella. Sì.
Mary Martian? Io non lo sapevo che il tuo pianeta scambiava messaggi con Quarto da CU.
Non avevamo creduto che ci si può vivere. Questo è anche buono. Io lo ho detto ai nostri che
conoscono il cielo. Loro sono contenti di saperlo. Davey Jones e Ava Gardner non sono conosciuti. Chi
è Sam?
Oh caro tu non sei scostante. Io lo so che tu sei la bellezza. Noi saremo belli con l’altro tutti
insieme.
Come mi piace. Tanti bambini. Cento. Mio...! Ho dimenticato.
Fort, a me non è conosciuto. Ho scelto un posto mettendo il dito e ho detto ai miei guardiani
che andavano giù a raccontare che sono sola. Sono la prima che ci prova. Se funziona bene e ha
funzionato bene... sì. Allora io racconterò alle altre come me. Ho duecento e sette sorelle. Carine. Tutte
graziose. Ti piaceranno quando loro ti vedono.
I numeri che hai detto non sono tutti giusti. Ma che importa. Ti metto qui un’altra pagina di
note. Vedi come sono fatte. Formule, leggi e verità che contano qui. In una scatola ti mando qualche
campione di roccia e così via.
Io ho L. Questo vuole dire credo 8.5 con i vostri numeri. Sono molto giovane. Spero che non ti
importa di sposarti con una così... bambina. Già posso fare figli. Duecento almeno.
E adesso dovrò mandare questo messaggio dalla tua Loolie. Verrò presto a prenderti. Certo ti
piacerà di più su &l§% che sulla vostra terra gelata dove manca il caldo e l’aria abbastanza. Qui è tanto
pieno caldo in tutto U’U’... anno come voi parlate. 224,7 giorni. Quasi.
Ora. Caro Toddbaker. Qui c’è un arrivederci per questa volta. Presto vengo io. Quanto felici
saremo? Sì. Mio caro è l’amore che io ti mando, un bacio.
Loolie
A:
The Saturday Review
Reparto annunci personali
25 West 45th Street
New York 19, New York
10 luglio 1951
Egregio Signore,
vorrei rivolgerle una domanda in merito a un annuncio pubblicato sul vostro numero del 3
luglio, firmato da una certa ragazza venusiana sola.
Ho scritto a questa persona che sostiene di risiedere sul pianeta Venere. Naturalmente ho
presunto che si trattasse di una battuta di spirito.
Due giorni dopo avere spedito la mia lettera ho ricevuto una risposta. Il fatto che questa lettera
sia scritta in modo sconclusionato non prova nulla, in sé e per sé. In ogni caso, insieme alla lettera mi
sono giunti un foglio di calcoli statistici matematici e una scatola contenente minerali e piante che
questa cosiddetta «ragazza venusiana» sostiene provenire dal suo pianeta.
Un professore della mia università – Fort – sta attualmente esaminando i campioni e
verificando le statistiche. Non è ancora giunto ad alcuna conclusione.
Però io sono virtualmente certo che quei campioni siano di una varietà sconosciuta sulla Terra.
In effetti provengono da un altro pianeta. Su questo non ho quasi nessun dubbio.
Vorrei sapere in che modo questa persona, o chiunque sia, è riuscita a comunicare con voi e a
far pubblicare il suo annuncio sul vostro giornale.
In base alle vostre stesse disposizioni, mi sembra che questo annuncio, proprio per come si
presenta, fosse ben lontano dall’essere un comunicato di ‘natura decorosa’.
Questa ‘ragazza venusiana’, che si chiama Loolie, dice di volermi sposare... vorrebbe venire
qui e portarmi via.
Confido in una risposta sollecita.
L’argomento mi sta molto a cuore.
La ringrazio e la saluto cordialmente.
Todd Baker
1729 ‘J’ Street
Fort, Indiana
11 luglio 1951
Egregio signor Baker,
rispondo alla sua lettera del 10 u.s. Dobbiamo confessare di non capire affatto che cosa
significhi. Nel nostro numero del 3 luglio non compariva nessun annuncio simile a quello di cui lei ci
parla.
Sono dell’opinione che lei sia stato vittima di qualche scherzo di cattivo gusto.
Comunque siamo in contatto con uno dei nostri incaricati a Fort, il quale sta approfondendo la
questione.
Nel caso desiderasse ulteriori delucidazioni, non esiti a telefonarci.
Cordiali saluti
J. Linton Freedhoffer
(per il Direttore)
Professor Reed,
ho fatto un salto a trovarla, ma ho visto che lei non era in ufficio.
Qualche novità?
Comincio seriamente a preoccuparmi. Se lei scopre che quei campioni sono autentici come
sembrano, allora sono nei pasticci. Mi vengono i brividi ogni volta che penso agli incredibili poteri che
deve possedere quella Loolie. Come sia riuscita a far pubblicare il suo annuncio sul SR proprio non
riesco a immaginarlo.
Spero vivamente che sia tutto uno scherzo.
Ma se non lo fosse...
Le sarei grato se mi informasse non appena sarà giunto a una conclusione certa.
Todd Baker
1729 ‘J’ Street
Fort, Indiana
Todd, ragazzo mio
ha chiamato il professor Reed.
Ha detto di avere accertato che i campioni (o quello che diavolo possono essere) sono
autentici. Provengono davvero da un posto che non è la Terra. Ma chi vuole prendere in giro? Ops,
scusa amico.
Comunque il vecchio dice di andarlo a trovare a casa stasera per parlarne. Che fai, il suo
cagnolino? Vergognati!
Per cena sono fuori.
Il tuo adorante compagno di stanza
L’eterna matricola
Willy
P.S. È arrivata una lettera per te.
11 luglio 1951
Oh caro Toddbaker,
pensa! Quanto è fortunato. Ho trovato una nave speciale. Adesso posso venire dritta lì domani.
Ho felicità. Prepara le valigie, caro. Sto venendo per portarti via con me. Sono così contenta. Per favore
sbrigati.
Con tutto,
Loolie
Loolie!
No! Non puoi farmi questo! Io sono un terrestre. Lascia che lo rimanga. Resta lontana. Non
andrò da nessuna parte con te. Ti ho avvisata! Per favore, stammi lontana!
T. Baker.
P.S. Mi sono procurato un fucile! Attenta!
(Dal Fort Daily Fortune del 13 luglio 1951)
GLOBO VOLANTE AVVISTATO
SUL CAMPUS DELL’UNIVERSITÀ
Non meno di trenta studenti e cittadini di Fort sostengono di avere avvistato ieri sera un globo
che volava sopra la città. Secondo le loro testimonianze, il globo è rimasto sospeso sopra il campus
dell’università per almeno dieci minuti. Poi si è diretto verso la periferia ed è scomparso.
Caro diario,
ecco, sono tornata. Non capisco. Mi sono illusa, davvero. Mi sembra così strano.
Ho fatto tanta fatica per pubblicare l’annuncio sul giornale terrestre. E poi questo Toddbaker si
è anche preso la briga di rispondermi. E io pensavo, ecco, finalmente ho un compagno! Lui sembrava
così carino e interessato.
Ma santo cielo! Quando gli ho detto che stavamo per unirci ha protestato come se fosse
qualcosa di tremendo. C’è un senso in tutto questo? Io credevo che fosse solo un po’ timido, come tutti
i maschi smidollati che ci sono qui.
Così, nella terza fase, sono salita a bordo della nave (che ero riuscita a procurarmi con
tantissima fatica). Sono arrivata lì in circa sette eks.
Sono rimasta un po’ meno di mezzo ek, sospesa sopra un posto verde con delle strutture molto
alte. Con l’aiuto del protovisore ho localizzato le onde di Toddbaker e mi sono diretta verso la sua ‘J’
Street.
Sono atterrata dietro la sua struttura personale.
Sono uscita e ho raggiunto il suo posto. Ho sentito la sua presenza con il mio proto portatile.
Le onde giungevano liberamente attraverso un buco quadrato in alto sul muro.
Ho attivato la mia cintura ad aria e sono salita in volo fino a lì. Poi sono entrata nel buco. Ho
faticato tanto a entrare.
E c’era lui.
È stato un colpo!
Teneva in mano una cosa lunga e scintillante e la puntava verso di me. Ma poi l’ha lasciata
cadere a terra e ha detto qualcosa.
Io non capisco come facciano questi terrestri a comunicare fra loro. Era una specie di
gorgoglio assurdo e gli rimaneva dentro. Mi ha fissato e la cavità della voce si è allargata. Poi si è
aperta ancora di più e ha mostrato i denti.
Poi i suoi organi visivi posti nella parte superiore sono rotolati all’indietro e sono scomparsi.
Immagino che sia successo per via della mia nuvola d’aria. Ha allungato le braccia verso di me e ha
fatto un passo in avanti.
Ma poi è caduto per terra con un rumore stridulo. Ha detto... mamma.
Mi sono avvicinata e l’ho esaminato.
Santo cielo!
Non era per niente ‘dai gusti simili’. Non c’era proprio modo di farci nulla. Era così fragile e
pallido. Dubito molto che la loro razza possa sopravvivere. Non con una forma come quella. È così
piccola.
Così l’ho lasciato lì, poverino.
E prima ero così felice. In questo momento mi sento di nuovo sola. Voglio un compagno.
E adesso che posso fare? Niente, credo. Be’, forse una cosa sì.
...
20 luglio 1951. Cara signora Baker, credo sia meglio che lei venga qui e si riporti Todd a casa. È conciato piuttosto male. Non frequenta più le lezioni e non mangia niente. Tutto quello che fa è starsene seduto in camera e guardarsi in giro. In tutta la settimana ha dormito solo poche ore, e quando si addormenta parla da solo, nominando una certa Louie. Non conosciamo nessuna Louie. Oggi pomeriggio ho trovato nel cestino il biglietto che le accludo. Io non ci capisco niente. Ma è meglio che lei si riprenda Todd. Mi scusi, vado di corsa.
Willy Haskell.
.
(Accluso).
Egregio signore, ci spiace informarla che il suo annuncio personale non può essere accettato per la nostra rubrica di inserzioni. Glielo restituiamo allegato alla presente. (Allegato)
Loolie: mi dispiace. Non sapevo che fossi così grande e bella. Non è che torneresti qui da me? Ti aspetto. Con amore, Todd.
.
RAGAZZA VENUSIANA, SOLA, GRAZIOSA... DAVVERO, A LEI PIACE ESSERE SOCIALE, È TENERA E ALLEGRA NELLO STESSO TEMPO. AMEREBBE CORRISPONDERE CON MARZIANO DAI GUSTI SIMILI.
LOOLIE, VILLA VERDE, VENERE.
...
.
...
Fine.
...
.
...
I diseredati.
...
.
...
Titolo originale: The Disinheritors. 1952.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Lasciate che vi parli di una delle ultime persone che andarono a un picnic insieme al proprio
marito, tale George Grady.
Questa persona si chiamava Alice, aveva i capelli biondi e una mente tutta particolare. Aveva
ventotto anni, e suo marito trentadue. A volte amavano sognare a occhi aperti, come fanno quasi tutti.
Non è per questo che andarono al picnic, ma vale la pena di ricordarlo.
George era un impiegato comunale. Questo significava lavorare sei giorni alla settimana e
averne uno solo libero. La settimana in cui andarono al picnic, il giorno libero era mercoledì.
Così quel mercoledì mattina Alice e George si alzarono molto presto, addirittura prima che il
loro gallo elettrico annunciasse l’alba. Parlottarono mentre si lavavano e si vestivano, poi scesero in
cucina.
Fecero colazione e prepararono dei panini e dei sottaceti affettati, e George tirò fuori dei tuorli
d’uova bollite, li mischiò con il pepe e altri condimenti e poi infilò il tutto nuovamente nei gusci,
convinto di aver fatto un capolavoro.
Quindi, dopo aver avvolto accuratamente tutti i panini in carta cerata e aver riempito il thermos
di caffè bollente, uscirono dalla loro casetta.
La loro automobile li attendeva nell’aria frizzante del primo mattino. Ammucchiarono ogni
cosa nel suo interno umido e oleoso e si allontanarono scoppiettando verso la campagna, su e giù per
valli e colline. Guidarono finché non ci furono più cartelli, il che significa un bel pezzo di strada da
qualsiasi città.
Giunti al punto in cui la natura aveva un ultimo sussulto di vita prima di andare a morire nel
prossimo centro abitato, George uscì dall’autostrada e imboccò una vecchia strada costeggiata da erba
alta, cespugli e alberi carichi di foglie.
Alla fine girò il muso della fida utilitaria verso un folto boschetto. Spense il motore e distese
una coperta sul terreno, nel punto in cui si poteva vedere un laghetto dalla superficie limpida.
Poi sedettero e ammirarono l’opera di Dio, facendo gli opportuni commenti. Alice tirò su le
ginocchia sottili e circondò il marito con braccia altrettanto sottili. George si tolse il cappello e si diede
una sistemata alle poche ciocche di capelli che gli rimanevano dei capelli. Come di consueto intrattenne
Alice con i racconti sui colleghi di lavoro, dicendole che tipi ameni fossero. Alice non era interessata. E
se è per questo nemmeno lui.
Dopo un po’ mangiarono le provviste che avevano nel paniere a rete, fecero schioccare le
labbra e dissero che non c’era niente di più bello che mangiare in campagna. George mangiò cinque
panini e ruttò verso nord.
Poi, pieno fino al mento, emise un immenso grugnito, si allentò la cintura e si rotolò sulla
schiena. Sbadigliò e, con la bocca piena di denti d’oro, annunciò che aveva intenzione di dormire per i
prossimi due anni.
«Facciamo una passeggiata e vediamo il panorama» disse invece Alice. «Ci serve anche per
digerire tutto quel cibo che abbiamo mangiato» aggiunse. Poi disse che era un delitto non approfittare
di tanta bellezza, e che quel posto era grandioso, proprio grandioso. Chiese a George se avesse sonno e
lui rispose di sì.
Allora si alzò chiocciando tutta offesa.
Lo lasciò che russava, uscì dalla radura e imboccò un sentiero circondato dalla vegetazione.
Era una giornata calda. Il sole accarezzava la terra con le sue mani piene di calore. Sopra di lei
un venticello frusciava fra le foglie e il brusio del bosco era come un canto. Gli uccelli cinguettavano e
poi svolazzavano via, e Alice era tutta presa dalla sua passione per la natura. Saltò e cantò.
Giunse a una collina e la risalì col passo accucciato da montanaro. Giunta in cima si piantò i
pugni magri sui fianchi e guardò la foresta che si stendeva nereggiante davanti a lei, come se le
appartenesse.
Le sembrava di vedere un oscuro auditorio il cui pubblico erano gli alberi silenziosi, come in
attesa che avesse inizio uno spettacolo. Sotto quel folto tappeto di chiome verdeggianti la luce non
penetrava.
Alice batté le mani in una muta contentezza e ridiscese lungo un sentiero che sembrava
spuntare dal nulla, come in effetti era. Le foglie mormoravano incantesimi sotto i suoi piedi.
In fondo al sentiero trovò un piccolo ponte di mattoni sospeso su un torrente che gorgogliava e
ribolliva sulle pietre lisce.
Alice si fermò sul ponte e guardò giù, verso il torrente cristallino. Si vide riflessa come in uno
specchio liquido: l’immagine si formava, esplodeva, poi si riformava di nuovo. Lei si mise a
ridacchiare.
Mi sono persa nel bosco, si disse. Sono come la piccola Riccioli d’oro e mi sono persa nel
vecchio bosco cattivo.
Rise come una bambina, arricciando il viso smunto.
Poi si domandò come diavolo avesse ripensato a Riccioli d’oro dopo tanti anni. Aggrottò la
fronte, e le sopracciglia sembrarono impegnarsi in un consulto. Le cellule del cervello lavoravano duro.
Lasciò perdere.
C’era stato un errore.
«Io sono Riccioli d’oro» si mise a canticchiare mentre si voltava e si lasciava alle spalle il
ponte malsicuro.
Poi si bloccò e gemette.
«Mio dio» disse.
C’era una casetta nell’ombra di una radura, proprio ai piedi del bosco. «Strano» disse Alice,
rivolta a nessuno. «Prima non l’avevo vista. Forse l’ombra me la nascondeva? E non l’ho vista
nemmeno dalla cima della collina.»
Infatti non l’aveva vista.
Alice imboccò il vialetto cosparso di foglie e rami, diretta verso la casetta.
Una parte di lei si mise all’erta, avvertendo che c’era qualcosa di strano. Proprio lì aveva detto
di essere Riccioli d’oro. E subito dopo ecco apparire una casetta, e se non era la casa dei tre orsi, allora
cos’era?
Avanzò a passi timidi, quasi impauriti. Poi si fermò.
Era una casa assai graziosa. Proprio come quelle delle favole, con le grondaie, le soglie e le
finestre tutte intagliate. Alice rimase di stucco e raggiunse saltellando la casa, sentendosi più giovane.
Mentre sbirciava da un vetro polveroso decise di adottare la parlata dei bambini.
«O mamma mia,» squittì «ma questa è una casetta proprio carina.»
Non vedeva molto bene dentro. Le finestre erano opache. Andrò alla porta. Il pensiero si
organizzò da solo dalla massa incoerente che era il suo cervello. Convinta che il pensiero fosse suo si
diresse verso la porta.
La toccò e quella si aprì da sola. Che bello, pensò, e scrutò l’interno.
Era proprio come l’illustrazione del suo libro di Riccioli d’oro, che ormai non leggeva più da
vent’anni.
Venti? L’incredibile verità diminuì il suo piacere. Alice mise il broncio di fronte
all’inclemenza del tempo.
Poi disse: «Non ci voglio più pensare. Voglio essere felice.»
Così la piccola Riccioli d’oro entrò nella casetta e proprio in mezzo alla stanza vide tre sedie.
«Be’, che mi prenda un colpo» disse Alice, che non sempre sapeva conservare lo spirito giusto.
Osservò incredula le tre sedie.
Ce n’era una grossa, una media per la mamma e la terza per il piccolo.
«Ulp» disse Alice.
Si guardò intorno. Tutto combaciava. Era sbalordita. Non era uno scherzo, ed era assurdo. Ma
vero, quant’era vero che lei fosse lì.
Alice andò verso la sedia grossa. Si domandò che senso avesse quella storia. Ovviamente non
poteva saperlo.
Le sue labbra giocherellarono con l’idea di sorridere mentre si issava agilmente sul bordo della
sedia del papà. Una mezza risatina rimosse la serietà che le imbruttiva il viso. Si sentì di nuovo
giovane. Sono la piccola Riccioli d’oro e ucciderò il primo bastardo che lo negherà.
Si guardò intorno con le labbra che armeggiavano per reprimere un sorriso di maligno piacere.
Non mi piace questa sedia, pensò. Non mi piace perché sono Riccioli d’oro e non è previsto che mi
piaccia.
Saltò su a sedere con uno scatto.
Sono davvero Riccioli d’oro, pensò. E sto vivendo la sua storia tale e quale.
Fu un pensiero che fece venire le vertigini alla signora Alice Grady, sposata da un decennio,
senza figli, con i capelli che già s’ingrigivano e un mondo di sogni che la vita aveva calpestato.
«Questa sedia non mi piace» affermò.
E stranamente non le piaceva davvero, così si alzò. La colpì il fuggevole pensiero che George
sarebbe rimasto affascinato da quel posto. Be’, era colpa sua, che passava la vita a dormire. E lei non si
poteva biasimare per pensarla così.
Alice si domandò per un attimo chi fosse il proprietario di quella casetta. Era forse una mostra
di qualche ditta che fabbricava pellicce? O di una che fabbricava sedie? «Eh?» chiese, ma le pareti
risposero di no.
Andò alla finestra e guardò fuori.
Non vedeva benissimo, ma notò che si stava facendo buio.
Però c’erano ancora piccoli raggi di luce che sbucavano da sopra la cima degli alberi e
giungevano fino a terra. Alice fissò quei nastri dorati che trafiggevano l’oscurità. Sospirò. Era una
favola, non c’erano dubbi. L’irrealtà che diventa reale.
Questo la spaventò.
Perché agli uomini non interessa l’irrealtà che diventa reale. Insinua nelle loro menti ben
pasciute, capite, qualcosa che assomiglia molto alla paura della fame. Preferiscono la logica immobilità
dell’attesa.
Solo in certe occasioni si svegliano, lasciando libera l’immaginazione.
È allora che li si può catturare.
Così, atterrita da un’ansia senza forma, Alice picchiò i talloni sulla porta, che si aprì
facilmente. E quello fece la differenza.
Disse: «Oh, che cavolo, perché preoccuparsi tanto? Forse un giorno al mese, se mi va bene,
George mi porta fuori, e questo è quel giorno perciò voglio godermelo.»
Si voltò e tornò dentro con un’aria di soddisfatta spavalderia.
Provò la seconda sedia tanto per il gusto di rispettare la storia. «Uuuh» disse con una vocetta
da bambina. Poi si alzò con un’espressione sdegnata sul viso.
Si spostò di lato e si lasciò cadere sulla sedia più piccola. «Aaah!» esclamò convinta. «Questa
sì che è una sedia coi fiocchi. Resterò seduta qui a pensare.»
Pensò.
Però è strano. Da dove è spuntata fuori questa casa? Appartiene a qualche eccentrico
milionario? No, non in un parco del governo. E allora che significa? Chi vive qui? Ditemi che ci vivono
tre orsi, pensò, e vi darò un pugno sui denti.
Ma se non erano i tre orsi, chi era? Si grattò la testa. O forse sì...?
Rinunciò, saltò in piedi e corse nell’altra stanza.
«Be’, che mi prendano due accidenti» esclamò stupita.
C’era un tavolo.
Proprio come nella favola che leggeva da bambina, I tre orsi. Un tavolo basso, rudimentale,
vecchio e chiazzato.
E sopra il tavolo c’erano tre scodelle fumanti di porridge.
Alice rimase a bocca aperta. Era un colpo basso, altro che scherzo. Chi c’era dietro?
Fissò il tavolo e le scodelle, e un brivido le corse lungo la spina dorsale di oltre ventotto anni.
Poi si girò timorosa e si guardò alle spalle. Non sono proprio sicura di voler incontrare tre orsi, si disse
spaventata.
Aveva la fronte increspata da movimenti e sussulti della carne. Questo è troppo, pensò.
Pensare a una favola che diventa vera è un conto, viverla è un altro. Mi fa venire i brividi. So che esiste
una spiegazione logica per tutto questo, ma...
Ecco il momento più alto e più basso. Tutti sanno che esiste una spiegazione logica, ma i
confini della loro logica sono sempre troppo angusti per includere quella vera.
Così pensava Alice, cercando di fare appello alle cose solide.
Ho appena lasciato George, si disse. Russava sul prato, pieno di logiche uova piccanti e caffè
tangibile. E siamo sposati in ossequio a una tradizione logica e viviamo in un corposo appartamento al
184 di Sumpter Street. George guadagna 92,80 concreti dollari alla settimana e noi giochiamo a bridge
con i Nelson, una coppia in carne e ossa.
Ma era ancora spaventata.
Sentì un nodo in gola e lo ingoiò. Poi disse: «Credo che adesso me ne andrò.»
Ma non si mosse. Disse: «Andiamo piedi, muovetevi.» Ma i piedi rimasero inerti. Stava
perdendo il controllo. Adesso sono spaventata, si disse, spaventata e incapace di muovermi. O magari
non sono per niente così spaventata come credo di essere. In fin dei conti questa è solo una strana
coincidenza. Questa è probabilmente la casa di tre vecchi svitati che quando vedono qualcuno
avvicinarsi mettono sul tavolo tre scodelle diverse di porridge e si chiudono dentro un armadio.
«Salve,» gridò Riccioli d’oro «c’è nessuno in casa?»
Non un’anima rispose e il vento soffiò sinistramente lungo la cappa del camino.
«C’è nessuno?» disse ancora, augurandosi che qualche vecchietto irritabile sbucasse fuori
all’improvviso e dicesse: ‘Ehi, che ci fai in questo museo del governo, intrusa? Siamo chiusi, vattene!’
Nessuna risposta, nessun suono, solo un silenzio mortale e tre scodelle di porridge che
riempivano l’aria con la loro fragranza.
Alice annusò.
Buonissimo, dovette ammettere. Ma poi disse: «Non ci penso nemmeno a mangiare perché...
be’, prima di tutto perché a pranzo mi sono ingozzata e non ho... Santo cielo!»
Alice stava morendo di fame.
O almeno così le sembrava. Era lo stesso. E non avrebbe resistito.
A questo punto si spaventò sul serio e incrociò le braccia. Le era venuta la pelle d’oca e rinculò
nell’altra stanza. Andò a sbattere contro la sedia del papà e gridò: «Ahi!»
Rimase lì rabbrividendo per un momento.
Poi si calmò. In fondo, ragionò, nessuno la minacciava. Aveva visto forse qualche faccia
spettrale? Si era forse sentita afferrare da dita invisibili? No!
E naturalmente è così che ragionano. Se non vedono nulla che rientri nello schema di ciò che
secondo loro è spaventoso e malvagio, non si preoccupano di niente. Una forza, e una debolezza.
Dunque Alice era di nuovo calma. C’erano tre orsi nel raggio di trenta chilometri? Nello zoo,
dietro robuste sbarre. Che c’era da preoccuparsi?
Era una casetta che apparteneva a qualcuno, tutto qui. Padre, madre e figlio. Oppure tre
vecchie signore di statura decrescente. O tre anziani in pensione. Vivevano lì e al momento erano fuori
a tagliare legna o a fare provvista d’acqua o a raccogliere le noci di maggio.
Tutto a posto, proprio tutto. Fra poco sarebbe uscita e avrebbe risalito la collina tornando da
George, e gli avrebbe raccontato cosa si era perso. E il giovedì dopo, al bridge con i Nelson in carne e
ossa, non le sarebbero mancati aneddoti da raccontare.
Alice tornò nell’altra stanza, borbottando al proprio ego piccolo: «Sarò stupida, sarò cretina,
un cervello di gallina, un’oca e non so che altro, e sicuramente oggi ho mangiato da scoppiare, ma
adesso ho fame. Sarà stata la passeggiata.»
Sedette al tavolo sulla sedia piccola. Le venne in mente che se le andava bene quella, nella
sedia più grande doveva sedere uno alto più di due metri.
Vediamo, che faccio? Mangio o no?, si chiese. Ce l’ho il coraggio di mangiare un po’ di
questo porridge?
Strinse gli occhi, insospettita. Potevano avere avvelenato, drogato o fatto chissà cosa a quel
porridge?
Lo annusò.
Perché mai? Chi diavolo metterebbe del porridge avvelenato in un parco del governo? Sarebbe
un reato, oltre che un comportamento scorretto, e comporterebbe una pena molto severa.
Mostrò i denti in un sorriso.
In fin dei conti, ragionò, non capita tutti i giorni l’occasione di essere Riccioli d’oro.
Approfittiamone.
Annusò di nuovo con gusto il porridge nella scodella più grande. «Mmm,» disse «che profumo
inebriante.» Allungò la mano verso il cucchiaio più vicino.
No, non era educato.
Si frugò nella tasca del vestito e tirò fuori un cucchiaio di legno che aveva usato per prendere i
cetriolini. Lo annusò. No, non sapeva di sottaceti, per niente.
Prese un po’ di porridge dal bordo della scodella grande, sentendosi una perfetta criminale
quando i cereali tornarono a addensarsi, formando di nuovo una superficie liscia e uniforme.
Inalò la calda fragranza che sapeva di carne, arricciando il naso di piacere. «Oooh, è
buonissimo e caldo, e ne prenderò solo una cucchiaiata... Accidenti!»
Era bollente. Il cucchiaio le cadde dalle dita e il porridge schizzò sul pavimento. Si guardò
intorno spaventata, sentendosi in colpa e risucchiando l’aria a grandi boccate. La bocca si rinfrescò e la
lingua scottata divenne un pezzo di carne inerte.
«Dannazione,» borbottò «perché non mi sono dimenticata la trama e non ho provato prima la
scodella piccola? È un peccato che sia caduto a terra.» Ma Alice non si perse d’animo. È questa la
qualità migliore: il senso dell’umorismo che emerge proprio nel momento del disastro.
Alice Grady, alias Riccioli d’oro, assaggiò un po’ di porridge dalla scodella piccola.
«Ah,» disse «questo è perfetto. Mai assaggiato niente di così buono da quando ero piccola.»
Lo mangiò tutto senza esitazione.
Non solo senza esitazione, ma con una sorta di perverso piacere, domandandosi chi avrebbe
protestato alla vista della scodella vuota.
Però, quando ebbe finito, Alice distolse lo sguardo dalla scodella e sentì il senso di colpa
emergere attraverso stille di sudore sulla fronte.
L’ho fatto, pensò. Dove ho trovato tanto coraggio? Questa è una casa di gente che non
conosco, e io sono praticamente un’intrusa. Potrei finire in carcere per questo. Il solo fatto che abbia
mangiato già costituisce un furto. Farò meglio a filarmela, e anche di corsa, prima che tornino gli
inquilini.
Si alzò e, quasi per punirsi, raccolse il porridge dal pavimento e lo gettò insieme al cucchiaio
dentro il caminetto spento.
Si guardò intorno e scosse la testa. Inutile pensarla altrimenti. Lì dentro c’era decisamente
qualcosa di strano.
«Be’, adesso me ne vado» disse ad alta voce come se ci fosse qualcuno che potesse avere
qualcosa da ridire. «Torno da George e gli racconto tutto.»
‘Prima devi controllare se ci sono davvero tre letti al piano di sopra’ disse una voce nella sua
mente che non le suonò familiare.
Alice aggrottò la fronte. «Oh no,» disse «io me ne vado.»
‘Oh no,’ disse la voce insolente ‘devi vedere se sopra ci sono tre letti. Sei Riccioli d’oro,
ricordi?’
Alice aveva l’aria preoccupata. Si morse un labbro, ma si avviò verso la scala e cominciò a
salire. Aveva l’impressione che qualcuno le ammucchiasse pietre nello stomaco, le sentiva diventare
sempre più pesanti. Pietre fredde.
Si fermò all’improvviso e sbadigliò.
Mi sta venendo sonno, pensò.
Questo la fece immobilizzare e la riempì di una paura gelida. Qualcuno stava bussando con
mani di ghiaccio alla porta del suo cuore. Sono terrorizzata, dovette ammettere. Voglio andarmene,
voglio lasciare questo posto. È spettrale, è sbagliato. Ho paura e voglio andarmene.
Che ne diresti di salire e vedere se ci sono davvero tre letti?
Era inutile negarlo, non era la sua mente a parlare.
Il porridge!
In gamba, la ragazza. Troppo tardi, troppo tardi.
Lottò per voltarsi e scendere le scale, ma non ne fu capace. Doveva andare in camera da letto,
semplicemente. Non era uno stimolo vago, era un ordine. Alice Grady stava perdendo contatto con la
realtà, galleggiava via. Con la forza che le rimaneva provò a urlare, ma la gola le si chiuse.
Stava diventando sempre più buio. Il corridoio era in penombra. E il suo cervello turbinava e le
sue membra erano come di piombo fuso. Dio proteggimi, tentò di bisbigliare, ma le parole morirono
nel tremore delle labbra. «George!» Quel nome le uscì in un mormorio biascicato. «George, salvami!»
Alice entrò incespicando nella piccola camera da letto, con gli occhi annebbiati e la paura che
dentro di lei si coagulava in un groviglio di parole che non erano parole. Le lacrime rigavano le guance
insensibili, mentre lo stomaco le procurava dolori lancinanti. Lanciò un grido.
Poi, sconfitta, andò verso il letto grande e ci si buttò sopra.
‘No no,’ gracchiò la voce nella sua testa «questo è troppo duro.»
Lei si tirò su come un robot non oliato e cadde sul secondo letto. La sua mente gridò ancora:
‘No, questo è troppo morbido, e a te non piace nemmeno un po’!’
Con gli occhi chiusi e una febbre che le bruciava il corpo, Alice si rimise in piedi barcollando e
si lasciò cadere sul letto più piccolo con un gemito strozzato.
Sentì il soffice copriletto che le premeva contro la guancia. E la voce continuava a ronzare nel
buio turbinante: ‘Questo è il letto giusto. Finalmente questo è il letto giusto.’
E quando si svegliò capì cosa era successo.
La casa era sparita e lei era sdraiata sull’erba.
Si tirò su con un sorriso e si avviò lentamente verso la collina avvolta dalla notte. Rise forte di
quella sciocca Alice Grady che aveva permesso alla sua stupida immaginazione di avere il sopravvento
su di lei.
La stavo aspettando in macchina. Lei sorrise appena mentre scivolava verso di me.
«Allora,» disse lei «da quant’è che lo sei diventato?»
«Ormai sono anni» dissi. «Ricordi quella volta in cui Alice e George andarono sulla spiaggia?
Più o meno cinque anni fa?»
Lei annuì. «Sì.»
«Be’, George e io ce ne andammo allo scrigno di Davey Jones, in fondo al mare, con una
sirena» dissi «e lui impazzì. Io me ne tornai usando il suo corpo come casa.»
Lei sorrise e io avviai la macchina.
«E i Nelson?» chiese lei.
«Sono con noi da un bel po’ di tempo» risposi.
«Quanti uomini veri sono rimasti sulla Terra?» chiese lei.
«Più o meno una cinquantina» risposi.
«Davvero molto intelligente» disse lei. «Alice Grady non lo ha sospettato nemmeno per un
secondo.»
«Certo che no» dissi. «È questo il suo fascino.»
Ed è affascinante come noi stiamo ereditando la Terra. Senza sparare un colpo, e senza che
nessuno lo saprà mai.
Uno dopo l’altro ci siamo presi i vostri corpi e li abbiamo fatti nostri. Abbiamo atteso che le
vostre menti si distruggessero da sole lasciando che il lato infantile si estendesse oltre la vostra
intelligenza, fino a raggiungere quel punto inevitabile in cui possiamo ottenere un controllo completo.
E ben presto ci saremo solo noi e nessun uomo della Terra. Oh, l’immagine esteriore rimarrà,
ma il piano cambierà eccome.
E fino a quando l’opera non sarà compiuta, quei pochi che rimangono non lo sapranno mai.
Poco più di una cinquantina.
Attento.
Tu sei uno di loro. E lo sai.
...
.
...
Fine.
...
.
...
La giusta punizione.
...
.
...
Titolo originale: To Fit the Crime. 1952.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
«Mi hanno ucciso!» urlò il vecchio Iverson Lord. «Ucciso, in modo brutale e spietato!»
«Su, su» disse sua moglie.
«Andiamo andiamo» disse il suo dottore.
«Sciocchezze» mormorò suo figlio.
«È più facile aspettarsi comprensione dai funghi!» ringhiò il poeta decadente. «O dai cavoli!»
«O dai re» disse suo figlio.
La faccia incartapecorita s’indurì per un momento, poi venne increspata da rughe pensose.
«Ahimè, sentiranno la mia mancanza» sospirò. «I re della lingua, gli imperatori della parola.» Chiuse
gli occhi. «I signori del simbolo splendente capiranno quando non ci sarò più.»
Il vecchissimo studioso se ne stava appoggiato a una montagna di cuscini. Dalla vetta della
vestaglia di seta spuntavano la gola e la testa da tacchino. La testa era larga, come un pallone da
football consumato con i buchi dei lacci al posto degli occhi e la bocca che sembrava una ferita non
ancora suturata.
Guardò tutti i presenti: sua moglie, sua figlia, suo figlio e il dottore. Gli occhietti lucidi e
sospettosi si mossero lungo la stanza. Rivolse un’occhiataccia anche alle pareti. «Assassini!» borbottò.
Il dottore allungò la mano per prendergli il polso.
«Fermo lì!» sbottò il rattrappito semantista aprendo le dita come artigli. «Mi tolga di dosso le
sue manacce da incapace!»
Rivolse al dottore un’occhiataccia rabbiosa. «Stregoni con il colletto bianco» lo accusò «che
fanno il giuramento di Ippocrate e poi lo trasformano in un volgare spettacolo da operetta.»
«Iverson, il suo polso» disse il dottore.
«Che ci battono il petto e ci auscultano il cuore, ma non hanno più cognizione dei nostri mali
di quanta ne abbiano gli stagnini delle stelle o i porci del paradiso.»
«Il suo polso, Iverson» disse il dottore.
Iverson Lord aveva quasi novant’anni. Le sue membra erano fragili e delicate come il vetro, il
suo sangue scorreva lento, il battito del suo cuore era come un tamburo affaticato. Solo il suo cervello
era sano e lucido, l’ultimo soldato a difendere la cittadella contro la vecchiaia.
«Mi rifiuto di morire» annunciò come se qualcuno gliel’avesse proposto. Gli si rabbuiò la
faccia. «Non permetterò che la vile natura mi offuschi la luce o mi strappi dalle dita il gioiello della vita!»
«Su, su» disse sua moglie.
«Su, su! Su, su!» raspò il poeta, con la dentiera che sbatacchiava per la rabbia. «Quale
tradimento è questo! Che io, che plasmo le mie parole e infondo in esse l’alito del potere, debba essere
impastoiato a questa idiota che parla solo per cliché!»
La persona delicata di Mrs Lord accettò senza colpo ferire gli insulti del marito. Si sforzò si
esibire un sorriso pacificatore che illuminò i suoi lineamenti rosa pallido. Si tormentò debolmente i
riccioli color grigio topo.
«Sei fuori di te, Ivie caro» disse.
«Fuori di me!» esclamò lui. «Chi non sarebbe fuori di sé, se si trovasse alla mercé di sciacalli
gongolanti come voi?»
«Padre» lo implorò sua figlia.
«Sciacalli i cui cervelli come ammassi sterili dentro il cranio si rifiutano di infondere il più
vago bagliore di intelligenza nelle parole.»
Socchiuse gli occhi e ricominciò a snocciolare la sua lezione, quella che ripeteva da una vita.
«Colui che non sa trattare con la parola non sa trattare con il pensiero» disse. «Colui che non sa trattare
con il pensiero dovrebbe essere trattato... senza pietà!» Picchiò la sopraccoperta con un pugno senza
forza.
«Le parole!» gridò. «I nostri strumenti, la nostra gloria e le nostre catene dorate.»
«Farai meglio a non sprecare le forze» gli suggerì suo figlio.
I suoi occhi di giada sembrarono volerlo trapassare. Iverson Lord corrugò le labbra sottili,
schifato.
«Insetto» disse.
Suo figlio lo guardò. «Sistema le tue cose, padre» disse. «Rassegnati. Scoprirai che la morte
non è poi così brutta.»
«Io non sto morendo!» strepitò il poeta. «Tu mi uccideresti, vero? Delinquente! Non voglio più
ascoltarti!»
Tirò su le coperte e vi affondò la testa coronata di bianco. Le sue dita secche e ossute
spuntavano dall’orlo del lenzuolo.
«Ivie, caro» lo scongiurò sua moglie. «Così soffocherai.»
«Meglio soffocato che tradito» giunse da sotto la replica smorzata.
Il dottore tirò giù le coperte.
«Assassinato!» gracchiò Iverson Lord a tutti loro. «Ucciso in modo brutale e spietato!»
«Ivie, caro, nessuno ti ha ucciso» disse sua moglie. «Abbiamo cercato di essere buoni con te.»
«Buoni!» Si infuriò ancora di più. «Buoni e zitti. Buoni e striscianti. Buoni e insignificanti!
Ah! Che debba essere stato proprio io a creare la carne sterile che circonda questo letto di dolore.»
«Padre, non dire così» lo pregò sua figlia.
Iverson Lord la osservò e sul suo viso prese forma un’espressione di teatrale indulgenza.
«Dunque, Eunice, mia civetta con gli occhiali» disse lui «suppongo tu sia ansiosa come gli altri
di vedere il tuo sire mentre tira le cuoia.»
«Padre, non parlare in questo modo» disse la miope Eunice.
«Quale modo, Eunice, mia ghiottona piena di denti... mia Venere tormentata dai foruncoli? In
un inglese da letterati? Sì, forse questo può creare qualche problema alle tue capacità mentali
imbalsamate.»
Eunice sbatté gli occhi. Accettò.
«Che farai, figliola» le domandò Iverson Lord «quando mi strapperanno da te? Chi ti parlerà?
Anzi, chi ti guarderà?» Gli occhi del vecchio luccicarono mentre sferravano il colpo di grazia.
«Cerchiamo di essere chiari, mia cara» disse con gentilezza. «Tu sei brutta oltre ogni dire.»
«Ivie, caro» lo implorò Mrs Lord.
«Lasciala stare!» disse Alfred Lord. «Devi distruggere ogni cosa prima di andartene?»
Iverson Lord drizzò i peli del collo.
«Tu» intonò scoccandogli un’occhiataccia velenosa. «Vandalo mentale, dissacratore del
pensiero. Tu che hai deturpato il diritto alla primogenitura nel nome degli affari, che hai riversato il tuo
sangue onorato nelle fogne del commercio.»
Il suo alito rancido fremette, trasformandosi in un verso rauco. «Schiavo degli assegni»
ringhiò. «Zerbino dei conti bancari.»
La sua voce si deformò in un falsetto gracchiante. «No, madame. Ma certo, madame. Bacio
con labbra reverenti la sua mente grassa e malata, madame!»
Alfred Lord adesso sorrideva, quasi soddisfatto delle contumelie che il padre gli riversava
addosso.
«Lascia che ti ricordi» disse «l’importanza del sistema del profitto.»
«Sistema del profitto!» esplose il suo sire. «Sistema della giungla!»
«Domanda e offerta» disse Alfred Lord.
«Alfred, non farlo» lo ammonì Eunice.
Troppo tardi per impedire che i suoi occhi avvelenati rischiassero di schizzare dalle orbite.
«Giuda del cervello!» sbraitò il poeta. «Boyscout dell’intelletto!»
«Mi duole ricordarlo» disse Alfred Lord, ancora agguerrito «ma anche un uomo d’affari può
accettare il cristianesimo, magari in via sperimentale.»
«Il cristianesimo!» sbottò il quasi defunto, giallastro e così infuriato da perdere lucidità. «Un
sacco fuori moda pieno di insopportabili zucche vuote. Magari i leoni se li fossero divorati tutti,
avrebbero salvato il mondo da un pessimo affare!»
«Basta così, Iverson» intervenne il dottore. «Si calmi.»
«Sei sconvolto, Ivie» disse sua moglie. «Alfred, non dovresti fare agitare tuo padre.»
Gli occhi sempre meno lucidi di Iverson Lord emisero gli ultimi lampi di disprezzo nei
confronti della donna cinquantenne destinata al palo della fustigazione.
«La capacità di mia moglie di articolare un discorso intelligente» disse «si avvicina a quella
della gelatina primordiale.»
Le accarezzò la testa china con un sorriso. «Mia cara» disse. «Tu sei un nulla. Sei un nulla
assoluto.»
Mrs Lord si passò le dita esangui sulle guance. «Sei fuori di te, Ivie» disse con la sua voce
fragile. «Non stai parlando sul serio.»
Il vecchio si abbandonò all’indietro, sconfitto.
«Questa è la mia penitenza» disse. «Vivere con questa donna che conosce così poche parole da
non saper distinguere un insulto da un elogio.»
Il dottore fece un cenno ai familiari del poeta. Si spostarono tutti dal letto verso il caminetto.
«Proprio così» gemette lo studioso in fin di vita. «Abbandonatemi. Lasciatemi ai ratti.»
«Niente ratti» disse il dottore.
Mentre i tre Lord attraversavano il folto tappeto sentirono la voce del vecchio.
«Lei è il mio medico da vent’anni» disse. «Il suo cervello ha le vene varicose.»
«Sto per morire» piagnucolò. «Senza pietà, senza speranza, senza niente.»
«Parole» disse fra sé e sé. «Costruitemi un sepolcro di parole e io risorgerò.»
E poi, con veemenza: «Questo è il mio lascito! A tutti coloro che sputano sangue sulla
semantica: irriverenza, intolleranza e una generazione di sgomento senza limiti!»
I tre superstiti erano in piedi davanti alle fiamme crepitanti.
«È deluso» disse il figlio. «Si aspettava di vivere in eterno.»
«Vivrà in eterno» disse enfaticamente Eunice. «È un grand’uomo.»
«È un uomo meschino» disse Alfred Lord «che cerca di sfogarsi anche con la natura perché
ridurrà la sua eccellenza a un mucchio di polvere.»
«Alfred» disse sua madre. «Tuo padre è vecchio. E... ha paura.»
«Paura, forse. Ma non è grande. Ogni cosa crudele che ha detto, ogni raggiro, ogni egoismo
hanno ridotto la sua grandezza. Adesso è soltanto un vecchio rincoglionito che sta morendo.»
Poi sentirono di nuovo Iverson Ford. «Spazzatela via» sbraitava il poeta moribondo.
«Frustatela con il gatto a nove code della vita eterna!»
Il dottore stava cercando di trovare il polso, sempre più debole. Tutti si diressero di corsa verso
il letto.
«Arrestatela!» strillò Iverson Lord. «Non lasciate che mi abbracci come un suo amante!
Indietro... sgualdrina nera dalla faccia sporca!» Protese la mano chiusa a pugno. «Indietro, ti dico!»
Il vecchio si accasciò sui cuscini. Il fiato gli usciva come un vapore esitante. Le sue labbra
formavano quartine silenziose che nessuno avrebbe mai sentito. Il suo sguardo si puntò sul soffitto. Le
mani fremettero in un ultimo, paralizzato gesto di sfida. Poi continuò a fissare il soffitto fino a che il
dottore non avvicinò le mani per chiudergli occhi.
«È finita» disse il dottore.
Mrs Lord emise un rantolo. «No» disse. Non poteva crederci.
Eunice non pianse. «Adesso è insieme agli angeli» disse.
«Che giustizia sia fatta» disse il figlio del defunto Iverson Lord.
Era un posto grigio.
Niente fiamme, niente volute di fumo. Non c’era nessun pallore del giudizio a offuscargli la
vista. Solo grigio, un grigio mediocre... uniforme.
Iverson Lord si mise a camminare in quel posto grigio.
«L’assenza del caldo punitivo e delle anime piangenti con gli occhi spenti è un segno
incoraggiante» si disse.
Continuò a camminare. Lungo un interminabile corridoio grigio.
«Il dopo-vita» rifletté. «Dunque non era solo una cosa zuccherosa come avevo sospettato.»
Un altro corridoio cominciava all’angolo. Un uomo ne emerse di buon passo. Si unì allo
studioso e gli diede una pacca gioviale sulla spalla.
«Salve, amico!» disse l’uomo.
Iverson Lord abbassò lo sguardo, giù per il proprio nobile naso greco.
«Mi scusi» disse, con un velo di disgusto nella voce.
«Lei cosa sa?» chiese l’uomo. «Come va la vita? Cosa sa e cosa dice?»
Il semantista si fece indietro. L’uomo lo incalzò con le gambe e le braccia che pompavano
energicamente.
«Che c’è di nuovo?» stava dicendo. «Mi dica tutto. Il bello e il brutto.»
Due corridoi laterali. L’uomo scomparve nel grigio. Ne comparve un altro che affiancò Iverson
Lord. Il poeta lo guardò socchiudendo gli occhi. L’uomo gli rivolse un ampio sorriso.
«Bella giornata, eh?» disse.
«Che posto è questo?» chiese Iverson Lord.
«Abbiamo avuto proprio un tempo magnifico» disse l’uomo.
«Le ho chiesto che posto è questo.»
«Pare che metterà al bello» disse l’uomo.
«Vigliacco!» sbottò Iverson Lord, fermandosi di scatto. «Mi risponda!»
«Silenzio!»
Il semantista vide l’uomo svoltare in un corridoio laterale. Scosse la testa. «Che pantomima
grottesca» disse.
Comparve un altro uomo.
«Ehi, lei» gridò Iverson Lord. Poi si mise a correre e afferrò la manica grigia dell’altro. «Che
posto è questo?»
«Lei non lo dice?» replicò l’uomo.
«Mi risponda, messere!»
«È un fatto?» disse l’uomo.
Il poeta gli vomitò addosso tutta la sua rabbia. Gli occhi sembrarono volergli uscire dalle
orbite. Afferrò i risvolti grigi dell’altro. «Mi dia delle informazioni o la strozzo!» strillò.
«Sul serio?» disse l’uomo.
Iverson Lord rimase a bocca aperta. «Ma di che è fatto quest’uomo?» si domandò incredulo.
«Ho fra le mani un uomo o un vegetale?»
«Be’, mi butti giù e mi raccolga» disse l’uomo.
Qualcosa di arido e raggelante cominciò a opprimere il poeta. Indietreggiò farfugliando per la
paura.
Fino a un’enorme stanza. Grigia.
Parlottare di voci. Tutte uguali.
«Qui dentro è straordinario» disse una voce. «Non è nero come la pece.»
«Non è freddo come il ghiaccio» disse un’altra.
Gli occhi del poeta scattarono tutt’intorno in una rabbia confusa. Vide forme indistinte, sedute,
in piedi e piegate. Rinculò verso una parete.
«Non è brutto come il peccato» disse una voce.
«Non piove a catinelle» disse un’altra.
«Indietro.» Le vecchie labbra si mossero automaticamente. «Io dico...»
«Perbacco, ma è proprio super-stra-elegante» esclamò felice una voce.
Il poeta boccheggiò. Corse via. «Basta» gemette. «Basta.»
«Io gioco all’idraulico» disse un uomo che correva insieme a lui.
Iverson Lord emise un rantolo. Continuò a correre in cerca di una via di fuga.
«È un gioco difficile, quello dell’idraulico» disse l’uomo.
Un corridoio laterale. Iverson Lord lo imboccò come un disperato.
Oltrepassò un’altra stanza e vide degli uomini che saltavano intorno a un albero di maggio
grigio.
«Perdiana!» esclamavano estatici. «Santi numi! Poffarbacco! Per la barba di Noè!»
Lo studioso si coprì le orecchie con le mani ossute e ripartì, fuori di sé.
Adesso, mentre correva, cominciò a sentire un mormorio. Un coro.
«Un Punto Nel Tempo Ne Salva Nove. Tempo E Marea Non Aspettano Nessuno»
salmodiavano. «A Letto Presto. In Piedi Presto. Troppi Cuochi Rovinano La Minestra.»
Iverson Lord urlò. «O dèi del simbolo andato a male! Pietà!»
Il coro intonò un alleluia. «Oh ragazzi!» cantavano tutti. «Caspita! Cribbio! Che roba!» Le
voci si unirono in un possente: «Corpo di mille diavoli!»
«Aaah!» strepitò il poeta. Si lanciò contro una parete grigia e rimase lì attaccato mentre le voci
lo circondavano come una nebbia melodiosa.
«Oh mio dio» esclamò con voce gracchiante. «Questo è il massimo, è l’inferno senza confini!»
«L’hai detto!» si levò il peana delle migliaia di voci. «Non è forse la verità? Oh bene, non
puoi vivere in eterno! Così vanno le cose! Oggi sei qui e domani non ci sei più! Questa è la vita!»
In una perfetta armonia a quattro voci.
...
.
...
Fine.
...
.
...
L’astronave della morte.
...
.
...
Titolo originale: Death Ship. 1953.
Traduzione di: Maurizio Nati
...
.
...
Fu Mason il primo a notarlo.
Era seduto davanti al visore laterale e prendeva appunti mentre la nave procedeva a velocità di
crociera sopra il nuovo pianeta. La penna si muoveva rapidamente sul grafico che Mason teneva
davanti a sé. Fra poco sarebbero atterrati e avrebbero prelevato dei campioni. Minerali, vegetali,
animali... se pure ce n’erano. Li avrebbero riposti nei contenitori e li avrebbero riportati sulla Terra,
dove i tecnici li avrebbero studiati, valutati, giudicati. E se tutto fosse stato a posto avrebbero
stampigliato sul fascicolo, in grossi caratteri scuri, la scritta abitabile e quel pianeta sarebbe diventato
un nuovo luogo da colonizzare per la sovrappopolata Terra.
Mason stava buttando giù degli appunti di topografia generale quando un bagliore gli colpì
l’occhio.
«Ho visto qualcosa» disse.
Manovrò il visore in modo da invertire la posizione delle lenti.
«Visto che cosa?» gli chiese Ross dal pannello di controllo.
«Non ha visto un lampo?»
Ross guardò nel suo schermo.
«Siamo passati sopra un lago, lo sai» disse.
«No, non era il lago» rispose Mason. «Veniva da quella radura che si trova accanto al lago.»
«Darò un’occhiata» disse Ross «ma probabilmente è stato il lago.»
Le sue dita digitarono un comando sulla tastiera e la grossa nave percorse un morbido arco,
tornando indietro.
«Adesso tieni gli occhi aperti» disse Ross. «Cerca di vedere bene. Non possiamo perdere tutto
questo tempo.»
«Sissignore.»
Mason tenne fisso lo sguardo sul visore, senza mai sbattere le palpebre, osservando con
attenzione il terreno sottostante che scorreva veloce, simile a un tappeto ondulato di boschi, campi e
fiumi. Pensava, suo malgrado, che forse era giunto il momento, alla fine. Il momento in cui i terrestri si
sarebbero imbattuti nella vita oltre la Terra, una razza evolutasi da altre cellule e da altro fango. Era un
pensiero eccitante. L’anno poteva essere il 1997. E lui e Ross e Carter potevano già trovarsi a bordo di
una nuova Santa Maria pronta alla grande scoperta, un argenteo, bullonato galeone dello spazio.
«Eccolo!» disse. «Eccolo là!»
Guardò Ross. Il capitano stava osservando con attenzione nel visore, e in volto aveva
un’espressione che Mason conosceva bene. Indagine accurata, decisione imminente.
«Cosa pensa che sia?» chiese Mason, facendo leva sulla sua vanità.
«Potrebbe essere una nave e potrebbe non esserlo» dichiarò Ross.
Be’, per l’amor del cielo, allora scendiamo e andiamo a vedere, stava per dire Mason, ma capì
che era meglio restare zitto. Era una decisione che toccava a Ross. C’era anche il rischio che non si
fermassero affatto.
«Credo che non sia nulla» lo sondò.
Guardò Ross con impazienza, guardò le sue dita corte e tozze che regolavano le manopole del
visore. «Potremmo fermarci» disse Ross. «Tanto dobbiamo comunque procurarci dei campioni.
L’unica cosa che mi lascia un po’ in dubbio è...»
Mason scosse la testa. Atterra, uomo! Le parole gli gorgogliarono nella gola. Per l’amor del
cielo, scendiamo!
Ross rifletté, concentrato, serrando le labbra turgide. Mason trattenne il fiato.
Poi la testa di Ross si mosse una volta, in quel movimento secco che indicava una decisione
ormai presa. Mason riprese a respirare. Osservò il capitano che girava su sé stesso, premendo pulsanti e
tirando leve. Sentì la nave che cominciava a inclinarsi per assumere una posizione verticale. Sentì la
cabina che tremava leggermente, mentre il giroscopio la manteneva a livello. Il cielo ruotò di novanta
gradi, e sugli spessi portelli apparvero le nuvole. Poi la nave si ritrovò con la prua puntata verso il sole
del pianeta, rimase quasi immobile per una frazione di secondo, quindi cominciò ad abbassarsi.
«Ehi, già si scende?»
Mickey Carter li guardò con aria interrogativa dal portello che immetteva nella zona di carico,
strofinandosi le mani unte sulla tuta verde.
«Abbiamo visto qualcosa laggiù» disse Mason.
«Non scherzare» disse Mickey avvicinandosi al visore di Mason. «Fammi vedere.»
Mason attivò le lenti posteriori e i due osservarono il pianeta che si gonfiava sotto di loro.
«Non so se riesci... oh, sì, eccolo lì» disse Mason. Poi guardò Ross.
«Due gradi a est» disse.
Ross azionò una manopola e la nave modificò leggermente il suo movimento discendente.
«Cosa pensate che sia?» domandò Mickey. «Ehi!»
Mickey guardava nel visore con maggiore interesse. I suoi occhi spalancati esaminavano il
puntino scintillante che cresceva sullo schermo.
«Potrebbe essere una nave» disse. «Potrebbe.»
Poi restò in silenzio, alle spalle di Mason, osservando il pianeta che sembrava corrergli
incontro.
«Reattori» disse Mason.
Ross premette subito il pulsante e i motori della nave sputarono i loro gas incandescenti. La
velocità decrebbe. Il razzo si adagiò sulla vampa di fuoco dei reattori, manovrato da Ross.
«Tu cosa pensi che sia?» chiese Mickey a Mason.
«Non lo so» rispose Mason. Poi aggiunse, parlando quasi fra sé: «Ma se è una nave non vedo
proprio come possa essere terrestre. Siamo gli unici ad avere seguito questa rotta.»
«Magari sono loro a essere fuori rotta» provò a ipotizzare Mickey, poco convinto.
Mason alzò le spalle. «Ne dubito» disse.
«Che facciamo se è una nave?» chiese Mickey. «E se non è nostra?»
Mason lo fissò e l’altro si umettò le labbra.
«Amico,» gli disse «questo sì che sarebbe qualcosa.»
«Ammortizzatore ad aria» ordinò Ross.
Mason tirò la leva che metteva in funzione l’ammortizzatore ad aria, l’unità che rendeva
possibile l’atterraggio senza che loro venissero schiacciati sulle cuccette imbottite. Potevano restarsene
sul ponte senza quasi avvertire l’impatto. Si trattava di un’innovazione apportata sulle navi governative
di ultima generazione.
L’astronave prese terra sui sostegni posteriori.
Vi fu come un leggero sussulto, una ripercussione quasi impercettibile, poi la nave si
immobilizzò con la prua verso il cielo, sfolgorando nella luce chiara del sole.
«Voglio che restiamo insieme» stava dicendo Ross. «Che nessuno corra rischi. È un ordine.»
Si alzò dal sedile e indicò la leva sulla parete che faceva penetrare l’atmosfera nella piccola
camera stagna all’angolo della cabina di comando.
«Tre contro uno che ci serviranno i caschi» disse Mickey a Mason.
«Ci sto» disse Mason, accettando la consueta scommessa sulla presenza o meno di aria
respirabile che i due facevano prima di sbarcare su ogni nuovo pianeta. Mickey scommetteva sempre
sulla necessità dei caschi, Mason sul fatto che non ce ne fosse bisogno. Fino a quel momento erano più
o meno pari.
Mason tirò la leva e nella camera ci fu un suono soffocato e sibilante. Mickey prese il casco
dall’armadietto e se lo infilò sulla testa. Poi oltrepassò il portello stagno. Mason sentì il rumore quando
Mickey lo richiuse rumorosamente dietro di sé. Avrebbe voluto servirsi dei visori laterali per tentare di
localizzare l’oggetto che avevano visto, ma non lo fece. Si abbandonò al piacere raffinato di scoprirlo
poco a poco.
Sentirono la voce di Mickey attraverso l’intercom.
«Mi sto togliendo il casco» disse.
Silenzio. Attesero, poi si udì un’esclamazione contrariata.
«Ho perso di nuovo» disse Mickey.
«Dio, sono precipitati!»
La faccia di Mickey esprimeva stupore e sgomento. Stavano tutti e tre in piedi sull’erba
verde-azzurra e guardavano.
Era davvero un’astronave. O ciò che ne rimaneva, visto che a quanto pareva si era schiantata a
una velocità terrificante, dritta di prua. La struttura centrale era penetrata nel terreno solido di almeno
cinque metri. I frammenti contorti della parte superiore dello scafo erano stati scagliati via nell’impatto
e si erano sparpagliati tutt’intorno. I pesanti motori erano usciti dai loro alloggiamenti e avevano quasi
schiacciato la cabina. Su tutto regnava un silenzio di tomba, e il disastro era così totale che i tre
riuscivano a malapena a riconoscere che genere di nave fosse. Era come se un bambino gigantesco si
fosse stancato del suo giocattolo e l’avesse sbattuto a terra, ci fosse saltato sopra e poi avesse finito di
demolirlo con un sasso.
Mason rabbrividì. Era molto tempo che non vedeva il relitto di una nave, e aveva quasi
dimenticato la minaccia sempre presente della perdita di controllo, del precipitare sibilando nello
spazio, dell’impatto violento. Si parlava sempre dell’eventualità di perdersi nello spazio. Questo
spettacolo invece gli ricordava l’altro rischio insito nel suo mestiere. Mentre guardava quell’immagine,
sentì il suo pomo d’Adamo muoversi in modo quasi automatico.
Ross aveva trascinato verso di sé un pezzo di metallo.
«Non ci dice molto» commentò. «Ma direi che è nostra.»
Mason stava per fare un commento, poi cambiò idea.
«Da quanto riesco a vedere di quel motore lassù, direi anch’io che è nostra» aggiunse Mickey.
«La struttura a razzo potrebbe essere standard» si sentì dire Mason. «Dappertutto.»
«Niente affatto» disse Ross. «Non è come dici tu. Questa è nostra, non c’è dubbio. Sono dei
poveri terrestri sventurati. Be’, almeno hanno fatto una morte rapida.»
«Davvero?» chiese Mason, più a sé stesso che agli altri, visualizzando l’equipaggio nella sua
cabina, sopraffatto dal terrore mentre la nave piombava verso il terreno, magari dritta come una palla di
cannone, o rotolando su sé stessa come una trottola impazzita, mentre il giroscopio tentava invano di
mantenere la cabina su un piano orizzontale.
Le grida, i comandi urlati, le implorazioni a un cielo che non avevano mai visto prima, a un dio
che poteva trovarsi in un altro universo. E poi il pianeta che si precipitava addosso a loro, e la sua dura
superficie che colpiva lo scafo, schiacciandoli, strappandogli il fiato dai polmoni. Rabbrividì di nuovo
al solo pensarci.
«Diamo un’occhiata» disse Mickey.
«Non sono sicuro che sia la cosa migliore da fare» ribatté Ross. «Noi affermiamo che è
terrestre, ma potrebbe non esserlo.»
«Gesù, non penserà che là dentro ci sia qualcuno ancora vivo» disse Mickey.
«Non possiamo affermarlo con certezza» replicò Ross.
Ma sapevano bene che anche il capitano, come loro, aveva davanti agli occhi un relitto
deformato. Nessuno poteva essere sopravvissuto a uno schianto simile.
L’espressione sulla faccia. Le labbra strette. Il giro intorno alla nave. Lo scrollare del capo,
senza farsi notare dagli altri.
«Proviamo ad accedere da qui» ordinò Ross. «E restate vicini. Abbiamo ancora del lavoro da
fare. Dobbiamo entrare solo per comunicare alla base di che nave si tratta.» Aveva già deciso che era
una nave terrestre.
Si diressero verso un punto dello scafo in cui la saldatura aveva ceduto, aprendo un varco. La
spessa piastra metallica era stata ritorta con la stessa facilità con cui un uomo può piegare un foglio di
carta.
«Tutto questo non mi piace» disse Ross. «Ma immagino...»
Fece un cenno del capo a Mickey che si arrampicò fino all’apertura. Provò ogni appiglio con la
massima cura, e quando trovò dei bordi affilati infilò i guanti da lavoro. Lo disse agli altri due, che si
frugarono nelle tasche della tuta in cerca dei guanti. Poi Mickey allungò la gamba e s’infilò nel ventre
buio dell’astronave.
«Fermati lì, adesso!» gli gridò Ross. «Aspetta che arrivi io.»
Si tirò su, con i pesanti scarponi che grattavano sullo scafo. Entrò nel foro anche lui, seguito da
Mason.
All’interno della nave era buio. Mason chiuse momentaneamente gli occhi per abituarli al
cambiamento. Quando li riaprì vide due raggi luminosi che frugavano nel groviglio contorto di travi e
lamiere. Tirò fuori anche lui la torcia e l’accese.
«Dio, qui dentro è un disastro» disse Mickey, intimorito dalla vista del metallo e dei
macchinari condannati a morte violenta. La sua voce echeggiò leggermente all’interno dello scafo. Poi,
quando l’eco finì, un silenzio assoluto discese su di loro. La luce era torbida e Mason poteva sentire il
puzzo acre dei motori bruciati.
«Occhio all’odore» disse Ross a Mickey, il quale aveva alzato le mani per trovare un punto
dove sorreggersi. «Evitiamo di morire avvelenati dal gas.»
«Vado a controllare» disse Mickey. Si arrampicò con una mano, trascinando il suo corpo
compatto e robusto lungo la scaletta ripiegata. Puntò il raggio della torcia verso l’alto.
«La cabina è tutta sventrata» disse, scuotendo la testa.
Ross lo seguì. Mason salì per ultimo, con il raggio della torcia che si muoveva qua e là a
illuminare le pareti scoppiate e l’intero scenario di distruzione di quella che una volta era stata una nave
possente e veloce. Continuò a emettere fischi di incredulità, mentre la luce faceva risaltare i diversi
punti in cui il metallo aveva ceduto.
«La porta è bloccata» disse Mickey, che stava in piedi su una passerella tutta deformata e si
teneva in equilibrio aggrappandosi alla paratia interna. Afferrò di nuovo la maniglia e cercò di aprire la
porta.
«Dammi la tua torcia» disse Ross, che poi diresse i due raggi sulla porta, mentre Mickey si
sforzava ancora di tirarla a sé. Era tutto rosso in faccia, e ansimava.
«No» disse scuotendo la testa. «Si è incastrata.»
Mason lo raggiunse. «Magari la cabina è ancora pressurizzata» disse in un sussurro. Non gli
piaceva il modo in cui la sua voce rimandava echi continui.
«Ne dubito» disse Ross, cercando di riflettere. «Più probabilmente si è deformato lo stipite.»
Scrollò di nuovo la testa. «Aiuta Carter.»
Mason afferrò una maniglia e Mickey l’altra, poi puntarono i piedi contro la parete e tirarono
con tutta la forza che avevano. La porta resistette. Allora rafforzarono la presa e tirarono ancora più
forte.
«Si è mossa!» esclamò Mickey. «Pare che ce l’abbiamo fatta.»
Ripresero a fare pressione contro la passerella malconcia e riuscirono ad aprire un varco.
L’intelaiatura era tutta piegata, e la porta faceva resistenza in un angolo. Non fu possibile aprirla
completamente e dovettero infilarsi di sbieco.
Fu Mason a entrare per primo, e trovò la cabina buia. Puntò il raggio della torcia sul sedile del
pilota. Era vuoto. Sentì Mickey dimenarsi alle sue spalle mentre lui spostava la luce sul sedile del
navigatore.
Non c’era più. Era proprio lì che la paratia aveva subito l’impatto con il terreno: il visore, il
quadro comandi e il sedile erano rimasti schiacciati sotto le lamiere piegate. Mason provò una stretta
alla gola nell’immaginarsi seduto in un sedile come quello, davanti a un quadro comandi come quello,
sotto una paratia come quella.
Poi entrò Ross. I tre raggi luminosi frugarono nell’oscurità. Dovevano stare tutti in piedi, a
gambe larghe, perché il pavimento pendeva di lato.
E il modo in cui pendeva fece venire in mente qualcosa a Mason. Corpi che scivolavano, cose
che scivolavano...
Proprio nell’angolo, dove puntò improvvisamente la torcia, con mano tremante.
Ebbe un tuffo al cuore, gli si accapponò la pelle e si ritrovò a fissare nel buio con gli occhi
sgranati. Poi sentì che gli scarponi lo trascinavano giù lungo il piano inclinato, come se qualcuno li
guidasse.
«Qui» disse, la voce rauca per l’emozione.
C’erano i corpi, davanti a lui. Ne aveva urtato uno con il piede mentre tentava di non scivolare
ulteriormente, spostando il peso del corpo sull’altra gamba.
Adesso sentì i passi di Mickey, la sua voce. Un sussurro. Un sussurro angosciato, inorridito.
«Madre di dio!»
Nulla da Ross. Nulla da nessuno dei tre, da quel momento in poi, se non gli sguardi fissi e i
respiri mozzati.
Perché i corpi straziati sul pavimento erano i loro, i corpi di loro tre. Tutti e tre... morti.
Mason non seppe dire per quanto tempo rimasero lì senza parlare, fissando le sagome immobili
e contorte sul pavimento.
Come reagisce un uomo quando è messo di fronte al suo cadavere? La sua mente formulò la
domanda in modo quasi inconscio. Che cosa può dire? Quali saranno le sue prime parole? Un bel
rompicapo, eppure un interrogativo carico di significato.
Ma stava succedendo. Lui era lì immobile... e nello stesso tempo era morto ai suoi piedi. Sentì
le mani che gli s’intorpidivano e si dondolò a disagio sul piano inclinato.
«Dio!»
Era ancora Mickey. Aveva puntato il raggio della torcia dritto sulla sua faccia, e mentre
guardava piegava la bocca in modo innaturale. Tutti e tre avevano puntato la luce sulle loro facce, e i
candidi nastri luminosi sembravano connettere i corpi sdoppiati.
Alla fine Ross, tremando, respirò a fondo l’aria stagnante della cabina.
«Carter,» disse «cerca l’interruttore del generatore di emergenza. Vedi se funziona.» La sua
voce era arrochita, tesa come una corda di violino.
«Signore?»
«L’interruttore... l’interruttore!» scattò Ross.
Mason e il capitano rimasero lì immobili, mentre Mickey tornava incespicando verso il ponte.
Sentirono i suoi stivali che urtavano i detriti metallici sul pavimento. Mason chiuse gli occhi, ma non fu
capace di ritrarre il piede che premeva ancora contro un corpo che era il suo. Sembrava legato.
«Non capisco» disse fra sé e sé.
«Tieni duro» disse Ross.
Poi sentirono il generatore di emergenza che si avviava mugolando. Le luci tremolarono, si
spensero. Il generatore tossicchiò e cominciò a ronzare. A quel punto le luci rimasero accese.
Adesso guardarono in basso. Mickey scivolò lungo il pavimento inclinato e li raggiunse. Fissò
il suo corpo. Aveva la testa schiacciata. Mickey si ritrasse, spalancando la bocca in una smorfia di
incredulo terrore.
«Non capisco» disse. «Non capisco. Ma che significa?»
«Carter» disse Ross.
«Sono io!» esclamò Mickey. «Signore, sono io!»
«Controllati!» gli ordinò Ross.
«Noi tre» disse Mason con un filo di voce. «E siamo tutti e tre morti.»
Sembrava che non ci fosse nulla da dire. Era un incubo muto. La cabina sbilenca, tutta contorta
e deformata. I tre cadaveri ripiegati su sé stessi e ammucchiati in un angolo, in un groviglio di braccia e
gambe. E tutto ciò che potevano fare era guardare.
Poi Ross disse: «Andate a prendere un telo. Tutti e due.»
Mason si voltò senza esitazione, sollevato di potersi riempire la mente con un semplice ordine.
Sollevato di potere spezzare quell’orrore paralizzante facendo qualcosa di concreto. Attraversò il ponte
a grandi passi. Mickey indietreggiò anche lui, ma senza riuscire a distogliere lo sguardo imbambolato
da quel robusto cadavere con la tuta verde e la testa schiacciata e insanguinata.
Mason estrasse una pesante incerata dal ripostiglio e la portò nella cabina, muovendo
meccanicamente le braccia e le gambe, come un robot. Cercò di intorpidirsi il cervello, di impedirsi di
pensare fino a quando non avesse superato l’impatto iniziale di quella scena.
Lui e Mickey svolsero il copertone con movimenti legnosi per poi adagiarlo sui cadaveri. Una
volta ricoperti da quel telo lucido, di essi si intravedeva il profilo dei torsi, delle teste e di un braccio
rigidamente proteso verso l’alto come una spada, ripiegato sopra il gomito e la mano a mo’ di
raccapricciante pennone.
Mason si ritrasse con un fremito. Andò a urtare il sedile del pilota e vi si accasciò. Fissò le sue
gambe allungate, i pesanti stivali. Allungò la mano, si prese una gamba e la pizzicò, provando quasi
sollievo per il dolore lancinante.
«Vieni via» sentì che Ross che diceva a Mickey. «Ho detto, vieni via!»
Abbassò lo sguardo e vide Ross che quasi trascinava di peso Mickey, accucciato sui cadaveri.
Gli tenne un braccio e lo aiutò a risalire la pendenza.
«Siamo morti» disse sgomento Mickey. «Siamo noi quelli lì. Siamo morti.»
Ross sospinse Mickey fino all’oblò infranto e lo costrinse a guardare fuori.
«Guarda» gli disse. «Là fuori c’è la nostra nave. Proprio come l’abbiamo lasciata. Questa nave
non è la nostra. E quei corpi... non possono essere i nostri» concluse fiaccamente. In un uomo dalle
idee salde come lui quelle parole suonavano inconsistenti, quasi estranee alla sua personalità. Deglutì e
protese il labbro inferiore, quasi a volere sfidare quel mistero. Ross non amava i misteri. Era un uomo
fatto per decidere e agire. E adesso aveva bisogno di azione.
«Lì per terra ha visto sé stesso» gli obiettò Mason. «Vuole forse venirmi a dire che non è
così?»
«È esattamente quello che sto dicendo» rispose Ross, contrariato. «Può sembrare assurdo, ma
c’è sicuramente una spiegazione. C’è una spiegazione per ogni cosa.»
Si pizzicò il braccio muscoloso e fece una smorfia.
«Eccomi qui» disse. «In carne e ossa.» Rivolse un’occhiataccia agli altri due, quasi volesse
sfidarli a sostenere il contrario. «Sono vivo» aggiunse.
Mason e Mickey lo fissarono con occhi inespressivi.
«Io non capisco» disse debolmente Mickey. Poi scosse la testa e ritrasse le labbra, mostrando i
denti.
Mason sedeva come un sacco di stracci nel sedile del pilota, quasi sperando che il dogmatismo
di Ross lo aiutasse a superare quel momento, che il suo approccio positivo nei confronti
dell’inspiegabile gli facesse trovare una via d’uscita. E lui aveva tutte le intenzioni di trovarla. Si sforzò
di arrivarci da solo, ma era molto più facile lasciare che fosse il capitano ad assumersi quella
responsabilità.
«Siamo tutti morti» disse Mickey.
«Non fare lo sciocco!» esclamò Ross. «Tu ti senti morto?»
Mason si domandò per quanto tempo sarebbe durato. Si appoggiò alla spalliera e la sentì solida
contro la schiena. Poteva anche fare scorrere le dita su manopole, leve e pulsanti altrettanto solidi.
Tutto reale. Non era un sogno. Non occorreva nemmeno che si desse un pizzico.
«Forse è una visione» azzardò, nel vano tentativo di formulare un pensiero, come un animale
in mezzo a una palude si muove esitante in cerca di terreno solido.
«Basta così» disse Ross.
Poi i suoi occhi si strinsero. Fissò intensamente i suoi uomini, con l’aria di chi ha preso una
decisione. Mason non vedeva l’ora di sapere e cercò di ipotizzare quale potesse essere. Una visione?
No, non era possibile. Ross non si baloccava con le visioni. Notò che anche Mickey guardava Ross a
bocca aperta. Anche lui aveva bisogno del conforto di una spiegazione plausibile.
«Una distorsione temporale» disse Ross.
Gli altri due lo guardarono senza capire.
«Cosa?» chiese Mason.
«Ascoltatemi» disse Ross, e spiegò la sua teoria. Più che una teoria, una certezza, perché Ross
nella sua linea di pensiero non si fermava mai alle teorie.
«Curvatura dello spazio» disse Ross. «Il tempo e lo spazio formano un continuum, giusto?»
Nessuna risposta. Ross non ne aveva bisogno.
«Ricordate, una volta al corso di addestramento ci hanno parlato della possibilità di
circumnavigare il tempo. Ci hanno detto che potevamo lasciare la Terra in una certa data e al nostro
ritorno ritrovarci un anno prima rispetto ai nostri calcoli. O un anno dopo. Erano solo teorie, secondo i
nostri insegnanti. Be’, io dico che è successo a noi. È logico, potrebbe succedere. Potremmo avere
attraversato una distorsione temporale. Siamo in un’altra galassia, magari lungo linee spaziali diverse, o
addirittura lungo linee temporali diverse.»
Fece una pausa per verificare l’effetto delle sue parole.
«Io dico che siamo nel futuro» affermò.
Mason lo guardò.
«E questo in che modo ci può aiutare?» gli chiese. «Se lei ha ragione?»
«Non siamo morti!» Ross sembrava stupito che ancora non se ne fossero convinti.
«È nel futuro» disse piano Mason «che moriremo.»
Ross lo guardò a bocca spalancata. Non ci aveva pensato. Non aveva pensato che la sua idea
peggiorava ancora le cose. Perché c’era una cosa sola peggiore della morte, ed era sapere che si stava
per morire. Sapere il dove e il quando.
Mickey scosse la testa, agitando impacciato le mani lungo i fianchi. Poi se ne portò una alle
labbra e si mordicchiò nervosamente un’unghia sporca.
«No» disse. «Non capisco.»
Ross rimase a fissare Mason con gli occhi stanchi, tormentandosi le labbra. L’ignoto stava
trovando spazio dentro di lui, e annullava il conforto di un ragionamento concreto e razionale. Ross
lottava disperatamente per scacciare quella sensazione, per liberarsene. Riprese il discorso.
«Ascoltatemi» disse. «Siamo tutti d’accordo che quei corpi non sono i nostri.»
Nessuna risposta.
«Usate il cervello!» ordinò Ross. «Toccatevi!»
Mason fece scorrere le dita intorpidite sulla tuta, sul casco, sulla penna che aveva in tasca,
tastò la solidità della carne e delle ossa, guardò le vene sulle braccia, premette un dito preoccupato sul
polso per sentirne il battito. È vero, pensò. E quel pensiero gli restituì qualche brandello di coraggio.
Nonostante tutto, nonostante l’appassionata filippica di Ross, lui era vivo. Carne e sangue ne erano la
prova.
Allora la sua mente riprese vigore. Mason si tirò su, aggrottando la fronte mentre cercava di
ragionare, e vide che sul volto di Ross, completamente esausto, compariva un’espressione di sollievo.
«D’accordo, allora» disse. «Siamo nel futuro.»
Mickey stava in piedi accanto all’oblò, ansioso.
«E questo dove ci porta?» chiese.
Le sue parole scoraggiarono Mason. Era vero, dove li portava?
«Come facciamo a sapere quanto è lontano questo futuro?» chiese, peggiorando ancor più il
loro morale, già a terra per effetto della domanda di Mickey. «Come possiamo essere certi che non si
verifichi nei prossimi venti minuti?»
Ross si irrigidì. Si diede un forte pugno sul palmo della mano.
«Vuoi sapere come facciamo a saperlo?» disse, deciso. «Se non decolliamo non possiamo
precipitare. Ecco come.»
Mason lo fissò.
«Forse se ripartissimo» disse «potremmo ugualmente aggirare la nostra morte e lasciarla in
questo sistema spaziotemporale. Potremmo ritornare a quello della nostra galassia e...»
Non riuscì a concludere la frase. La sua mente era travolta da una ridda contrastante di
pensieri.
Ross aggrottò la fronte. Era irrequieto, e si umettava le labbra. Ciò che prima era semplice e
chiaro, adesso era qualcosa di diverso, da spiegare nuovamente. E quell’aggiunta non richiesta di
ulteriori complicazioni lo contrariava non poco.
«Adesso siamo tutti vivi» disse, cercando di convincere anche sé stesso, consolidando la sua
sicurezza con parole incoraggianti. «E abbiamo un unico modo per restarlo.»
Li guardò. Aveva preso la sua decisione. «Dobbiamo rimanere qui» disse.
Gli altri due si limitarono a fissarlo. Ross desiderò che uno di loro, almeno uno, fosse
d’accordo con lui, che mostrasse qualche segno di risolutezza.
«Ma... come facciamo con i nostri ordini?» domandò Mason senza troppa convinzione.
«I nostri ordini non c’impongono di ucciderci!» rispose Ross. «No, è l’unica soluzione. Se non
ripartiremo più, non ci schianteremo al suolo. Noi... noi lo evitiamo, lo preveniamo!»
Mosse la testa in avanti, in un gesto secco. Per lui la questione era risolta. Mason scrollò il
capo.
«Non lo so» disse. «Io non...»
«Io sì» lo interruppe con decisione Ross. «E adesso usciamo di qui. Questa nave mi sta dando
sui nervi.»
Mason si alzò al cenno del capitano che indicava la porta. Mickey fece per muoversi, poi ebbe
un attimo di esitazione. Abbassò lo sguardo sui cadaveri.
«Non dovremmo...?» cominciò a dire.
«Che cosa, che cosa?» chiese Ross, che non vedeva l’ora di andarsene.
Mickey fissò i corpi. Si sentiva prigioniero di una specie di grande, sconcertante follia.
«Non dovremmo... seppellirci?» concluse.
Ross deglutì. Non aveva più voglia di ascoltare. Li sospinse fuori dalla cabina. Poi, mentre
discendevano lungo il relitto, diede un’occhiata verso la porta. Guardò l’incerata che ricopriva il
mucchio di corpi. Strinse le labbra fino a farle diventare esangui.
«Sono vivo» borbottò rabbiosamente.
Quindi spense la luce con un gesto brusco, quasi a volersi vendicare, e uscì.
Erano tutti seduti nella cabina della loro nave. Ross aveva ordinato di prendere il cibo dalla
stiva, ma era l’unico che mangiava. Lo faceva con un movimento aggressivo delle mascelle, quasi
volesse frantumare fra i denti tutto il mistero di quella storia.
Mickey fissava il cibo senza toccarlo.
«Per quanto tempo saremo costretti a restare qui?» chiese, come se non si fosse reso bene
conto che dovevano rimanervi in eterno.
Mason ne approfittò. Si sporse dal sedile e guardò Ross. «Per quanto tempo durerà il cibo che
abbiamo?»
«Là fuori ci sarà qualcosa di commestibile, su questo non ho dubbi» rispose Ross, masticando.
«Come faremo a capire che cosa si può mangiare e che cosa è velenoso?»
«Osserveremo gli animali» insisté Ross.
«Sono una forma di vita diversa» osservò Mason. «Quello che mangiano loro può essere
nocivo per noi. E poi non sappiamo nemmeno se qui ci sono animali.»
Quelle parole gli fecero inarcare le labbra in un timido, amaro sorriso. E sì che aveva sperato
di entrare in contatto con un’altra razza. La sua gli pareva una situazione quasi ridicola.
Ross si alterò. «Non... non fasciamoci la testa prima di essercela rotta» sbottò, come se
sperasse di smorzare ogni contestazione con quel vecchio modo di dire.
Mason scosse il capo. «Non mi convince» disse.
Ross si alzò in piedi.
«Ascoltatemi» disse. «È facile porre domande. Abbiamo deciso tutti insieme di restare qui.
Adesso cominciamo a pensarci in modo concreto. Non ditemi quello che non possiamo fare, lo so bene
quanto voi. Ditemi quello che possiamo fare.»
Poi si girò e si diresse impettito verso il quadro comandi. Restò lì a fissare i quadranti e gli
indicatori, tutti spenti. Poi si mise a sedere e cominciò a scrivere rapidamente sul registro di bordo,
come se gli fosse appena venuto in mente qualcosa che doveva annotare subito. In seguito Mason andò
a leggere quello che aveva scritto e vide che si trattava di una relazione nella quale spiegava con
convinzione, malgrado qualche incertezza, per quale motivo erano tutti ancora vivi.
Mickey si alzò e si mise a sedere sulla sua cuccetta, premendosi le grosse mani sulle tempie.
Assomigliava molto a un ragazzino che temesse di essere punito per aver mangiato troppe mele acerbe,
ignorando le raccomandazioni di sua madre. Mason capì che cosa stava pensando. Stava pensando a
quel corpo immobile con il cranio schiacciato. All’immagine di sé stesso brutalmente ucciso
nell’impatto. Lui, Mason, pensava la stessa cosa. E a dispetto del suo atteggiamento, probabilmente
anche Ross.
Mason stava accanto al portello e guardava fuori, verso il relitto silenzioso oltre il prato. Si
stava facendo buio. Gli ultimi raggi del sole di quel pianeta scintillavano sullo scafo dell’astronave
fracassata. A quel punto distolse lo sguardo e osservò l’indicatore della temperatura esterna. C’era
ancora luce e il termometro era già abbondantemente sotto lo zero. Mason spostò con l’indice della
mano destra l’ago del termostato.
Stavano perdendo calore, pensò. La loro nave avrebbe cominciato a consumare la sua energia.
Avrebbe cominciato a bere il suo stesso sangue, senza possibilità di trasfusione. Il sistema energetico
della nave si ricaricava solo in fase operativa. E loro erano lì immobili, intrappolati e inerti.
«Quanto possiamo resistere?» domandò nuovamente a Ross, rifiutandosi di mantenere il
silenzio di fronte a quell’interrogativo. «Non possiamo vivere in eterno dentro questa nave. Entro un
paio di mesi il cibo comincerà a scarseggiare. E a quel punto il sistema di ricarica sarà già andato. Non
ci sarà più calore e moriremo di freddo.»
«Chi ci dice che la temperatura esterna ci congelerà?» ribatté Ross, simulando una pazienza
che non aveva.
«È appena il tramonto» osservò Mason. «E già siamo scesi a tredici gradi sotto zero.»
Ross gli rivolse un’occhiataccia, poi si alzò dalla sedia e cominciò a passeggiare
nervosamente.
«Se decolliamo» disse «rischiamo di... finire come quella nave laggiù.»
«Ma è proprio così?» si domandò Mason. «Possiamo morire solo una volta. E a quanto pare ci
è già successo. In questa galassia. Magari si può morire una sola volta in ogni galassia. Magari c’è una
vita dopo la morte. Magari...»
«Hai finito?» lo interruppe freddamente Ross.
Mickey guardò in su.
«Partiamo» disse. «Non voglio starmene qui a non fare niente.»
Fissò Ross.
«Cerchiamo di non correre rischi inutili. Pensiamoci su» ribatté questi.
«Io ho una moglie!» esclamò rabbiosamente Mickey. «Solo perché lei non è sposato...»
«Piantala!» tuonò Ross.
Mickey si accasciò sulla cuccetta e girò la faccia verso la paratia gelida. Il suo corpo massiccio
era scosso da un respiro ansimante. Non disse nulla. Si limitò ad aprire e richiudere le dita sulla
coperta, a tormentarla, a strapparsela da sotto il corpo.
Ross si mise a camminare in su e in giù per il ponte, picchiandosi meccanicamente il palmo
della mano con l’altra chiusa a pugno. Batteva i denti, e scuoteva caparbiamente la testa ogni volta che
scartava mentalmente una nuova ipotesi. A un certo punto si fermò, guardò Mason, e riprese a
camminare. Poi accese il faro esterno e guardò fuori, quasi per accertarsi che tutto ciò che era accaduto
non fosse frutto dell’immaginazione.
La luce illuminò la nave distrutta, che riluceva sinistramente, come una gigantesca lastra
tombale scheggiata. Ross spense il faro borbottando qualcosa di incomprensibile, e si voltò a guardare i
suoi uomini. Il petto ampio si gonfiava e si sgonfiava al ritmo del suo respiro.
«E va bene» disse. «In fondo si tratta anche delle vostre vite. Non posso decidere io per tutti.
Voteremo per alzata di mano. Quel relitto là fuori potrebbe essere qualcosa di completamente diverso
da ciò che immaginiamo. Se voi due pensate che valga la pena di rischiare la pelle ripartendo, noi...
ripartiremo.»
Poi si strinse nelle spalle. «Votiamo» disse. «Per me dobbiamo restare qui.»
«Per me dobbiamo andarcene» disse Mason.
I due guardarono Mickey.
«Carter,» disse Ross «qual è il tuo voto?»
Mickey si girò a guardarli con gli occhi inespressivi.
«Vota» disse Ross.
«Andarcene» disse Mickey. «Ci faccia partire. Preferisco morire che restare qui.»
Ross deglutì a fatica, poi respirò a fondo e raddrizzò le spalle.
«D’accordo» disse con calma. «Partiamo.»
«Che dio abbia pietà di noi» farfugliò Mickey mentre Ross si avviava sollecito verso il quadro
di controllo.
Il capitano esitò un attimo, poi azionò i comandi. La grande nave cominciò a fremere mentre i
gas si accendevano e si riversavano dagli ugelli posteriori come fulmini al guinzaglio. Quel rumore fu
quasi una consolazione per Mason. Ormai non gli importava più; anche lui, come Mickey, voleva
cogliere l’occasione. Erano trascorse poche ore e gli sembrava un anno. I minuti si erano trascinati uno
dopo l’altro, appesantiti da ricordi opprimenti di quei cadaveri, dell’astronave distrutta... e anche della
Terra che non avrebbero più rivisto, di genitori e mogli e fidanzate e figli. Perduti per sempre. No, era
molto meglio tentare di ritornare. Aspettare senza poter fare nulla è la cosa peggiore che possa capitare
a un uomo. E Mason non era più in grado di sopportarlo.
Si mise seduto al suo posto e aspettò, nervoso. Sentì Mickey che saltava su e andava al
pannello di controllo dei motori.
«Farò un decollo molto dolce» disse Ross. «Non c’è motivo di... di crearci problemi.»
Fece una pausa. I due uomini drizzarono la testa e lo fissarono con i muscoli tesi per
l’impazienza.
«Siete pronti?» chiese Ross.
«Ci porti via» disse Mickey.
Ross serrò le labbra e azionò l’interruttore su cui era scritto: decollo verticale.
Sentirono la nave che tremava, come se esitasse. Poi si sollevò da terra e puntò verso l’alto a
velocità crescente. Mason accese il visore di poppa e osservò il pianeta scuro che si allontanava,
sforzandosi di ignorare la macchia chiara nell’angolo dello schermo, quella macchia che scintillava
metallicamente alla luce della luna.
«Cinquecento» lesse. «Settecentocinquanta... mille... mille e cinquecento...»
Continuò ad aspettare. Un’esplosione. Un motore che cedeva. L’ascesa che si interrompeva
bruscamente.
Continuarono a salire.
«Tremila» disse Mason, con la voce che cominciava a tradire un senso crescente di aspettativa.
Il pianeta si allontanava sempre più, e ormai l’altra nave era solo un ricordo. Diede un’occhiata a
Mickey, che aveva lo sguardo fisso e la bocca spalancata, quasi fosse sul punto di gridare hurrà, ma
esitasse a farlo per non sfidare il destino.
«Seimila... settemila!» La voce di Mason era trionfante. «Siamo usciti!» La faccia di Mickey si
sciolse in un gran sorriso di soddisfazione. Si passò una mano sulla fronte facendo schizzare sul
pavimento grosse gocce di sudore.
«Dio» disse, senza fiato. «Mio dio!»
Mason si avvicinò al sedile del capitano e gli diede una pacca sulla spalla.
«Ce l’abbiamo fatta» disse. «Bel decollo.»
Ross sembrava contrariato.
«Non avremmo dovuto partire» disse. «Non abbiamo combinato niente per tutto questo tempo,
e adesso dovremo metterci a cercare un altro pianeta.» Scosse la testa. «Non è stata una buona idea»
aggiunse.
Mason lo fissò, poi distolse lo sguardo pensando... non riuscirai a convincermi.
«Se mai vedrò qualcosa che scintilla» disse ad alta voce «terrò chiusa la mia boccaccia. E
comunque, al diavolo le razze aliene.»
Silenzio. Tornò al suo posto e prese il grafico, traendo un profondo respiro. Tremava ancora.
Che Ross si lamenti pure, pensò, adesso posso sopportare tutto. Le cose sono tornate alla normalità.
Cominciò suo malgrado a lavorare di fantasia, cercando di immaginare che cosa poteva essere successo
su quel pianeta.
Poi incontrò per caso lo sguardo di Ross.
Ross era pensieroso. Aveva le labbra strette, e parlava da solo. Poi Mason si accorse che lo
stava guardando.
«Mason» disse Ross.
«Che c’è?»
«Razze aliene, hai detto.»
Mason sentì un brivido freddo attraversargli il corpo. Vide la grossa testa di Ross che annuiva,
con decisione. Una decisione a lui ignota. Cominciarono a tremargli le mani e gli passò per la testa
un’idea assurda. No, Ross non avrebbe fatto una cosa del genere, non semplicemente per soddisfare la
sua vanità. O forse sì?
«Io non...» cominciò. Con la coda dell’occhio vide Mickey che osservava anche lui il capitano.
«Ascoltatemi» disse Ross. «Ve lo dico io che cosa è successo laggiù. Ve lo farò vedere!»
I due lo fissarono paralizzati dall’orrore mentre Ross invertiva la rotta e riportava indietro la
nave.
«Che sta facendo?» gridò Mickey.
«Datemi retta» disse Ross. «Ma non avete capito? Non vedete come si sono presi gioco di
noi?»
Lo guardarono entrambi senza capire. Mickey mosse un passo verso di lui.
«Una razza aliena» proseguì Ross. «È tutto qui, per farla breve. L’idea dello spaziotempo non
regge. Ve lo dico io qual è l’idea che regge. Insomma, noi ce ne andiamo da quel pianeta. Qual è la
prima cosa che ci viene in mente di dire quando dobbiamo stilare il rapporto? Che è inabitabile?
Potremmo anche andare oltre, e non parlarne affatto.»
«Ross, lei non ci riporterà indietro!» disse Mason, alzandosi di scatto mentre l’idea del ritorno
lo colpiva in tutta la sua pienezza.
«Ci puoi scommettere!» esclamò Ross, in preda a una forma di esaltazione.
«Lei è impazzito!» gli gridò Mickey, tremando in tutto il corpo e stringendo minacciosamente i
pugni all’altezza dei fianchi.
«Ascoltatemi!» tuonò Ross. «Chi sarebbe a trarre vantaggio dal nostro mancato rapporto su
quel pianeta?»
I due non risposero. Mickey si fece più vicino.
«Idioti!» disse Ross. «Non è ovvio? Laggiù c’è vita. Ma una vita che non è abbastanza forte da
ucciderci o da allontanarci con la violenza. E allora che possono fare? Non vogliono che scendiamo.
Che cosa faranno secondo voi?»
Si rivolgeva loro come un insegnante che non riesca a ottenere le risposte giuste dai più somari
della classe.
Mickey si era insospettito, ma adesso era anche curioso, e temeva un po’ il suo capitano, come
gli succedeva sempre tranne quando si trovava in grave pericolo di vita. Era sempre stato Ross a
guidarli ed era difficile ribellarsi a lui, anche quando sembrava che avesse tutte le intenzioni di
ucciderli. I suoi occhi si spostarono sul visore dove il pianeta ricominciava a crescere sotto di loro
come una grande palla scura.
«Siamo vivi» disse Ross «e io sono sicuro che laggiù non c’è mai stata una nave. L’abbiamo
vista, certo. L’abbiamo anche toccata. Ma si può vedere qualsiasi cosa, se ci si convince che c’è! E tutti
i sensi ce lo confermano, anche se non c’è niente. Tutto quello che dovete fare è crederci!»
«Dove vuole arrivare?» si affrettò a chiedergli Mason, troppo spaventato per capire. I suoi
occhi volarono all’altimetro. Diciassettemila... sedicimila... quindicimila...
«Telepatia» disse Ross, con un tono trionfale che non ammetteva repliche. «Io dico che quegli
uomini, o quello che sono, ci hanno visti arrivare. E non ci volevano lì. Perciò hanno letto nelle nostre
menti la paura della morte, e hanno deciso che il modo migliore per spaventarci e costringerci a
scappare era quello di mostrarci la nostra nave schiantata e noi stessi morti all’interno. E ha
funzionato... fino a ora.»
«Ha funzionato!» ripeté Mason. «E lei vuole farci correre il rischio di finire uccisi solo per
provare la sua maledetta teoria?»
«È più che una teoria!» ruggì Ross mentre la nave scendeva sempre più veloce. Poi aggiunse,
con la forza dell’orgoglio ferito: «E poi i miei ordini dicono di raccogliere campioni su ogni pianeta.
Fino a oggi ho sempre eseguito gli ordini e, perdio, continuerò a farlo!»
«Ha visto quanto faceva freddo!» disse Mason. «Comunque lì non potrebbe viverci nessuno.
Usi la testa, Ross!»
«Dannazione, sono io il comandante di questa nave!» strillò Ross. «E sono io a dare gli
ordini!»
«Non quando le nostre vite sono nelle sue mani!» ribatté Mickey avanzando verso il capitano.
«Fermo dove sei!» gli ordinò Ross.
Fu in quel momento che uno dei motori della nave si fermò, facendola piegare violentemente
di lato.
«Idiota!» esplose Mickey, che aveva perso l’equilibrio. «È tutta colpa tua, tutta colpa tua!»
Al di fuori, la notte precipitava intorno a loro.
La nave vacillava vistosamente. Previsione avverata, fu l’unica frase che riuscì a pensare
Mason. La sua visione delle urla, del muto terrore, delle invocazioni a un cielo sordo: tutto si stava
avverando. Entro pochi minuti la loro nave sarebbe diventata quel relitto. E quei tre corpi sarebbero
stati i...
«Oh... maledizione!» esclamò con tutto il fiato che aveva, infuriato per la folle ostinazione di
Ross nel volerli riportare indietro, nel provocare il futuro così come loro l’avevano visto... tutto per via
del suo stupido orgoglio.
«No, non si prenderanno gioco di noi!» urlò Ross, sempre aggrappato alla sua idea come un
mastino morente che stringe ancora la gola del suo nemico.
Azionò i comandi, cercando di fare cambiare rotta alla nave. Non ci riuscì, e la nave continuò a
precipitare come una foglia sballottata dal vento. Il giroscopio non era in grado di contrastare le
brusche variazioni nell’assetto della cabina e i tre uomini si ritrovarono scagliati da tutte le parti sul
ponte ormai impazzito.
«Motori ausiliari!» gridò Ross.
«È inutile!» esclamò Mickey.
«Dannazione!» Ross si mosse barcollando lungo il ponte inclinato, poi cadde pesantemente
contro la plancia, mentre la cabina si piegava dalla parte opposta. Tirò le leve con le mani tremanti.
All’improvviso Mason vide di nuovo dal visore di poppa uno spruzzo irregolare di fiamme. La
nave smise di tremare e puntò il muso verso il basso. La cabina si stabilizzò.
Ross si lasciò cadere sul suo sedile e armeggiò freneticamente per riprendere il controllo della
nave. Mickey lo guardava da terra, pallido e inespressivo. Anche Mason lo guardava, troppo impaurito
per dire qualcosa.
«E adesso chiudete il becco!» disse disgustato Ross, senza nemmeno degnarli di uno sguardo,
esprimendosi come avrebbe fatto un padre insoddisfatto con i propri figli. «Quando saremo atterrati
vedrete che è tutto vero. Quella nave non ci sarà più. E noi andremo a caccia di quei bastardi che ci
hanno ficcato quest’idea in testa!»
I due uomini fissarono come istupiditi il loro capitano, mentre la nave continuava a scendere.
Lo videro muovere le mani sui comandi con grande efficienza. Mason provò un senso di fiducia nei
suoi confronti. Rimase seduto tranquillo sul ponte, aspettando senza paura il momento dell’atterraggio.
Mickey si rialzò e gli andò accanto, aspettando anche lui.
La nave toccò il suolo. Si fermò. Erano atterrati di nuovo. Erano sempre gli stessi. E...
«Accendete il faro» disse loro Ross.
Mason premette l’interruttore. Si affollarono tutti davanti all’oblò. Mason si domandò per un
secondo come avesse fatto Ross ad atterrare nello stesso punto. In apparenza non aveva nemmeno
seguito i calcoli utilizzati nel corso del precedente atterraggio.
Guardarono fuori.
Mickey trattenne il respiro. Ross rimase a bocca spalancata.
Il relitto era ancora lì.
Erano atterrati nello stesso posto e avevano scoperto che il relitto c’era ancora. Mason distolse
lo sguardo dall’oblò e si mosse barcollando sul ponte. Si sentiva perso, vittima di qualche orribile burla
universale, un uomo segnato dal destino.
«Aveva detto...» cominciò Mickey, rivolto al capitano.
Ross continuava a guardare dall’oblò con occhi increduli.
«Adesso dovremo ripartire» disse Mickey, digrignando i denti. «E questa volta ci schianteremo
sul serio. E rimarremo uccisi. Proprio come quei... quei...»
Ross non disse nulla. Osservava dall’oblò la negazione dell’ultima speranza a cui si era
aggrappato. Si sentiva svuotato, aveva perso del tutto la fiducia nel buon senso e nella razionalità.
Fu Mason a parlare.
«Noi non ci schianteremo...» disse cupamente «... mai.»
«Cosa?»
Mickey lo stava fissando. Ross si girò e lo guardò anche lui.
«Perché non la finiamo di illuderci?» disse Mason. «Sappiamo tutti come stanno le cose, no?»
Stava pensando a quello che Ross aveva detto poco prima. A proposito della capacità dei sensi
di confermare quello in cui si crede. Anche se non c’è niente di concreto...
Poi, in una frazione di secondo, pienamente consapevole, vide Ross e vide Carter. Li vide
com’erano. E trasse un profondo, fremente respiro, l’ultimo prima che l’illusione gli restituisse carne e
fiato.
«Si parte» disse amaramente, e la sua voce fu un sussurro doloroso nella nave fantasma.
«L’Olandese Volante è pronto a fare il giro dell’universo.»
...
.
...
Fine.
...
.
....
Eliminazione lenta.
...
.
...
Titolo originale: Disappearing Act. 1953.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Queste annotazioni provengono da un quaderno di scuola che è stato ritrovato due settimane fa in un negozio di dolciumi di Broadway. Accanto a esso, sul bancone, c’era una tazza di caffè mezza vuota. Il proprietario del negozio ha affermato che nessuno era stato nel negozio nelle tre ore precedenti al ritrovamento del quaderno.
Sabato mattina presto.
Non dovrei scrivere queste cose. E se Mary lo trovasse? Che succederebbe? La fine, ecco che succederebbe, cinque anni buttati dalla finestra.
Però devo scriverle. È troppo tempo che aspetto. Non ci sarà pace se non metto nero su bianco.
Devo tirar fuori tutto e chiarirmi le idee. Ma è difficile semplificare le cose e facile complicarle.
Bisogna tornare indietro di qualche mese.
Dove è cominciato? Naturalmente con una discussione. Ne avremo avute un migliaio, da
quando ci siamo sposati. E sempre sullo stesso argomento, è questa la cosa orribile.
Denaro.
«Non è una questione di fiducia in quello che scrivi» dice Mary. «È una questione di conti e se
riusciremo o no a pagarli.»
«Conti di che?» dico io. «Di cose necessarie? No. Di cose che non ci servono nemmeno.»
«Non ci servono?» E via dicendo. Dio, com’è impossibile la vita senza quattrini. Non c’è
niente che conta di più, anche le sciocchezze diventano importantissime. Come faccio a scrivere in
pace con problemi senza fine di soldi, soldi, soldi? Il televisore, il frigorifero, la lavatrice... ancora tutto
da pagare. E il letto che desidera lei.
Ma nonostante tutto io – da quell’idiota patentato che sono – continuo addirittura a peggiorare
la situazione.
Perché mai quella prima sera me ne sono andato da casa come un razzo? Avevamo litigato,
certo, ma l’avevamo già fatto altre volte. Vanità, ecco tutto. Dopo sette anni – sette! – che scrivo ho
guadagnato soltanto 316 dollari. E ancora continuo a fare quello schifoso lavoro di dattilografo
notturno a tempo parziale. E Mary è costretta a lavorare insieme a me, nello stesso posto. Dio sa se non
ha tutte le ragioni per porsi dei dubbi. Se non ha tutto il diritto di cercare sempre di convincermi ad
accettare quel lavoro a tempo pieno che Jim continua a offrirmi.
Sono io che devo decidere. Mi basta riconoscere il bisogno di soldi, fare la mossa giusta e tutto
è risolto. Niente più lavoro notturno. Mary potrebbe restarsene a casa come desidera, come dovrebbe.
La mossa giusta, tutto qui.
Ho fatto la mossa sbagliata, invece. Dio, come mi sento male.
Io che esco con Mike. Tutti e due, imbecilli senza un barlume d’intelligenza negli occhi,
insieme a Jean e Sally. Erano mesi, ormai, che accantonavamo l’ovvia conclusione di essere due idioti.
Volevamo perderci in un’esperienza nuova. Giocare a fare gli scemi fino a raggiungere la perfezione.
E ieri sera, noi due uomini sposati, siamo andati al loro appartamento nel club, e...
Ci riesco a dirlo? Ho paura, mi manca il coraggio? Che imbecille!
Un adultero.
Com’è possibile che le cose diventino così complicate? Io amo Mary. Moltissimo. Eppure,
anche se l’amo, ho fatto questa cosa.
E per rendere tutto ancora più complicato, mi è pure piaciuto. Jean è dolce e comprensiva,
appassionata, una specie di simbolo delle cose perdute. È stato magnifico. Non posso negarlo.
Ma com’è possibile che una cosa sbagliata sia magnifica? Come può la crudeltà essere
eccitante? È tutto così assurdo, è confuso e disordinato e fuori da ogni logica.
Sabato pomeriggio.
Mi ha perdonato, grazie al cielo. Non rivedrò mai più Jean. Andrà tutto bene.
Stamattina sono andato a sedermi sul letto e Mary si è svegliata. Mi ha fissato, poi ha guardato
l’orologio. Aveva pianto.
«Dove sei stato?» mi ha chiesto con quella vocetta da bambina che assume sempre quando è
spaventata.
«Con Mike» le ho risposto. «Abbiamo bevuto e chiacchierato tutta la notte.»
Mi ha fissato un secondo di troppo. Poi mi ha preso lentamente la mano e se l’è premuta sulla
guancia.
«Mi dispiace» ha detto e gli occhi le si sono riempiti di lacrime.
Io ho dovuto avvicinare il mio viso al suo in modo che non vedesse la mia espressione. «Oh,
Mary» ho detto. «Dispiace anche a me.»
Non glielo dirò mai. Lei significa troppo per me. Non posso perderla.
Sabato sera.
Oggi pomeriggio siamo andati al mobilificio Mandel e abbiamo acquistato un letto nuovo.
«Non possiamo permettercelo, tesoro» ha detto Mary.
«Non importa» ho replicato. «Lo so come si è ridotto quello vecchio. Voglio che la mia
piccolina dorma come si deve.»
Lei mi ha baciato sulla guancia, felice. Si è messa a saltare sul letto come una bambina
eccitata. «Oh, quant’è morbido!» ha esclamato.
Va tutto bene. Tutto a parte la nuova infornata di conti con la posta di oggi. Tutto a parte il mio
ultimo racconto che non ne vuole sapere di partire. Tutto a parte il mio romanzo che è stato rifiutato
cinque volte. La Burney House deve acquistarlo. L’hanno tenuto abbastanza a lungo. Ci conto. Le cose
che scrivo cominciano a dare i loro frutti. Così come tutto il resto. Mi convinco sempre più di essere sul
punto di spiccare il volo.
Be’, Mary è un tesoro.
Domenica sera.
Altri problemi. Un’altra discussione. Non so nemmeno per che cosa. Lei ha messo il broncio.
Io sono fuori di me. Non riesco a scrivere quando sono sconvolto. Lei lo sa.
Ho voglia di chiamare Jean. Almeno lei si interessava a quello che scrivo. Ho voglia di
mandare tutto al diavolo. Sbronzarmi, saltare giù da un ponte, qualcosa. Non c’è da stupirsi che i
bambini siano felici. Per loro la vita è facile. Un po’ di fame, un po’ di freddo, un po’ di paura del buio.
Tutto qui. Perché affannarsi tanto a crescere? La vita diventa troppo complicata.
Mary mi ha appena chiamato per la cena. Non ho voglia di mangiare. Non ho voglia nemmeno
di restarmene a casa. Magari chiamerò Jean più tardi. Tanto per salutarla.
Domenica mattina.
Dannazione, dannazione, dannazione.
Non solo si sono tenuti il libro per più di tre mesi. No, no, c’è di peggio. Hanno rovesciato il
caffè su tutto il manoscritto e come se non bastasse mi hanno fatto avere una lettera di rifiuto... a
stampa.
Avrei voglia di ucciderli! Magari sono anche convinti di saper fare bene il loro mestiere!
Mary ha visto la lettera. «Allora, che fai adesso?» ha detto, disgustata.
«Adesso?» ho replicato. Mi sono sforzato di non esplodere.
«Sei ancora convinto di saper scrivere?» ha chiesto lei.
Sono esploso. «Oh, loro sono una giuria obiettiva, vero?» Ero infuriato. «Sono la parola
conclusiva sulle cose che scrivo, eh?»
«Sono sette anni che scrivi» ha detto lei. «Non è successo niente.»
«E scriverò per altri sette» ho detto. «Per altri cento, mille!»
«Non hai intenzione di accettare quel lavoro al giornale di Jim?»
«No, non lo accetterò.»
«Hai detto che lo avresti fatto, se il tuo libro non fosse stato accettato.»
«Io ce l’ho un lavoro» ho ribattuto «e anche tu hai un lavoro, le cose stanno così e resteranno
così.»
«Non è così che ho intenzione di restare io!» ha detto lei, secca.
Potrebbe lasciarmi. Che importa? Comunque mi sono stufato di tutto. Conti da pagare uno
dopo l’altro. Scrivere, scrivere. Fallimenti, fallimenti, fallimenti! E la solita vecchia vita che prosegue
sempre uguale, accatastando le sue invidiabili, assurde complicazioni una sull’altra come farebbe un
minorato con le costruzioni.
Tu! Tu che fai girare il mondo, che muovi l’universo. Se c’è qualcuno che mi ascolta, vedi di
rendere il mondo più semplice! Non credo in niente ma darei... qualsiasi cosa! Se soltanto...
Oh, ma a che serve? Tanto non me ne importa più nulla.
Stasera chiamerò Jean.
Lunedì pomeriggio.
Sono appena sceso per chiamare Jean e mettermi d’accordo con lei per sabato sera. Mary andrà
a trovare la sorella. Non mi ha chiesto di accompagnarla e non sarò certo io a offrirmi di farlo.
Ieri sera ho chiamato Jean ma la centralinista del club mi ha detto che era uscita. Ho pensato
che avrei potuto chiamarla oggi in ufficio.
Così sono andato al negozio di dolciumi all’angolo e ho cercato il numero sull’elenco. Ormai
avrei dovuto impararlo a memoria. L’ho chiamata più di una volta. Ma chissà perché non mi sono mai
preoccupato di memorizzarlo. Be’, al diavolo, esistono sempre gli elenchi telefonici.
Lei lavora per una rivista che si chiama Design Handbook o Designer’s Handbook o qualcosa
del genere. Strano, non mi ricordo nemmeno quello. Probabilmente non ci ho mai pensato troppo.
Però mi ricordo dove si trova l’ufficio. Qualche mese fa le ho telefonato e l’ho invitata a
pranzo. Mi sembra di avere detto a Mary che quel giorno andavo in biblioteca.
Adesso me lo ricordo, il numero di telefono dell’ufficio di Jean è nell’angolo superiore destro
di una pagina di destra dell’elenco. L’ho cercato decine di volte ed è sempre stato lì.
Oggi non c’era.
Ho trovato la parola Design e diversi nomi di aziende che cominciavano con quella parola. Ma
si trovavano nell’angolo inferiore sinistro di una pagina di sinistra, tutto il contrario. E non mi sembra
di avere trovato nessun nome che corrispondesse. In genere, appena vedo il nome della rivista, penso:
eccolo. Poi guardo il numero di telefono. Oggi non è stato così.
Ho cercato più volte, ho controllato i nomi uno per uno, ma non sono riuscito a trovare
qualcosa che assomigliasse a Design Handbook. Alla fine ho chiamato il numero di Design Magazine,
ma ho capito subito che non era quello che stavo cercando.
Io... io dovrò proseguire più tardi. Mary mi ha appena chiamato per la cena, il pranzo, fate un
po’ voi. Il pasto principale della giornata, comunque, visto che lavoriamo entrambi di notte.
Più tardi.
È stato un pasto ottimo. Mary è fantastica, come cuoca. Se solo non ci fossero sempre quelle
discussioni. Chissà se Jean sa cucinare.
In ogni caso la cena mi ha ridonato un po’ di morale. Ne avevo bisogno. Ero un po’ nervoso
per com’è andata quella telefonata.
Dopo avere composto il numero, mi ha risposto una voce femminile.
«Design Magazine» ha detto.
«Vorrei parlare con Miss Lane» le ho detto.
«Chi?»
«Miss Lane.»
«Un attimo» ha detto lei. E ho capito che era il numero sbagliato. Tutte le volte che avevo
chiamato, la donna che mi aveva risposto aveva detto: «Subito» senza pensarci e mi aveva messo in
comunicazione con Jean.
«Come ha detto che si chiama?» mi ha chiesto.
«Miss Lane. Se lei non la conosce, probabilmente ho fatto un numero sbagliato.»
«Forse intende Mr Payne.»
«No, no. Prima la centralinista che mi rispondeva sapeva benissimo a chi mi riferivo. Ho fatto
un numero sbagliato. Mi scusi.»
Ho riattaccato. Ero piuttosto contrariato. Ho cercato quel numero così tante volte che la
situazione mi sembrava assurda.
Adesso non riesco più a trovarlo.
Naturalmente, all’inizio non me la sono presa più di tanto. Ho pensato che magari l’elenco
telefonico del negozio di dolciumi era vecchio. Allora sono andato alla drogheria. Aveva lo stesso
elenco.
Be’, dovrò solo chiamarla da dove lavoro, stanotte. Però avrei preferito sentirla oggi
pomeriggio per essere certo che non prendesse impegni per sabato sera.
Mi è appena venuta in mente una cosa. Quella centralinista. La sua voce. Era la stessa che mi
rispondeva sempre al Desing Handbook.
Però... Oh, sto solo sognando.
Lunedì sera.
Ho chiamato il club mentre Mary era uscita dall’ufficio per procurarci un po’ di caffè.
Ho ripetuto alla centralinista la stessa identica frase che le avevo già detto decine di volte:
«Vorrei parlare con Miss Lane, per favore.»
«Sissignore, un attimo.»
È seguito un lungo silenzio. Sono diventato impaziente. Poi il telefono ha ripreso vita.
«Come ha detto che si chiama?» ha chiesto la centralinista.
«Miss Lane, Miss Lane» ho detto. «L’ho chiamata un mucchio di volte.»
«Ricontrollo sull’elenco» ha detto lei.
Ho aspettato un altro po’. Poi ho sentito ancora la sua voce.
«Mi spiace. Nell’elenco non figura nessuno con questo nome.»
«Ma l’ho già chiamata lì tante di quelle volte.»
«È sicuro di avere composto il numero giusto?»
«Sì, sì, sono sicuro. È il Club Stanley, no?»
«Sì, lo è.»
«Ecco, è proprio quello che chiamo sempre.»
«Non so che cosa dirle» ha replicato la centralinista. «L’unica cosa che posso affermare con
certezza è che qui non abita nessuno che si chiami così.»
«Ma se ho chiamato ieri sera! E lei mi ha detto che non era in casa.»
«Mi spiace, non lo ricordo.»
«Ne è sicura? Assolutamente sicura?»
«Be’, se vuole posso ridare un’occhiata all’elenco. Ma non c’è nessuno che si chiami così, su
questo non ho dubbi.»
«E nessuno con quel nome si è trasferito negli ultimi giorni?»
«È un anno che non si libera un appartamento. A New York è difficile trovare un alloggio, lo
sa.»
«Lo so» ho detto, e ho riappeso.
Sono tornato alla mia scrivania. Mary era rientrata con il caffè e mi ha detto che si stava
freddando. Le ho detto che avevo chiamato Jim per quel lavoro. È stata una bugia infelice. Adesso
ricomincerà a insistere con quella storia.
Ho bevuto il caffè e per un po’ ho battuto a macchina. Ma non sapevo bene quello che facevo.
Faticavo a rimettere ordine nella mia testa.
Deve trovarsi da qualche parte, ho pensato. So bene di non averli sognati, tutti quei momenti
passati insieme. So bene di non essermi immaginato tutti i problemi per nasconderlo a Mary. E so che
Mike e Sally non hanno...
Sally! Anche Sally abitava al Club Stanley.
Ho detto a Mary che avevo mal di testa e che uscivo a prendere un’aspirina. Lei mi ha detto
che doveva essercene qualcuna nel bagno degli uomini. Io le ho replicato che non erano quelle che
preferivo. Mi ritrovo invischiato nelle bugie più incredibili!
Ho raggiunto la drogheria poco lontano quasi di corsa. Naturalmente non volevo servirmi di
nuovo del telefono dell’ufficio.
Ha risposto la stessa centralinista.
«Abita lì Miss Sally Norton?» ho chiesto.
«Un attimo prego» ha detto lei, e io ho avvertito una sensazione di vuoto allo stomaco. Lei
ricordava sempre a memoria i numeri dei residenti. E Sally e Jean vivevano lì da almeno due anni.
«Mi spiace» ha risposto. «Qui non abita nessuno che si chiami così.»
Ho emesso un gemito. «Oh mio dio.»
«Qualcosa non va?» mi ha chiesto.
«Lì non abita né Jane Lane né Sally Norton?»
«Lei è la stessa persona che ha chiamato poco fa?»
«Sì.»
«Adesso mi stia a sentire. Se questo è uno scherzo...»
«Uno scherzo? Ho chiamato ieri sera e lei mi ha detto che Miss Lane era uscita e mi ha chiesto
se volevo lasciarle un messaggio. Le ho detto di no. Poi richiamo stasera e lei mi dice che lì non abita
nessuno con questo nome.»
«Mi spiace. Non so che dirle. Ieri sera ero in servizio ma non ricordo ciò che mi ha detto lei.
Se vuole posso metterla in comunicazione con l’amministratore.»
«No, non fa niente» ho detto e ho riappeso.
Poi ho composto il numero di Mike. Ma non era in casa. Mi ha risposto sua moglie Gladys e
mi ha detto che Mike era andato a giocare a bowling.
Ero un po’ nervoso, altrimenti non avrei rischiato di tradirmi.
«Con i ragazzi?» le ho chiesto.
Lei mi è sembrata un po’ risentita. «Be’, lo spero proprio» ha detto.
Comincio ad avere paura.
Martedì sera.
Stasera ho chiamato Mike. Gli ho chiesto di Sally.
«Chi?»
«Sally.»
«Sally chi?»
«Lo sai benissimo, brutto ipocrita!»
«Che è questo, uno scherzo?» mi ha chiesto.
«Forse sì» ho risposto. «Che ne diresti di darci un taglio?»
«Ricominciamo daccapo» ha detto. «Chi cavolo è Sally?»
«Non conosci Sally Norton?»
«No. Chi è?»
«Non sei mai uscito con lei, e con me e Jean Lane?»
«Jean Lane? Ma di che stai parlando?»
«Non conosci nemmeno Jean Lane?»
«No, non la conosco e la cosa mi diverte sempre di meno. Non so che intenzioni hai, ma vedi
di farla finita. Siamo due uomini sposati e...»
«Stammi a sentire!» ho quasi urlato nella cornetta. «Dove ti trovavi il sabato sera di tre
settimane fa?»
È rimasto un attimo in silenzio.
«Non è stata la sera in cui tu e io abbiamo fatto gli scapoloni quando Mary e Glad sono andate
alla sfilata di moda di...»
«Scapoloni! Non c’era nessuno con noi?»
«Chi?»
«Nessuna ragazza? Sally? Jean?»
«Oh, ancora con questa storia» ha borbottato lui. «Senti, amico, ma che ti rode? C’è qualcosa
che posso fare?»
Sono stramazzato contro la parete della cabina telefonica.
«No» ho risposto con un filo di voce. «No.»
«Sei sicuro di star bene? Mi sembri proprio fuori di te.»
Ho riattaccato. Certo che sono fuori di me. Mi sento come uno che sta morendo di fame e in
tutto il mondo non c’è un pezzo di pane per nutrirlo.
Cosa c’è che non va?
Mercoledì pomeriggio.
C’era un solo modo per scoprire se Sally e Jean erano davvero scomparse.
Avevo conosciuto Jean attraverso un amico dell’università. Lei era originaria di Chicago, così
come il mio amico Dave. È stato lui a darmi il suo indirizzo di New York, il Club Stanley.
Naturalmente non avevo detto a Dave che ero sposato.
Così mi ero messo in contatto con Jean ed ero uscito con lei, mentre Mike era uscito con la sua
amica Sally. È andata così, lo so con certezza.
Perciò oggi ho scritto una lettera a Dave. Gli ho raccontato quello che era successo. L’ho
pregato di controllare a casa di lei e di rispondermi subito se si trattava di uno scherzo o di
un’incredibile serie di coincidenze. Poi ho controllato nella mia agenda degli indirizzi.
Il nome di Dave è scomparso dall’agenda.
Sto veramente diventando pazzo? So benissimo che c’era il suo indirizzo. Ricordo la sera, anni
fa, in cui l’ho trascritto con cura perché non volevo perdere contatto con lui dopo che ci eravamo
laureati. Ricordo addirittura la macchia d’inchiostro che ho fatto perché la penna perdeva.
La pagina è bianca.
Ricordo il suo nome, il suo aspetto, il suo modo di parlare, le cose che facevamo, le lezioni che
abbiamo frequentato insieme.
Avevo anche una lettera che mi spedì durante una vacanza pasquale, mentre io ero a scuola.
Ricordo che Mike mi era venuto a trovare in camera. Poiché vivevamo a New York non c’era tempo di
tornare a casa, visto che le vacanze duravano solo pochi giorni.
Ma Dave era tornato a casa a Chicago e, da lì, ci aveva scritto una lettera molto buffa, per
raccomandata. Ricordo che l’aveva sigillata con la cera e ci aveva impresso sopra l’anello, per gioco.
La lettera è scomparsa dal cassetto io cui l’ho sempre tenuta.
E avevo tre fotografie di Dave scattate il giorno della laurea. Due le ho conservate nell’album.
Sono ancora lì...
Ma lui non c’è più, sulle foto.
Ci sono soltanto immagini del campus con dei palazzi sullo sfondo.
Ho paura di continuare a guardare. Potrei scrivere all’università, oppure chiamarli per telefono
e chiedere se Dave ha mai frequentato la loro scuola.
Ma ho paura di provarci.
Giovedì pomeriggio.
Oggi sono stato a Hampstead, a trovare Jim. Sono andato nel suo ufficio. È rimasto sorpreso
quando sono entrato. Voleva sapere perché mai avessi fatto tutta quella strada solo per vederlo.
«Non dirmi che hai deciso di accettare quell’offerta di lavoro» mi ha detto.
Io gli ho chiesto: «Jim, mi hai mai sentito parlare di una ragazza chiamata Jean, di New
York?»
«Jean? No, non mi ricordo.»
«Andiamo, Jim. Te ne ho parlato. Ti ricordi l’ultima volta in cui noi due e Mike abbiamo
giocato a poker? È stato allora che ti ho parlato di lei.»
«Non me lo ricordo, Bob» ha detto lui. «Che le è successo?»
«Non riesco a trovarla. E non riesco a trovare nemmeno la ragazza con cui è uscito Mike. E
Mike nega di avere mai conosciuto sia l’una che l’altra.»
Sembrava confuso, così gliel’ho ripetuto. A quel punto ha detto: «Ma che è questa storia? Due
uomini sposati, maturi, che se la spassano con...»
«Erano solo amiche» l’ho interrotto. «Le ho conosciute tramite un compagno dell’università.
Non ti fare strane idee.»
«D’accordo, d’accordo, lasciamo perdere. Ma io in che modo posso esserti utile?»
«Non riesco a trovarle. Sono sparite. Non posso nemmeno dimostrare che siano mai esistite.»
Lui ha alzato le spalle. «E con questo?» Poi mi ha domandato se Mary ne sapeva niente. Io ho
glissato.
«Non ti ho mai parlato di Jean in una delle mie lettere?» gli ho chiesto.
«Non saprei dirlo. Non conservo mai le lettere.»
Me ne sono andato poco dopo. Stava diventando troppo curioso. È come se lo vedessi. Lui ne
parla a sua moglie, sua moglie ne parla a Mary... fuochi artificiali.
Quando sono andato al lavoro, oggi pomeriggio, avevo la spaventosa sensazione di essere
qualcosa di provvisorio. Quando mi sono messo a sedere era come se fossi sospeso a mezz’aria.
Probabilmente sto andando in pezzi. Perché ho urtato di proposito un vecchio per scoprire se
mi vedeva o mi sentiva. Quello ha ringhiato qualcosa e mi ha chiamato stupido idiota.
Gliene sono stato grato.
Giovedì sera.
Stasera, al lavoro, ho richiamato Mike per vedere se si ricordasse di Dave, ai tempi
dell’università.
Il telefono ha squillato a lungo, poi si è interrotto con un clic. Si è inserita una centralinista e
mi ha chiesto: «Che numero sta chiamando, signore?»
Sono stato percorso da un brivido freddo. Le ho detto il numero. Lei mi ha riferito che era
inesistente.
La cornetta mi è caduta dalla mano ed è rimbalzata rumorosamente a terra. Mary ha alzato la
testa dalla scrivania e mi ha rivolto un’occhiata. La centralinista stava dicendo: «Pronto, pronto,
pronto...» Io mi sono affrettato a rimettere la cornetta sulla forcella.
«Che è successo?» mi ha chiesto Mary quando sono tornato al mio posto di lavoro.
«Mi è caduto il telefono» ho risposto.
Mi sono messo a sedere e ho ripreso a lavorare, tremando per il freddo.
Ho paura di chiedere a Mary di Mike e di sua moglie Gladys.
Ho paura che mi risponderà di non averli mai sentiti nominare.
Venerdì.
Oggi ho fatto ricerche sul Design Handbook. L’ufficio informazioni mi ha detto che non esiste
una rivista con questo nome. Ma sono andato lo stesso in città. Mary se l’è presa per questo, ma io
dovevo andarci.
Ho raggiunto il palazzo. Ho controllato l’elenco nell’atrio. E anche se sapevo che non sarei
riuscito a trovarci il nome della rivista, è stato ugualmente un brutto colpo, che mi ha fatto sentire male
e mi ha tolto ogni energia.
Mentre salivo con l’ascensore avevo le vertigini. Mi sentivo come se galleggiassi al di sopra di
ogni cosa.
Sono uscito al terzo piano, nel punto esatto in cui avevo chiamato Jean, quel pomeriggio.
C’era una ditta di tessuti.
«Non c’è mai stato un giornale qui?» ho chiesto allo sportello informazioni.
«Per quanto ricordi no» ha risposto l’impiegata. «Certo, io lavoro qui solo da tre anni.»
Sono tornato a casa. Ho detto a Mary che mi sentivo male e che stasera non avevo voglia di
andare al lavoro. Lei mi ha detto che non c’erano problemi e che sarebbe rimasta con me. Sono andato
in camera da letto per starmene da solo. Me ne stavo nel punto esatto in cui sistemeranno il letto nuovo,
quando lo consegneranno, la settimana prossima.
È entrata Mary. Si è fermata sulla soglia, nervosa.
«Bob, che ti prende?» mi ha chiesto. «Non ho il diritto di saperlo?»
«Niente» ho risposto.
«Oh, per favore, non rispondermi in questo modo» ha detto lei. «Lo so che hai qualcosa.»
Ho fatto per andare verso di lei. Poi ho cambiato direzione.
«Io... io devo scrivere una lettera» ho detto.
«A chi?»
Mi sono infuriato. «Sono affari miei» ho risposto. Poi le ho detto che volevo scrivere a Jim.
Lei si è voltata. «Vorrei poterti credere» ha detto.
«Che significa?» le ho domandato. Lei mi ha fissato a lungo e poi si è voltata di nuovo.
«Saluta Jim da parte mia» ha detto, e le tremava la voce. Il modo in cui lo ha detto mi ha fatto
rabbrividire.
Mi sono seduto e ho scritto la lettera per Jim. Ho deciso che poteva essermi di aiuto. La
situazione era troppo disperata per preoccuparmi della riservatezza. Gli ho detto che Mike era
scomparso. Gli ho chiesto se si ricordava di Mike.
Buffo. La mano non mi tremava quasi per niente. Forse è così che vanno le cose quando stai
per svanire.
Sabato.
Oggi Mary aveva del lavoro straordinario da sbrigare. È uscita presto.
Dopo avere fatto colazione ho tirato fuori il libretto bancario dalla scatola metallica
nell’armadietto del bagno. Avevo intenzione di recarmi in banca a ritirare i soldi per pagare il letto.
In banca ho compilato un modello di prelievo per 97 dollari. Poi mi sono messo in fila e alla
fine ho consegnato modello e libretto al cassiere.
Lui ha aperto il libretto e ha alzato gli occhi su di me, con un’espressione corrucciata sulla
faccia.
«Secondo lei questo è divertente?» mi ha chiesto.
«Che intende, con divertente?»
Ha sospinto il libretto verso di me. «Il prossimo» ha detto.
Credo di aver gridato. «Che cosa le prende?»
Con la coda dell’occhio ho visto un dipendente addetto al pubblico che si alzava e si dirigeva
di corsa verso di me. Una donna dietro di me ha detto: «Le dispiace farmi passare?»
L’uomo è arrivato, in preda a un grande nervosismo.
«C’è qualche problema, signore?» mi ha chiesto.
«Il cassiere si rifiuta di accettare la mia richiesta di prelievo» gli ho risposto.
Lui mi ha chiesto di mostrargli il libretto e io gliel’ho dato. L’ha aperto. Poi ha alzato gli occhi,
sbalordito. Ha parlato con calma.
«Questo libretto è vuoto» ha detto.
Gliel’ho strappato di mano e l’ho guardato, con il cuore che mi batteva all’impazzata.
Era completamente nuovo, mai usato.
«Oh, mio dio» ho detto in un gemito.
«Magari possiamo controllare il numero del libretto» mi ha detto l’altro. «Perché non si
accomoda nel mio ufficio?»
Ma sul libretto non c’era nessun numero. L’ho visto. E ho sentito le lacrime che mi salivano
agli occhi.
«No» ho detto. «No.» L’ho oltrepassato e mi sono diretto verso l’uscita.
«Un attimo, signore» mi ha chiamato alle spalle.
Sono corso via e ho continuato a correre per tutto il tragitto fino a casa.
Ho aspettato nell’atrio che Mary rientrasse. Sto ancora aspettando. Sto guardando il libretto
bancario. La riga in cui abbiamo apposto le nostre firme. Gli spazi in cui venivano annotati i nostri
depositi. Cinquanta dollari dai suoi genitori in occasione del nostro primo anniversario di matrimonio.
Duecentotrenta dollari come dividendo della mia pensione da reduce. Venti dollari. Dieci dollari.
Tutto bianco.
Sta svanendo tutto. Jean. Sally. Mike. Nomi che svolazzano via, e insieme a essi i loro
proprietari.
Adesso questo. Che altro mi devo aspettare?
Più tardi.
Lo so.
Mary non è tornata a casa.
Ho chiamato in ufficio. Ho sentito Sam rispondere e gli ho chiesto se Mary fosse lì. Mi ha
detto che dovevo avere sbagliato numero, perché lì non lavorava nessuna Mary. Gli ho spiegato chi ero.
Gli ho domandato se io lavorassi lì.
«Piantala di fare il buffone» mi ha replicato. «Ci vediamo lunedì sera.»
Ho telefonato a mio cugino, a mia sorella, a suo cugino, a sua sorella, ai suoi genitori. Nessuna
risposta. Non squillava nemmeno il telefono. Nessuno dei numeri funzionava. Quindi sono spariti tutti.
Domenica.
Non so che cosa fare. Me ne sono stato seduto in salotto tutto il giorno, con gli occhi fissi sulla
strada. Ho guardato per vedere se qualcuno che conoscevo capitava dalle parti di casa. Non è successo.
Tutti sconosciuti.
Ho paura di lasciare la casa. È tutto quello che mi rimane. I nostri mobili e i nostri vestiti.
I miei vestiti, per essere preciso. L’armadio di Mary è vuoto. Ci ho guardato dentro stamattina
quando mi sono svegliato e non c’era uno straccio di vestito da donna. È come un tocco di bacchetta
magica, scompare tutto. È come...
Mi sono messo a ridere. Devo essere...
Ho chiamato il negozio di mobili. La domenica pomeriggio è aperto. Mi hanno detto che non
gli risultava l’acquisto di un letto da parte nostra. Potevo andare a controllare, magari.
Ho riattaccato e ho guardato un altro po’ fuori dalla finestra.
Ho pensato di chiamare mia zia a Detroit. Ma non mi ricordo il numero. E non è più nella mia
rubrica. È completamente vuota. A parte il mio nome sulla copertina, a caratteri dorati.
Il mio nome. Solo il mio nome. Che posso dire? Che posso fare? È tutto così semplice. Non c’è
niente che posso fare.
Ho dato un’occhiata al mio album di fotografie. Sono quasi tutte diverse. Dentro non ci sono
persone.
Mary è scomparsa, insieme a tutti i nostri parenti e amici.
È strano.
Nella foto ricordo del matrimonio me ne sto seduto tutto solo accanto a un tavolo enorme
pieno di cibo. Il braccio sinistro sporge all’infuori, tutto piegato, come se stessi abbracciando mia
moglie.
E tutt’intorno al tavolo ci sono bicchieri che galleggiano in aria.
Brindano a me.
Lunedì mattina.
Mi è appena tornata indietro la lettera che ho scritto a Jim. Sulla busta c’è scritto
DESTINATARIO SCONOSCIUTO.
Ho cercato di raggiungere il postino ma non ci sono riuscito. Evidentemente è passato prima
che mi svegliassi.
Sono andato alla drogheria. Il titolare mi ha riconosciuto, ma quando gli ho chiesto di Mary mi
ha detto di farla finita con gli scherzi. Morirò scapolo, lo sappiamo tutti e due.
Ho un’ultima idea nuova. È un rischio, ma devo correrlo. Dovrò uscire di casa e mi recherò
all’Ufficio Reduci. Ho intenzione di controllare se c’è ancora la mia documentazione. Se c’è, avranno
qualcosa sui miei studi e sul mio matrimonio e sulle persone che sono entrate nella mia vita.
Porto con me questo diario. Non voglio perderlo. Se lo perdessi, allora non mi resterebbe
niente al mondo per ricordarmi che non sono pazzo.
Lunedì sera.
La casa è sparita. Sono seduto nel negozio di dolciumi all’angolo.
Appena tornato dall’Ufficio Reduci ho trovato un lotto di terreno vuoto. Ho chiesto a qualcuno
dei ragazzi che giocavano lì se mi conoscevano. Hanno risposto di no. Gli ho chiesto che cosa fosse
successo alla casa. Hanno detto che giocavano in quello spiazzo vuoto fin da quando erano bambini.
L’Ufficio Reduci non ha nessuna documentazione su di me. Niente di niente.
Questo significa che adesso non sono nemmeno una persona. Ciò che ho è solo ciò che sono, il
mio corpo e i vestiti che porto addosso. Tutti i documenti di identità sono scomparsi dal portafoglio.
È scomparso anche il mio orologio. Proprio così. È scomparso dal polso e basta.
Sul retro c’era un’iscrizione. Me la ricordo. Al mio maritino con tutto il mio amore. Mary. Sto bevendo una tazza di caffè.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Una stanza per morire.
...
.
...
Titolo originale: Dying Room Only. 1953.
Traduzione di Anna Ricci.
...
.
...
Il bar era un prefabbricato di mattoni e legno con annesso un capanno, subito fuori città. In un primo momento lo superarono con l’auto, avviandosi verso il deserto caldo e lucente. Poi Bob disse: «Forse avremmo dovuto fermarci lì. Dio solo sa quanto lontano potrebbe essere il prossimo.»
«Lo credo anch’io» rispose Jean senza entusiasmo.
«So che probabilmente sarà un postaccio, ma dobbiamo mangiare qualcosa. Abbiamo fatto colazione più di cinque ore fa.»
«Oh... d’accordo.»
Bob accostò e guardò indietro. Non c’erano altre automobili in vista. Fece una rapida inversione a U e lanciò la Ford lungo la strada, poi svoltò e si fermò davanti al bar.
«Ragazzi, sto morendo di fame» disse.
«Anch’io» gli fece eco lei. «Anche ieri sera avevo una fame incredibile, finché quella cameriera non ci ha portato del cibo.»
Bob si strinse nelle spalle. «Ma cosa possiamo fare? È forse meglio lasciarsi morire d’inedia in modo che ritrovino le nostre bianche ossa nel deserto?»
Lei fece una smorfia, e insieme scesero dalla macchina. «Le nostre bianche ossa» ripeté.
Il calore si abbatté su di loro come una cascata incandescente mentre camminavano sotto il sole. Si affrettarono a raggiungere il locale, sentendo il terreno bruciante sotto i sandali.
«Fa così caldo» fece Jean, e Bob rispose con un grugnito.
Spinsero la porta a zanzariera, che si aprì con un suono lamentoso, poi si richiuse di scatto alle loro spalle, e i due si ritrovarono all’interno di quel posto soffocante, che odorava di grasso e sabbia bollente.
I tre uomini presenti nel bar si voltarono a guardarli. Uno, con indosso un camice e un berretto sporco, era comodamente seduto in un séparé a bere birra. Un altro si trovava su uno sgabello davanti al bancone, con un panino in mano e una bottiglia di birra poggiata davanti a sé. Il terzo uomo era il gestore, il quale abbassò il giornale che aveva in mano e li fissò. Portava una maglietta bianca a maniche corte e pantaloni di tela spiegazzati dello stesso colore.
«Che meraviglia,» sussurrò Bob nell’orecchio a Jean «sembra di stare all’Hotel Ritz.»
Lei ribatté piano: «Spiritoso.»
Si avviarono verso il bancone e si sedettero sugli sgabelli. I tre uomini continuavano a guardarli.
«Il nostro arrivo in città dev’essere un evento» commentò a bassa voce Bob.
«Siamo già famosi» fece lei.
Il gestore si avvicinò e prese un menu da dietro un portatovaglioli ossidato. Lo fece scivolare sul ripiano nella loro direzione. Bob lo aprì, e cominciarono a studiarlo.
«Avete del tè freddo?» domandò poi Bob.
L’uomo scosse il capo. «No.»
«Limonata?» provò Jean.
Ottenne la stessa risposta. Tornarono a leggere il menu.
«Che cosa avete di fresco?» chiese Bob.
«Aranciata e Dr Pepper» fece l’altro in tono seccato.
Bob si schiarì la voce. «Potremmo avere un po’ d’acqua prima di ordinare? È da...»
L’uomo voltò loro le spalle e andò verso il lavandino. Fece scorrere dell’acqua in due bicchieri opachi e glieli portò, bagnando il bancone nel poggiarveli sopra. Jean ne prese uno e mandò giù un sorso. Rischiò di soffocarsi con l’acqua per quanto era salmastra e calda. «Non ne ha di più fresca?» chiese.
«Siamo nel deserto, signora» rispose lui. «Siamo fin troppo fortunati ad avere dell’acqua.»
L’uomo doveva avere poco più di cinquant’anni; aveva i capelli grigi, che portava pettinati con la riga in mezzo. I dorsi delle mani erano ricoperti di sottili peli neri, e al mignolo della destra portava un anello con incastonata una pietra rossa. Guardava i nuovi venuti con occhi inespressivi, in attesa che ordinassero.
«Prenderò un toast di pane di segale con un uovo fritto e...» cominciò Bob.
«Non abbiamo toast» lo interruppe l’uomo.
«D’accordo, allora un panino di segale semplice.»
«Non abbiamo pane di segale.»
Bob sollevò lo sguardo. «Che tipo di pane avete?»
«Bianco.»
Si strinse nelle spalle. «Allora bianco. E un frappè alla fragola. Tu cosa prendi, tesoro?»
Lo sguardo piatto del barista si spostò su Jean.
«Non lo so» disse. «Penso che deciderò mentre prepara quello che ha ordinato mio marito.»
L’altro la osservò ancora per qualche istante, poi si girò e andò ai fornelli.
«È terrificante» commentò Jean.
«Lo so, cara,» ammise lui «ma che altro possiamo fare? Non sappiamo quanto è lontana la prossima città.»
Lei allontanò il bicchiere da sé e scivolò giù dallo sgabello. «Vado a darmi una rinfrescata» disse. «Forse dopo avrò più appetito.»
«Buona idea.»
Poco dopo anche lui si alzò e si avvicinò alle due porte dei bagni. Aveva appena posato una mano sulla maniglia di una delle due, quando l’uomo che stava mangiando al bancone lo avvertì: «Penso che sia occupato, signore.»
Bob la fece girare. «No, non lo è» rispose, ed entrò.
Jane uscì dalla toilette e tornò al suo posto. Bob non c’era. Pensò che doveva aver deciso di andare al bagno anche lui. Il tale seduto al bancone non c’era più.
Il barista lasciò per un attimo il suo angolo cottura e le domandò: «Adesso vuole ordinare?»
«Cosa? Ah.» Prese in mano il menu e lo lesse per qualche istante. «Credo che prenderò la stessa cosa che ha ordinato mio marito.»
L’altro tornò a cucinare e ruppe un secondo uovo su una padella nera. Jane lo sentì sfrigolare.
Sperava che Bob tornasse in fretta. Si sentiva a disagio a stare da sola in quel locale così afoso e squallido.
Sovrappensiero, prese di nuovo il bicchiere d’acqua e bevve un sorso. Fece una smorfia per il sapore e lo rimise giù.
Passò un minuto. Si accorse che l’uomo seduto nel séparé la stava guardando. La gola le si serrò e le dita della sua mano destra presero a tamburellare sul bancone. Sentiva una morsa allo stomaco. La mano ebbe uno scatto improvviso quando una mosca vi si posò sopra. Poi sentì il rumore della porta del bagno degli uomini che si apriva e si voltò di scatto, mentre un senso di sollievo la invadeva. Rabbrividì, nonostante il gran caldo di quel bar. Non era Bob.
Il suo cuore perse un colpo; l’uomo tornò al proprio posto, vicino al bancone, e si rimise a
mangiare il panino che aveva lasciato a metà. Jane distolse lo sguardo quando lui le lanciò un’occhiata.
Poi, d’impulso, si alzò di nuovo e tornò vicino ai bagni.
Finse di guardare un espositore di cartoline scolorite dal sole, ma i suoi occhi continuavano a tornare sulla porta di un giallo scuro con la parola UOMINI scritta sopra. Passò un altro minuto. Si rese conto che cominciavano a tremarle le mani. Un lungo respiro le scosse il corpo mentre tornava a fissare con nervosa impazienza la porta. Vide l’uomo seduto nel séparé alzarsi e percorrere lentamente la lunghezza del bar. Portava un cappello girato all’indietro, e i passi delle sue scarpe a punta risuonavano pesanti sulle mattonelle del pavimento. Jean era in piedi, rigida, e aveva in mano una cartolina quando l’altro avventore la superò.
La porta del bagno degli uomini si aprì e si richiuse dietro di lui.
Silenzio. Lei fissò la porta, cercando di rimanere calma. Deglutì a vuoto. Fece un respiro profondo e rimise la cartolina al suo posto.
«Ecco i panini» l’avvisò il barista dietro il bancone. Jean trasalì al suono della sua voce, annuì in risposta ma rimase dov’era.
Le si fermò il respiro quando la porta del bagno si aprì di nuovo. Istintivamente fece per
avvicinarsi, ma si trattenne quando vide che a uscirne era l’uomo che vi era entrato per ultimo, dal viso florido e sudato.
«Mi scusi» lo fermò.
Lui si voltò e la guardò con occhi inespressivi. L’odore del suo alito le fece rivoltare lo stomaco.
«Ha visto mio... mio marito, lì dentro?»
«Cosa?»
Jane serrò a pugno le mani che teneva lungo i fianchi. «C’era mio marito nel bagno?»
L’altro la fissò per un attimo, come se non capisse cosa stava dicendo. Poi disse: «No, signora» e le volse le spalle.
Faceva molto caldo nel locale, ma Jean ebbe la sensazione di essere stata immersa in una vasca d’acqua ghiacciata. Guardò come spaesata l’uomo che tornava a sedersi al suo posto. Poi si ritrovò ad affrettarsi verso il bancone, da quello che stava bevendo birra da una bottiglia imperlata di gocce di condensa.
L’uomo posò la bottiglia quando lei lo raggiunse.
«Mi scusi, ha per caso visto mio marito, prima, nel bagno?»
«Suo marito?»
Jean si morse il labbro inferiore. «Sì, mio marito. Siamo entrati insieme. Non era nel bagno quando ci è andato lei?»
«Non ricordo come fosse fatto.»
«Intende dire che non l’ha visto lì dentro?»
«Non ricordo di averlo visto.»
«Ma è... è un’assurdità» sbottò lei in un accesso di collera dettato dalla paura. «Doveva essere lì.»
Restarono a guardarsi per qualche secondo. L’uomo non disse nulla: era impallidito.
«Ne è... sicuro?» gli chiese lei.
«Signora, non ho motivo di mentirle.»
«Bene. Grazie.»
Si sedette rigidamente sullo sgabello, guardando i due panini e i frappè, mentre cercava
disperatamente di pensare a una soluzione. Forse Bob le stava facendo uno scherzo. Ma non era sua
abitudine comportarsi così, e quello non era certo il luogo ideale dove cominciare a farlo. Eppure
doveva essere così. Ci doveva essere una porta secondaria nel bagno, e...
No. Non poteva essere uno scherzo. Bob non era affatto andato al bagno. Aveva
semplicemente deciso che aveva ragione lei: quel posto era raccapricciante, era uscito e la stava
aspettando in macchina.
Si sentì una sciocca mentre correva verso la porta. Avrebbero dovuto dirle che Bob era uscito.
Chissà cosa avrebbe pensato nel sentirla raccontare che si era sconvolta per un nonnulla.
Mentre spingeva la zanzariera per uscire, si domandò se suo marito avesse pagato quanto
avevano ordinato. Doveva averlo fatto. Anche perché il barista non la richiamò quando la vide uscire.
Avanzò sotto il sole cocente in direzione dell’auto, con gli occhi socchiusi per il riflesso della
luce sul parabrezza. Sorrise di sé al pensiero delle sue assurde preoccupazioni.
«Bob, aspetta che ti...»
Un terrore irrazionale le serrò le viscere in una morsa. Si bloccò in quel calore opprimente,
fissando l’auto vuota. Sentì un grido farsi strada nella gola. «Bob...»
Si mise a correre intorno al locale, alla ricerca di un ingresso posteriore. Forse il bagno era
troppo sporco; forse Bob era uscito da un’altra porta e non riusciva a ritrovare l’entrata dal capanno
annesso al bar.
Cercò di guardare dentro al capanno da una delle finestre, ma era foderata di carta incatramata
dall’interno. Andò sul retro del bar e si ritrovò davanti all’enorme, desolata distesa desertica. Si voltò e
cercò se ci fossero impronte a terra, ma il suolo era duro come se fosse stato lastricato. Emise un
respiro soffocato, e si rese conto che entro pochi istanti sarebbe scoppiata a piangere.
«Bob» mormorò. «Bob, dove...»
Nel silenzio che la circondava sentì il suono della zanzariera della porta d’ingresso che
sbatteva contro il telaio. All’improvviso si mise a correre lungo il lato del locale, con il cuore che le
martellava in petto. Ondate di calore soffocante la colpirono mentre correva.
Quando arrivò all’angolo, si fermò di colpo.
L’uomo con cui aveva parlato al bancone stava guardando dentro la sua macchina. Era basso,
sulla quarantina, portava un cappello a tesa larga macchiato e una camicia a righe verdi. Delle bretelle
nere gli reggevano i pantaloni neri, sporchi di grasso. Come l’altro avventore, indossava degli stivali a
punta.
Jean fece un passo e i suoi sandali lasciarono il segno di una riga sul terreno arido. L’uomo
voltò subito verso di lei il viso magro. Aveva gli occhi di un blu chiaro che risplendevano come gocce
di latte sul colore scuro della sua pelle abbronzata.
Le sorrise. «Avevo pensato di venire a vedere se suo marito la stava aspettando in macchina»
disse. Si toccò il bordo del cappello e fece per rientrare nel bar.
«Lei è...» cominciò lei, poi si fermò quando l’altro si girò di nuovo a guardarla.
«Come, scusi?»
«Lei è proprio sicuro che non fosse nel bagno?»
«Non c’era proprio nessuno, quando sono entrato» le rispose.
Jean rabbrividì nel sole mentre l’uomo tornava nel locale, e la porta si richiuse. Sentì un folle
terrore riversarsi in lei come acqua gelata.
Poi tornò in sé. Doveva esserci una spiegazione. Cose del genere non potevano accadere.
Attraversò il bar a passo deciso e si fermò davanti al bancone. L’uomo in bianco sollevò lo
sguardo dal giornale.
«Potrebbe controllare il bagno degli uomini?» gli domandò.
«Il bagno?»
Represse un moto d’ira. «Sì, proprio così. So che mio marito è lì.»
«Signora, non c’è nessuno là dentro» intervenne quello che ne era uscito poco prima.
«Mi spiace contraddirla» replicò lei risoluta, rifiutando di dar credito a quelle parole. «Mio
marito non può essere scomparso.»
I due la fissarono in un modo che la fece innervosire.
«Insomma, ha intenzione di andare a guardare?» riprese, senza riuscire a mantenere saldo il
tono di voce.
Il gestore del bar lanciò un’occhiata all’altro, storcendo la bocca. Jean sentì le sue mani
chiudersi in pugni per la rabbia. Poi il barista si spostò lungo in bancone, e lei lo seguì.
Girò la maniglia di porcellana e spinse la porta, tenendola aperta. Lei trattenne il respiro
mentre si avvicinava per guardare dentro.
Il bagno era vuoto.
«Soddisfatta?» fece l’uomo, lasciando che la porta si richiudesse.
«Aspetti. Mi lasci controllare di nuovo.»
Lui serrò la bocca, che divenne una linea piatta. «Non ha visto che non c’è nulla?»
«Ho detto che voglio guardare ancora.»
«Signora, le sto dicendo che...»
Jean spinse la porta di colpo, facendola andare a sbattere contro il muro.
«Là!» esclamò. «C’è una porta, proprio laggiù!» E indicò un’entrata sul lato più lontano della
stanza.
«Quella porta è chiusa a chiave da anni, signora.»
«Non si può aprire?»
«Non c’è motivo di aprirla.»
«Dev’essere possibile. Mio marito è entrato qui e non l’abbiamo visto uscire. E non può essere
scomparso!»
L’uomo le rivolse uno sguardo vacuo, senza parlare.
«Cosa c’è oltre quella porta?» riprese lei.
«Niente.»
«Non dà sull’esterno?»
L’altro non le rispose.
«Allora?»
«Conduce a un capanno, signora, un capanno che nessuno usa da molto tempo» le disse
rabbioso.
Lei si fece avanti e afferrò la maniglia della porta.
«Le ho detto che non si apre» fece l’uomo parlando più forte.
«Signora?» Jean riconobbe il suono gentile dell’avventore dal cappello a tesa larga e la
camicia a righe verdi. «Ascolti, in quel magazzino non c’è altro che robaccia di chissà quando. Se lo
desidera, però, gliela mostrerò.»
Dal modo in cui le si era rivolto, Jean si rese conto di essere sola.
Nessuno che conosceva sapeva dove fosse in quel momento; e non c’era modo di sapere se...
Uscì in fretta dal bagno.
«Mi scusi» disse mentre oltrepassava il suo ultimo interlocutore. «Prima vorrei fare una
telefonata.»
Si avvicinò al telefono, tremando al pensiero che la stessero seguendo. Sollevò il ricevitore.
Non c’era linea. Aspettò un momento, poi si voltò rigidamente verso gli uomini che la stavano
guardando.
«Ma... funziona?»
«Chi sta chiaman...» cominciò a dire il barista, ma l’altro si intromise. «Deve caricarlo con la
manovella» le spiegò con calma. Jean notò l’occhiata di disappunto che il primo che aveva parlato gli
rivolse, e quando tornò a girarsi verso l’apparecchio li sentì bisbigliare in modo concitato.
Azionò la manovella con dita tremanti. Che faccio se mi si avventano contro? Non riusciva a
scacciare quel pensiero.
«Sì?» rispose una voce dall’altro capo del filo.
Jean deglutì. «Potrebbe passarmi il commissario, per favore?» chiese.
«Qui non ci sono commissari.»
Sentì di essere sul punto di urlare. «Con chi posso parlare?»
«Forse intendeva dire lo sceriffo, signora» rispose l’operatore.
Lei chiuse gli occhi e si passò la lingua sulle labbra secche. «Mi passi lo sceriffo, allora.»
Il telefono emise un suono disturbato, una serie di ronzii sordi, poi qualcuno sollevò la
cornetta.
«Ufficio dello sceriffo» disse una voce.
«Sceriffo, per favore, potrebbe venire a...»
«Aspetti un attimo. Glielo passo.»
Lo stomaco le si contrasse, la gola le si serrò. Mentre aspettava, si sentiva addosso gli occhi di
quei due. Uno si mosse, e lei sobbalzò senza controllo.
«Qui è lo sceriffo.»
«Sceriffo, per favore, potrebbe venire al...» Le tremarono le labbra quando si rese conto di non
sapere il nome del locale. Si voltò, ansiosa, e le si fermò il cuore quando incrociò lo sguardo freddo di
quegli uomini. «Come si chiama questo bar?» domandò.
«Perché vuole saperlo?» fece quello vestito di bianco.
Non me lo dirà mai, pensò lei. Mi costringerà a uscire per leggere l’insegna, in modo da
poter...
«Ha intenzione di...» ribatté, poi di colpo fu interrotta dalla voce dello sceriffo che diceva:
«Pronto?»
«La prego, non riattacchi» si affrettò a rispondergli. «Sono in un bar fuori città, vicino al
deserto. A ovest. Sono arrivata qui con mio marito, e lui non c’è più. È... è scomparso.»
Rabbrividì al suono della sua stessa voce.
«Si trova al Blue Eagle?» chiese lui.
«Non... non lo so. Non so come si chiama. Non vogliono dirmi...»
Di nuovo si interruppe, innervosita.
«Signora, se vuole sapere il nome del bar, è Blue Eagle» intervenne quello dal cappello a tesa
larga.
«Sì, sì» confermò lei nel ricevitore. «Il Blue Eagle.»
«Arrivo subito» le assicurò.
«Perché gliel’hai detto?» protestò rabbioso il gestore del locale rivolto all’altro.
«Amico, non vogliamo guai con lo sceriffo. Non abbiamo fatto niente. Perché dovremmo
impedirgli di venire?»
Per un lungo istante Jean restò con la fronte poggiata contro il telefono, e fece lunghi respiri.
Non possono fare niente, adesso, continuava a ripetersi. Ho parlato con lo sceriffo, e ora devono
lasciarmi in pace. Sentì i passi di uno dei due che si avvicinava alla porta, ma non le parve che
l’aprisse.
Si voltò e vide che l’uomo con il cappello stava guardando oltre la zanzariera, mentre l’altro la
fissava con occhi di fuoco.
«Sta cercando di mettere nei guai il mio locale?» le chiese quest’ultimo.
«Non sto cercando di mettere nei guai proprio nessuno, ma rivoglio mio marito.»
«Signora, non abbiamo fatto nulla a suo marito!»
Quello che era andato verso l’uscita si girò con un ghigno. «Sembra che il maritino se la sia
svignata» fece in tono smielato.
«Non è vero!» gridò lei con stizza.
«E allora dov’è la sua macchina?»
Jean sentì lo stomaco sprofondare. Corse verso la porta e la spinse, aprendola.
L’auto non c’era più.
«Bob!»
«Sembra proprio che l’abbia abbandonata» commentò l’uomo.
Lei lo guardò in preda al panico, poi singhiozzando attraversò il portico con passi incerti.
Rimase in quell’ombra incandescente a piangere, continuando a guardare il punto in cui era
parcheggiata la macchina, e dove la sabbia stava ancora tornando a posarsi.
Era ancora sotto il portico quando la polverosa macchina blu dello sceriffo si fermò davanti al
bar. Lo sportello si aprì e ne scese un uomo alto, dai capelli rossi e vestito con una camicia e dei
pantaloni grigi, con una stella di metallo opaco appuntata all’altezza del cuore. Jean gli andò incontro
come intontita.
«È lei che ha chiamato?» le chiese lui.
«Sì, sono io.»
«Cosa c’è che non va?»
«Gliel’ho detto. Mio marito è scomparso.»
«Scomparso?»
Gli spiegò cos’era successo nella maniera più rapida che poté.
«Quindi lei non crede che possa essere semplicemente andato via con la macchina?» domandò
lo sceriffo.
«Non mi avrebbe lasciata così.»
Lui annuì. «Bene, continui.»
Quando Jean ebbe finito di raccontare l’accaduto, lui annuì di nuovo ed entrò con lei. Si
avvicinarono al bancone.
«Il marito di questa donna è andato nel bagno, Jim?» chiese lo sceriffo al gestore.
«Come faccio a saperlo? Stavo cucinando. Lo chieda a Tom, c’era anche lui qui» e fece un
cenno verso l’uomo con il cappello.
«Allora, Tom?» disse lo sceriffo.
«Senta, questa donna non le ha detto che suo marito se n’è scappato con la loro auto?»
«Non è vero!» gridò Jean.
«L’ha visto mettersi alla guida e andarsene?»
«Certo che l’ho visto. Altrimenti perché l’avrei detto?»
«No. No.» Jean mormorò quella parola scuotendo il capo impercettibilmente, terrorizzata.
«Perché non ha provato a richiamarlo, se l’ha visto andar via?» chiese lo sceriffo a Tom.
«Perché non erano affari miei se un uomo aveva deciso di scappare da...»
«Lui non è scappato!»
L’uomo col cappello si strinse nelle spalle sogghignando. Lo sceriffo si rivolse a Jean.
«Ha visto suo marito entrare nel bagno?»
«Sì, certo che... be’, no, non è andata proprio così, ma...» Si bloccò, chiudendosi in un silenzio
risentito mentre Tom ridacchiava.
«So che ci è entrato,» riprese poi lei «perché quando sono uscita dal bagno delle donne sono
andata nel parcheggio, e in auto non c’era nessuno. In quale altro posto avrebbe potuto essere? Il bar è
tutto qui. C’è una porta, in quella toilette. E lui mi ha detto che non viene aperta da anni» dichiarò
indicando l’uomo in bianco. «Invece sono sicura che non è così. So che mio marito non mi avrebbe
abbandonata in questo modo. Lo conosco, e non l’avrebbe mai fatto!»
«Sceriffo,» intervenne il barista «le ho fatto vedere il bagno degli uomini quando me l’ha
chiesto. Dentro non c’era nessuno, e non può affermare il contrario.»
Jean scrollò le spalle nervosamente. «È passato dall’altra porta» disse.
«Signora, quella porta non viene mai usata!» le gridò contro. Lei trasalì e arretrò.
«D’accordo, Jim, calmati» disse lo sceriffo. «Signora, se non ha visto suo marito entrare là dentro e non è certa che ci fosse qualcun altro alla guida della vostra macchina, non vedo elementi per indagare.»
«Cosa?» Non credeva alle proprie orecchie. Quell’uomo le stava davvero dicendo che non si poteva fare nulla? Per un attimo fu presa da una rabbia cieca, pensando che lo sceriffo stava difendendo i suoi concittadini contro una straniera. Poi l’idea di essere rimasta sola e indifesa si fece strada in lei, e la lasciò senza fiato a fissarlo con occhi disperati, quasi fosse una bambina bisognosa d’aiuto.
«Signora, non saprei come aiutarla» ribadì lui scuotendo il capo.
«Non potrebbe...» Indicò timidamente il bagno. «Non potrebbe cercare qualche traccia o qualcosa del genere lì dentro? Non potrebbe almeno aprire la porta?»
Lo sceriffo la guardò per un momento, poi contrasse le labbra e si avvicinò alla toilette. Jean tremò quando il gestore del locale si spostò, andandosi a mettere accanto a lei.
«Le ho detto che non si apre» spiegò questi al tutore della legge. «È chiusa a chiave dall’altra parte. Come avrebbe fatto a uscire?»
«Qualcuno potrebbe averla aperta dall’esterno» propose lei nervosa.
L’altro emise un suono di disgusto.
«È venuto qualcun altro qui?» domandò lo sceriffo a Jim.
«Solo Sam McComas: si era preso qualche birra, ma è andato a casa intorno alle...»
«Intendo dire in questo capanno.»
«Sceriffo, sa che non è così.»
«Nemmeno Big Lou?»
Jim tacque per un attimo, e Jean lo vide deglutire.
«Sono mesi che non si fa vedere da queste parti» rispose infine Jim. «Se n’è andato a nord.»
«Jim, sarà meglio che tu faccia il giro e apra questa porta» gli intimò l’altro.
«Ma là dietro non c’è altro che un capanno vuoto.»
«Lo so, lo so. Lo chiedo solo per tranquillizzare questa signora.»
Jean restò immobile, di nuovo preda di quella sensazione di smarrimento. Nessuno poteva aiutarla. Si sentiva stordita, come se tutto vorticasse intorno a lei. Strinse le mani a pugno, una nell’altra, e le sue dita divennero bianche.
Jim uscì bofonchiando parole di protesta dalla porta a zanzariera, sbattendola nel richiuderla alle sue spalle.
«Signora, venga qui» la richiamò gentilmente lo sceriffo. Le balzò il cuore in petto mentre entrava nel bagno.
«Riconosce questo?»
Lei osservò il brandello di stoffa che l’uomo teneva in mano, e boccheggiando rispose: «È dei pantaloni che indossava!»
«Non gridi, signora,» la redarguì lui «non voglio pensino che sospetto qualcosa.»
Al rumore di passi nel locale, uscì di scatto dal bagno. «Stai andando da qualche parte, Tom?» chiese.
«No, no, sceriffo» rispose l’altro. «Stavo solo venendo a vedere come stavano andando le cose.»
«Mmh. Be’, resta da queste parti per un po’, ti spiace?»
«Certo, certo» lo rassicurò Tom. «Non ho intenzione di allontanarmi.»
Ci fu un rumore secco nel bagno, e un attimo dopo la porta si aprì. Lo sceriffo superò Jean e scese tre gradini che portavano a una specie di magazzino male illuminato.
«Non si può accendere una luce?» chiese a Jim.
«No, non c’è ragione di avere energia elettrica qui. Nessuno ci viene mai.»
Lo sceriffo provò ad azionare un interruttore, ma non accadde nulla.
«Non mi crede?» domandò il gestore.
«Certo che ti credo» ribatté l’altro. «Ero solo curioso.»
Jean restò sulla soglia, a osservare quell’ambiente da cui proveniva odore di muffa.
«Bisognerebbe dargli una bella ripulita» commentò lo sceriffo guardando un tavolo e una sedia rovesciati.
«Non ci viene nessuno da anni, non avrebbe senso mettere a posto» fu la risposta di Jim.
«Anni, eh?» fece l’altro quasi parlando a sé stesso mentre si aggirava per il locale. Jean lo guardava, le dita ormai insensibili, tremante. Perché non scopriva dov’era finito Bob? Quel pezzo di stoffa, come era stato strappato dai suoi pantaloni? Strinse i denti con tutte le forze. Non devo piangere, si impose. Non devo piangere. So che sta bene. Sta benissimo.
Lo sceriffo si fermò e si chinò a raccogliere un giornale. Gli diede uno sguardo con aria indifferente, poi lo arrotolò e lo fece sbattere contro il palmo di una mano.
«Anni, eh?» ripeté.
«Be’, io non ci entro da anni» si affrettò a precisare Jim, leccandosi un labbro. «Potrebbe essere quel... Lou, oppure qualcuno che si è infilato qui negli scorsi mesi. Sa che non tengo chiusa a chiave la porta che dà sull’esterno.»
«Però hai detto che Lou è andato a nord» fece notare lo sceriffo in tono pacato.
«È così infatti. Ho detto che nell’ultimo anno potrebbe...»
«Questo giornale è di ieri» lo interruppe l’altro.
Jim impallidì, fece per dire qualcosa, ma poi si fermò. Jean si accorse di star tremando senza controllo. Non sentì la porta a zanzariera che si richiudeva piano all’ingresso del bar e i passi furtivi sul pavimento del portico.
«Non ho detto che Lou era l’unico che potesse intrufolarsi qui per passare la notte» rispose concitato Jim. «Potrebbe esserci stato qualsiasi vagabondo di passaggio.»
Tacque quando lo sceriffo si guardò intorno all’improvviso, cercando di scorgere qualcosa alle spalle della donna. «Dov’è Tom?» chiese a voce alta.
Jean lo cercò con lo sguardo, poi si spostò con un sussulto per far passare lo sceriffo, che la oltrepassò per precipitarsi di nuovo nel bar.
«Non allontanarti, Jim!» gridò voltandosi indietro per un attimo.
Jean uscì di corsa dal bar, seguendolo. Quando arrivò sul portico vide lo sceriffo che si schermava gli occhi con una mano e guardava la strada. Si voltò nella stessa direzione, e vide Tom correre verso un’altra persona, un uomo alto.
Lo sceriffo mormorò tra sé: «Dev’essere Lou.» Scattò in avanti, poi tornò indietro e salì in auto.
«Sceriffo!»
Lui la guardò dal finestrino e scorse l’espressione terrorizzata del suo volto. «E va bene, salga!
Si sbrighi!»
Lei lasciò il portico e corse verso la macchina.
L’uomo le aprì lo sportello e lei scivolò accanto a lui, richiudendo la portiera. Lo sceriffo lanciò l’auto a tutta velocità allontanandosi dal bar, e si immise sulla strada in una nuvola di polvere.
«Che succede?» chiese Jean, senza fiato.
«Suo marito non ha deciso di lasciarla» le disse lui.
«Dov’è?» gli domandò impaurita.
Ma avevano ormai quasi oltrepassato i due uomini, che ora correvano insieme nella boscaglia.
Lo sceriffo si spostò sul lato della strada e frenò bruscamente. Scese in fretta, portando una mano alla pistola.
«Tom!» gridò. «Lou! Fermatevi!»
I due non obbedirono.
Lui sollevò l’arma e fece fuoco. Jean sussultò all’esplosione e vide in lontananza una nuvola di polvere sollevarsi nel deserto roccioso.
Gli uomini in fuga si bloccarono, si voltarono e alzarono le mani.
«Tornate indietro!» ordinò lo sceriffo. «Subito!»
Jean era in piedi accanto alla macchina, incapace di fermare il tremito delle sue mani. Guardò i due, che ora si stavano avvicinando.
«Molto bene, dov’è?» chiese lo sceriffo quando li ebbero raggiunti.
«Di chi sta parlando?» fece Tom.
«Non ci provare neanche. Non accetterò altri scherzi. Questa donna rivuole suo marito. Ora, dove...»
«Marito?» esclamò Lou, guardando l’uomo col cappello con occhi rabbiosi. «Ne avevamo discusso!»
«Sta’ zitto!» gridò l’altro, abbandonando del tutto il tono gentile che aveva mantenuto fino a poco prima.
«Mi avevi detto che non...» riprese l’altro.
«Vediamo cos’hai nelle tasche, Lou» intervenne lo sceriffo.
Lui lo guardò sconcertato. «Nelle tasche?»
«Forza, sbrigati» lo incalzò lui facendo un gesto impaziente con la pistola. Lou cominciò a svuotarle lentamente.
«Avevi detto che non l’avremmo fatto» borbottò rivolto al suo compare. «L’avevi promesso. Brutto stupido.»
Jean ansimò quando Lou gettò a terra il portafoglio. «Appartiene a Bob» sussurrò con un filo di voce.
«Lo prenda pure, signora» disse lo sceriffo.
Jean si avvicinò all’uomo e si chinò a raccogliere il portafoglio, le monete, le chiavi della macchina.
«D’accordo, e lui dov’è?» chiese l’ufficiale. «E non farmi perdere tempo!» aggiunse con foga, rivolto a Tom.
«Senta, non so cosa...» cominciò questi.
Lui quasi gli saltò addosso. «E allora aiutami a trovarlo!» gridò furioso. Tom sollevò una mano e indietreggiò.
«Glielo dico sinceramente, sceriffo» intervenne Lou. «Se avessi saputo che quel tipo era qui con una donna, non l’avrei mai fatto.»
Jean fissò quell’individuo alto e dall’aspetto raccapricciante mordendosi il labbro inferiore.
Bob, Bob, continuava a ripetere quel nome nella sua mente.
«Ho detto che voglio sapere dov’è» ribadì lo sceriffo.
«Glielo mostrerò, glielo mostrerò» disse Lou. «Lo giuro, non l’avrei mai fatto se avessi saputo che questa donna era con lui. Si voltò di nuovo verso il suo compare. «Perché l’hai fatto entrare là dentro? Perché? Rispondimi.»
«Non so di cosa sta parlando, sceriffo» tentò di difendersi Tom. «Io...»
«Mettetevi sulla strada. Tutti e due. Ora ci portate da lui, o finirete davvero nei guai. Vi seguirò in auto. Non azzardatevi a fare mosse false, non provateci nemmeno.» La macchina seguiva lentamente i due uomini in marcia.
«È da un anno che spio le loro mosse» spiegò lo sceriffo a Jean. «Hanno messo su un bel sistema per derubare gli uomini che vanno in quel bar, poi li scaricano nel deserto buttandoli giù dalla loro stessa automobile, che rivendono a nord.»
Jean riusciva a fatica a seguire il filo del discorso. Continuava a fissare la strada davanti a sé, con lo stomaco contratto, le mani serrate una nell’altra.
«Però non ero mai riuscito a capire come funzionava esattamente» proseguì lui. «Non avevo mai pensato al bagno. Immagino che l’abbiano sempre tenuto chiuso, tranne quando era un uomo arrivato da solo a volersene servire. Oggi hanno commesso il loro primo errore. Ho idea che Lou aggredisse chiunque entrasse là dentro. Non è particolarmente sveglio.»
«Crede che abbiano...» cominciò a dire Jean in tono esitante.
Lo sceriffo parve indeciso. «Non so, signora. Ma non penso. Non sono così sciocchi. D’altra parte abbiamo avuto altri casi del genere in passato, e al massimo il malcapitato di turno aveva rimediato una botta in testa.»
Suonò il clacson. «Forza, accelerate!» esortò i due malfattori.
«Ci sono serpenti qui?» chiese la donna.
Lui non rispose. Si limitò a serrare la bocca e schiacciò l’acceleratore, in modo che i due procedessero a passo più spedito per evitare il paraurti.
Avanzarono ancora per qualche centinaio di metri. Poi Lou svoltò, imboccando una strada fangosa.
«Oh mio dio, dove l’hanno portato?» esclamò la donna.
«Dovrebbe essere laggiù in fondo.»
Fu allora che Lou indicò un boschetto e Jean scorse la sua auto. Lo sceriffo frenò, e proseguirono a piedi. «Bene, e lui dov’è?»
Lou si incamminò sul terreno desertico. Jean riusciva a malapena a trattenersi dal correre: dovette controllarsi per restare accanto allo sceriffo. Le suole delle loro scarpe scricchiolavano su quella terra arida, e lei quasi non sentiva i sassolini che le si infilavano nei sandali, tanto era concentrata a studiare il suolo che aveva davanti a sé.
«Signora,» le disse Lou «spero che non se la prenderà troppo con me. Se avessi saputo che eravate insieme, non l’avrei nemmeno sfiorato.»
«Falla finita, Lou» gli intimò il tutore della legge. «Ci siete dentro fino al collo tutt’e due, quindi sarà meglio per te se risparmi il fiato.»
In quel momento Jean vide il corpo disteso sulla sabbia, e con un singhiozzo superò di corsa gli uomini, con il cuore impazzito. «Bob...»
Lui tentò di sorriderle, ma trasalì per il dolore. «Sono stato colpito» sussurrò. Jean non rispose, mentre le lacrime cominciarono a rigarle le guance. Lo aiutò a tornare alla loro macchina, e mentre seguivano la vettura dello sceriffo, lo tenne per mano per tutta la strada fino in città.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Il cerchio si chiude.
...
.
...
Titolo originale: Full Circle. 1953.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Il caporedattore della cronaca cittadina lo chiamò. «Ecco» disse lanciandogli un biglietto sulla scrivania. «Per domani sera.»
Walt lo raccolse. «Stai scherzando?» chiese.
Barton si prese la testa fra le mani, con l’aria un po’ perplessa. Disse: «Thompson, ho l’aria di uno che scherza?»
Walt sogghignò. «Sì» disse. «Come Macbeth.»
Fece per andarsene. Giunto alla porta si voltò. «Come sarà? Fedele? Umoristico? Allegorico?
Istorico-pastorale? Un atto unico o un poema senza limiti?»
«Vedi di levarti dalle scatole» disse Barton.
Mentre attraversava la sala stampa, Walt tornò a guardare il biglietto. La data: ‘25 gennaio 2231’, e la scritta: ‘Le marionette vive di Terwilliger. Larg e i suoi marziani in Rip Van Winkle.’
«Oh povera me» si mise a gridare sua moglie. «Morirai di fame. Sei un indolente buono a nulla, Rip Van Winkle!»
Io mi ero perduto in un magma ribollente di bambini.
I loro occhi erano come palline di un abaco in continuo movimento. Non stavano fermi un attimo. Mi tiravano i vestiti, mi davano pizzichi sul naso, succhiavano e trangugiavano dolci,parlottavano, ridacchiavano e si lanciavano razzi di carta l’un l’altro.
Fra parentesi, stavano guardando le marionette vive di Terwilliger.
«Esci e vatti a cercare un lavoro!» abbaiò la signora Van Winkle.
Questo strappò una risatina agli anziani, perché prima dell’ufficio di collocamento le
condizioni garantivano un impiego solo all’un percento della popolazione. La signora R. Van Winkle si
tormentò la parrucca color straccio da spolvero... Come sappiamo bene, i marziani sono calvi.
«Esci da casa e vatti a trovare un lavoro!»
«Sì, sì» replicò Rip con un gracidio senza fiato. «Sì, sì, vado.»
Si infila un cappello floscio sulla grossa testa, sproporzionata rispetto al corpo. Lo fa sembrare
una caricatura.
È curvo e ossuto. È tutto giunture angolose e ha le gambe come spaghetti. Veste vecchi abiti
rappezzati che gli pendono come stracci su uno scheletro. È alto sessanta centimetri.
«Sì, sì» ripete più volte perché i bambini sghignazzano quando lo dice. E sghignazzano mentre
piluccano, mangiano, si agitano, raccolgono, lanciano, bisbigliano, gridano.
Rip prende il fucile. Gli si rompe fra le mani. Seguono risate di approvazione. Il teatro è buio,
a parte il palcoscenico.
La scena è una vecchia cucina olandese, dice il programma. Periodo preindustriale. Verso il
1750, a giudicare dagli arredi. Un bel po’ di tempo fa. Una storia così bella da durare sei secoli. Ma
dura perché noi possiamo apprezzarla... o forse perché possiamo farcene beffe?
Lei lo sta cacciando via dalla cucina con una ramazza, un utensile per pulire obsoleto. Fili di
paglia legati insieme allo scopo di raccogliere la polvere e la sporcizia e farne una pila. I bambini non
lo sanno. Credono che sia qualcosa che serve per colpire.
«Fuori di qui, pigro buono a nulla!» strilla la moglie.
Lo picchia sulla testa. Una volta, due volte. Bang, bang! I bambini si divertono come matti, si
tirano i vestiti, tirano quelli dei vicini, battono le manine rosa, scoprono i denti bianchi mostrando un
piacere selvaggio.
Selvaggio? Caro lettore, aggrotti la fronte a questa parola riferita ai tuoi bambini? Metti giù il
giornale, irritato? Ti domandi in un silenzio sdegnoso chi è questo impudente, questo critico, questo
vile aggressore delle sacre pareti della figliolanza?
Lo fai? Ma continua a leggere.
Rip vola via dalla scena attraverso la doppia porta! Flop! In mezzo alla polvere della strada. La
signora R. Van Winkle prende a calci il cane, che segue il suo padrone. Il cane è solo un pupazzo di
stracci perché i marziani sono troppo piccoli e uno vero avrebbe occupato troppo spazio. E magari si
sarebbe mangiato gli attori.
«E non tornare senza un lavoro!» grida la signora R. Van Winkle, fiera e indignata, rivolta al
marito.
Gli tira addosso una sedia e la parrucca le scivola sulla faccia. Un putiferio. Il sipario comincia
a calare e si chiude tremolando.
Mentre torno in me rifletto su quanto debba essere sconvolgente vedere quella parrucca che
scivola giù.
Un po’ come se la dignità finisse calpestata sotto i piedi.
Intervallo.
Dimenticato lo spettacolo i bambini riempirono i corridoi fra le file. C’era il tempo di
comprare altre caramelle, bibite, gelati e dolci, e anche di azzuffarsi un po’. Altri razzi di carta
tracciarono curve arcuate nell’aria.
Io rimasi al mio posto, ascoltando la calca urlante dei bambini ammucchiati. Osservando quel
maelstrom di attività che è il tratto caratteristico della gioventù. Tirai fuori dalla tasca della giacca il
mozzicone di biglietto.
MARIONETTE VIVENTI DI TERWILLIGER.
Un accenno di intuizione mi strattonò la mente. Mi resi conto all’improvviso, apparentemente
per la prima volta, che quelle parole erano contraddittorie.
Le marionette non sono vive.
E rimasi seduto a pensare... a quell’omino e ai suoi vestiti stracciati, alla donna dalla voce
stridula che picchiava e strepitava.
E poi capii che i bambini erano entusiasti di cose vive. E mi venne un groppo allo stomaco.
Che rimase lì.
Secondo atto.
La massa di bambini venne in qualche modo ricacciata al suo posto. Il teatro era come un
baule troppo pieno, con il contenuto che ne rigonfiava i fianchi. I bambini in preda all’eccitazione
sembravano strabordare.
Il sipario si sollevò. Un attimo fugace di silenzio, poi un’altra scena.
Rip e il suo cane dal muso schiacciato trotterellavano in un paesaggio agreste. Sullo sfondo
montagne con le cime color forfora che ondulano leggermente perché un venticello agita il fondale. Il
potere di muovere le montagne: la frase mi tornò alla mente.
«Povero me, povero me, sono stanchissimo» dice Rip.
Si accascia e i suoi piedi puntano verso l’alto. Nessuno nota l’espressione di dolore che gli
accende la faccia smunta... nessuno tranne me. Lo osservo con attenzione mentre lui continua a
emettere parole infantili. È Larg, il protagonista. E quelle rughe sulla faccia sono dovute al trucco o alla
sofferenza?
Si appoggia al tronco di un finto albero e si guarda intorno.
Brum! Brum!
«Ommioddio, che cos’è?» domanda al suo cane.
Il cane fa woof! Senza che il suo muso cambi di un’inezia. Woof!, ancora. La sua voce viene
dall’alto. La cosa è notevole, perché si tratta dell’unica vera marionetta in uno spettacolo di marionette.
Brum!
Rip salta su e dice: «Vado a vedere cos’è.»
Si avvia fingendo di camminare mentre il fondale scivola scricchiolando sulle rotelle e l’albero
viene trascinato via da fili spaventosamente visibili.
Non distolsi lo sguardo da lui.
Mi dimenticai dello spettacolo. Il marziano zoppicava, e sul viso aveva tutti i segni della
sofferenza, evidentemente non dovuti al trucco.
Soffriva, ma non se ne accorse nessuno. Non i genitori, non i bambini. Chi si cura del dolore in
un pezzo di legno?
Ma forse io possiedo una sensibilità che in quel momento non mi apparteneva.
Perché adesso è dopo, vedete, e io me ne sto qui a scriverne. Ho tutto, non solo frammenti
inquietanti nati nel bel mezzo di una masnada di bambini in fermento.
Perché parlare ancora dello spettacolo? Non è importante. Omini alti forse quindici centimetri
che giocavano a palline mentre qualcuno dietro le quinte scuoteva una lastra di latta e creava un finto
tuono. Questo non è importante.
Rip che beve da una minuscola botte, Rip che si strozza e tossisce, Rip che si mette giù e si
addormenta. Il sipario che si abbassa e le luci che rimangono dentro. I bambini che frusciano come un
mare d’erba nell’oscurità.
Niente di questo è importante.
E nemmeno il resto. Il sipario che torna a sollevarsi su Rip sempre lì, con in faccia un paio di
baffoni bianchi. Rip che si tira su.
Forse è importante il fatto che Larg sembri più naturale nelle sembianze di un vecchio stanco
di quanto lo fosse prima. Ma il resto non conta nulla.
E mentre me ne stavo lì senza prestare attenzione, decisi di andare dietro le quinte e parlare
con Larg, se mi fosse stato possibile. Sarebbe stato meglio, mi dissi, che limitarmi a una comunissima
recensione. A Barton piacevano i colpi di genio.
Ma quello era il pretesto. C’era di più... più che la semplice storia di Rip Van Winkle e del suo
sonno lungo vent’anni, più che lo spettacolo pomeridiano per una folla di bambini con la faccia
accaldata.
E così eravamo giunti alla fine. Rip di nuovo in città, sua moglie morta, il vecchio regime
politico scalzato, Rip che per poco non viene preso a schioppettate perché sospettato di essere una spia.
E il lieto fine, come d’obbligo, con Rip seduto sotto un albero e i bambini intorno a lui. Sono tornati i
bei giorni felici. Sipario.
L’invito agli attori a uscire sul palcoscenico. Rigidi, con le teste che annuivano e gli occhi
scintillanti per le luci della ribalta. Uno scintillio malato, in quegli occhi.
Andai dietro le quinte. I piccoli marziani erano indaffaratissimi a trasportare costumi,
attrezzature, scenari. Non mi degnarono di un’occhiata. Mi passarono fra le gambe, con le teste che
arrivavano appena all’altezza del mio ginocchio. Era come un sogno. Non capita spesso di vedere tanti
marziani tutti insieme. Era come diventare Gulliver tutto a un tratto.
Vidi un uomo seduto su uno sgabello, appoggiato contro la parete e intento a leggere un
giornale. Di tanto in tanto alzava gli occhi per controllare se i marziani facevano bene il loro lavoro.
Impartiva loro ordini con una certa durezza.
«Su, svelti! Voi due, prendete quel fondale. Non in quel modo, idioti! La parte destra in alto, la
parte destra in alto!»
E tutti continuavano a correre come minuscoli sordomuti impegnati in un compito senza
speranza.
Mi guardai intorno, ma non vidi Larg. Mi diressi verso quell’uomo e lui alzò gli occhi.
«Nessuno è autorizzato a entrare qui.»
«Sono del Globe» gli dissi mostrandogli il cartellino. La sua faccia cambiò in un’espressione
interessata.
«Ah sì?» disse. «Le è piaciuto lo spettacolo? Bello, eh?»
Annuii. Che altro potevo fare?
«Scriverà una buona recensione?» mi domandò.
«Può darsi,» dissi «se lei mi permette di dare un’occhiata in giro, e magari parlare con
qualcuno... degli attori.»
«Quali attori? Oh... quelli. Perché gli vuole parlare?» chiese.
«Non parlano?» chiesi a mia volta.
Lui socchiuse gli occhi. «Certo» ammise. Come se volesse dirmi ‘certo, anche un pappagallo
parla ma è un po’ difficile fare conversazione con lui’.
«Senta» disse. «Vuole vedere il signor Terwilliger? Lui può dirle tutto ciò che ha bisogno di
sapere.»
«Io voglio vedere Larg» dissi.
Lui mi guardò con curiosità. «A che scopo?»
«Solo per parlargli.»
Mi rivolse un’occhiata inespressiva, poi alzò le spalle muscolose.
«Vada pure, amico» disse. «Se ha voglia di perdere tempo. Mi dica, farà una buona
recensione?»
«Legga il Globe domani» replicai.
«Certo, lo farò» disse lui. «Lo leggerò.»
Indicò alla sua sinistra. «Il marz è là dietro, in camerino.»
«Lui non lavora?» chiesi. Tutti gli altri marz erano impegnati a fare qualcosa.
L’uomo fece una faccia disgustata. «Dovrebbe» disse. «Ma è un pelandrone. Crede di essere
una star.»
La voce si trasformò in un gracidio mentre imitava quella di Larg. «Sto male, sto male!»
«Capisco» dissi annuendo.
Tornai indietro e mi fermai davanti alla porta. Dentro si sentiva qualcuno che tossiva
debolmente... come il tossire di una vecchietta malandata.
Bussai.
La tosse aumentò. Poi lo sentii chiedere chi era.
«Posso entrare e parlarle?» chiesi. «Sono un giornalista del Globe.»
Seguì un lungo momento di silenzio. Io rimasi lì irrequieto. Poi lo sentii tossire di nuovo.
Infine disse: «Non posso lasciarla lì fuori.»
La stanza era quasi in penombra. Larg era seduto su un divano malmesso, e il suo piccolo
corpo, dalle proporzioni curiose, schiacciava il cuscino sul quale era appoggiato. Aveva raggomitolato
davanti a sé le gambe tubiformi.
Quando entrai guardò verso di me. Non disse nulla... si limitò a guardare, poi abbassò di nuovo
gli occhi. Un altro colpo di tosse scosse il corpo minuscolo.
Sedetti su una sedia accanto a lui. Non parlai, continuai a osservarlo finché non rialzò lo
sguardo. Aveva gli occhi gialli... e amari. «Allora?» disse.
Aveva un timbro di voce più basso di quando interpretava Rip Van Winkle.
Gli dissi come mi chiamavo e gli chiesi come stava.
Mi rivolse un’occhiata clinica e non riuscii a capire cosa stesse pensando. Lo sguardo era
inespressivo. Un altro leggero colpo di tosse lo fece sobbalzare e le spalle ossute si piegarono
all’indietro.
«Perché mai dovrebbe interessarle?» mi chiese.
Feci per rispondere, ma lui non me ne diede il tempo.
«È un’intervista che vuole, giusto?» disse. «Un’intervista con la piccola marionetta buffa. Con
il piccolo, brutto marziano dagli occhi gialli.»
«Non sono qui per...»
«Essere insultato?»
La voce era nuovamente acuta. Si tirò su dal cuscino e le piccole narici irsute ebbero un
fremito. Poi chiuse gli occhi, all’improvviso, e le mani gli ricaddero in grembo.
«No, certo che no» disse. «Vuole qualche piccolo aneddoto curioso. Un ragazzo di Marte che
sbava per la vita di teatro. La grande occasione... applausi, fiori, il fascino della ribalta. Dio benedica la
Terra.»
Aprì gli occhi e mi guardò. «È questo che vuole, vero?» disse.
Per un attimo rimasi silenzioso, poi replicai: «Non sono venuto per un’intervista. Solo che
dovrei fare una recensione dello spettacolo.»
«Allora perché è qui?» mi chiese. «Curiosità? Desiderio bruciante di strabuzzare gli occhi di
fronte a me?»
«No» risposi.
Seguì un penoso silenzio. Non avendo idea di quello che dovevo dire mi sentivo terribilmente
a disagio.
Non perché mi trovassi a tu per tu con una creatura extraterrestre. Non era quello, ho visto una
quantità sufficiente di fotografie, spettacoli, film. Lo shock provocato dal loro aspetto dura poco.
Ve lo dico io perché mi sentivo così.
Perché mi rendevo conto sempre di più che quella piccola creatura, come la chiamereste, non
era una semplice creatura.
Non era, come ero stato abituato a credere, una sottospecie di vita animale con l’unico dono di
saper imitare altre lingue. Per niente. Era un essere intelligente.
E mi odiava. Ecco perché mi sentivo a disagio. Perché essere odiato da un animale non è
niente, ma essere odiato da un essere razionale è una cosa grossa.
«Cosa vuole?» mi chiese.
«Io... io vorrei parlarle» dissi esitante.
Fece per dire qualcosa, poi la sua voce fu squassata da un violento accesso di tosse. Le fragili
mani scattarono in avanti per afferrare un tovagliolo dal divano.
Vi affondò la faccia. E io rimasi lì a guardare quelle spalle da stuzzicadenti che tremavano. E a
sentire il suo patetico rantolo soffocato dal tovagliolo, e quegli orribili colpi di tosse.
Smise di tossire e ansimò per riprendere fiato. Gli occhi erano lucidi di lacrime. «Se ne vada,
la prego» disse, la voce spezzata e umiliata. Evitò il mio sguardo.
«Le serve un dottore» dissi.
Il petto sussultò ancora, stavolta per una risata. Una risata senza allegria.
«Lei è spassoso» disse con affanno. «Adesso vuole lasciarmi da solo?»
Fui colto dall’impazienza... come ci succede spesso quando non capiamo. «Mi stia a sentire,
non voglio essere spassoso. Lei sta male e ha bisogno di un dottore.»
La tosse cessò. Lui mi guardò. «Lei non capisce» disse. «Io sono un marziano.»
«Non vedo...»
«Dovrebbe ridere di me!»
Mi sentii travolgere da una rabbia incontenibile. No, non verso di lui, ma verso le tante
generazioni che mi avevano insegnato, a me e ai miei fratelli, a considerare i marziani una razza
inferiore.
Perché lì – nell’arco di un secondo – la menzogna mi colpì con violenza in tutta la sua
interezza, e niente ti colpisce e ti fa infuriare più di secoli di menzogne che ti esplodono in faccia.
Larg si accasciò debolmente sul cuscino, con il tovagliolo fra le mani. Notai che era chiazzato
da macchie scure. Il suo sangue. Quando vide che me ne ero accorto si affrettò ad avvolgerlo in modo
da esporre solo la parte ancora pulita.
«Larg,» dissi «se se la sente, ha voglia di parlarmi di lei? E della sua gente?»
«Per un articolo?» chiese, con un tono un po’ meno cinico. «Per un pezzo di colore sul
supplemento della domenica?»
Scossi la testa. «No, solo per me.»
Mi fissò attentamente. Non potrei dire se mi credesse o no, ma sentivo ancora la sua
diffidenza, il suo disgusto per me.
Rispose: «Immagino che abbia visto la mia gente al lavoro dietro le quinte.»
Annuii. «Sì, l’ho vista.»
Si passò una mano sulle labbra esangui. «Sono come me» disse. «Tutti malati, tutti esuli. Esuli
dell’economia.»
«Non...»
Tossì una volta. «Siamo qui, vede, perché abbiamo bisogno di soldi.»
«Non potete lavorare sul vostro pianeta?»
Mi guardò come se fosse convinto che avessi fatto una battuta, poi scosse la testa. «No, là non
c’è niente» rispose. «Niente.»
Rimanemmo in silenzio per qualche secondo, e lui ricominciò a tossire nel tovagliolo, con la
faccia che assumeva un colorito apoplettico. Quando lo spasmo gli passò, riprese a respirare a fatica.
«Sarà meglio che smetta di parlare» dissi.
«E perché?» disse lui. «Tanto non fa nessuna differenza.»
«È sposato, Larg?» gli chiesi.
Lui sorrise amaramente di qualcosa che non vidi. «Credo di sì» disse. «Non ne sono più... tanto
sicuro.»
«Quando ha visto sua moglie per l’ultima volta?»
Si guardò le mani con aria inebetita. «Quindici anni fa» rispose.
«Quindici?»
«Sì.»
«Ma... ma perché?»
«È molto semplice» disse, sempre con quella corrente sotterranea di odio e risentimento nella
voce. «Insegnavo storia alla scuola di Rakasa, come la chiama la sua gente.» Fece una pausa. «Prima
che la distruggeste» aggiunse.
Piegò la testa all’indietro e guardò il soffitto. «Dovevo lavorare per mantenere mia moglie e i
nostri figli, così mi unii a questa compagnia. Altri divennero minatori nelle loro stesse miniere, e altri
ancora operai, servi, schiavi...»
Mi squadrò, e fu come se l’intero suo popolo guardasse il nostro con un’espressione carica di
odio. Un odio che il tempo non avrebbe mai potuto cancellare.
«Tutti gli altri morirono» disse. «Sette milioni.»
Restai seduto lì, incapace di reagire allo shock di quelle parole. Non riuscivo a capirle, a
crederle vere.
Perché io, come voi, avevo letto resoconti distorti, artefatti, sulla decimazione della razza
marziana. Avevo studiato sui libri di storia che parlavano di malattie, siccità e carestie. Di lotte
intestine, e di feroci attacchi agli avamposti militari terrestri su Marte. E di un suicidio di massa
scatenato dall’orgoglio ferito di una razza psicotica.
La responsabilità era stata sempre spostata altrove. Piegata, modificata e scaricata sui marziani,
sulla natura, su tutto... a parte noi stessi. Noi non abbiamo mai nessuna colpa.
Ecco i pensieri che formulavo, e sui quali aleggiava il fragile ansimare del respiro di Larg.
Come l’estrema protesta di un popolo assassinato.
E poi, da buon terrestre, non me la sentii nemmeno io di assumermi la responsabilità. «Non lo
sapevo» dissi. «Non mi aspetto che mi creda, ma non lo sapevo.»
Lui sospirò. «Ha importanza?»
Silenzio di nuovo. Tirai fuori nervosamente le sigarette e gliene offrii una. Lui scosse la testa.
Notai le venuzze bluastre sulla fronte. Accesi la sigaretta e soffiai di lato una nuvola di fumo.
«Perché l’ha fatto?» mi chiese.
Non capii. «Fatto cosa?» chiesi.
«Soffiare il fumo lontano da me.»
Continuavo a non capire. Alzai le spalle. «Non sono abituato a soffiare il fumo in faccia alla
gente» dissi.
Mi fissò a lungo, poi qualcosa sembrò sciogliersi nella sua espressione. Si rilassò contro il
cuscino. «Così» disse «io sono la gente.»
Emise un suono stanco, ma anche divertito. «Be’, me n’ero dimenticato» aggiunse ironico.
Che potevo dire? Lasciate che lo ammetta... come dovremmo ammetterlo tutti. Provavo un
muto senso di colpa nei riguardi di quella creatura-sorella. Sì, creatura-sorella, anche se non ci siamo
guadagnati il diritto di chiamarla così.
Questo ti sconcerta, lettore? Offende la tua sensibilità? Immagino proprio di sì.
Perché, cosa dovrebbe pensare un uomo quando gli si viene a dire che chi ha sempre giudicato
inferiore a lui è invece un suo pari? E forse superiore? Come fa un uomo ad accettare l’idea che il suo
metro di giudizio sia sbagliato?
No, non mi aspetto accoglienze positive per questo mio racconto. Nessuno ama chi ha messo
in luce la sua fragilità.
Ma lo scrivo lo stesso. Perché anch’io ero uno come voi fino a questa sera, anch’io mi ritenevo
una mente liberale, pensavo di avere ottenuto il mio personale trionfo sul pregiudizio. Anch’io mi
sentivo perfettamente giustificato a starmene nella scatola di sapone del mio universo gridando: ‘Io
sono quello pulito, puro di cuore!’
Be’, mi sbagliavo. Lo capite da soli. O forse no.
«Come si chiama, giovanotto?» mi chiese Larg.
Fui colto di nuovo in contropiede. Eppure era ovvio che lui non fosse un bambino, ma non era
semplicemente un cinico per via dell’età. Era molto più anziano e saggio di me.
«Come mi chiamo?» balbettai. «Walter. Walter Thompson.»
Seppi che non avrebbe mai dimenticato il mio nome. Lui annuì... e mi guardò senza rancore
per la prima volta. «Lei sa come mi chiamo io» disse tranquillo.
E da come lo disse mi sembrò un gentile, inespresso invito all’amicizia.
«Perché è venuto da me?» mi domandò.
Feci per dire qualcosa, ma poi dovetti rinunciare, perché non avevo la risposta. «Non lo so»
ammisi alla fine scuotendo la testa. «Temo proprio di non saperlo.»
E per la prima volta Larg mi sorrise. «Be’, questa è una novità» disse, con la voce garbata che
gorgogliava di celato divertimento. «Lei è il primo terrestre che abbia mai incontrato disposto ad
ammettere di non sapere qualcosa.»
Tentai di restituirgli il sorriso, ma chissà perché non mi riuscì. «Potrei fornirle un gran numero
di motivi per non essere qui» dissi. «Ma trovarne uno per il fatto di essere venuto... ecco, non saprei
proprio.»
Si tirò un po’ su. Gli occhi gli si illuminarono, dimostrando interesse. Si schiarì delicatamente la gola e mi appoggiò le mani sulle ginocchia.
«Ho scoperto che è un tratto caratteristico di voi terrestri» disse. «Sapete benissimo perché non fate qualcosa, ma non riuscite mai a spiegarvi perché lo fate.»
Sorrise di nuovo. Anzi stavolta sorridemmo entrambi, reciprocamente. Come fanno gli uomini quando sono amici.
«Se davvero vuole farmi un’intervista,» disse «non ho nulla in contrario. Non adesso.»
Mi affrettai a schiacciare la sigaretta nel portacenere. Un piano stava prendendo forma nella mia testa.
«Mi stia a sentire, Larg.»
Lui ascoltò.
«Non sono un intellettuale» dissi. «Non sono bravo a spaccare il capello in due... o ad approfondire gli aspetti sociologici o filosofici di una situazione come questa.
«Ma so scrivere articoli, e questa situazione dev’essere assolutamente divulgata. Voglio
parlare di lei ai miei lettori. Non di Rip Van Winkle, non di quel buffo nanetto di Marte.»
Sentii una contrazione alla gola. «Non penso più a lei in quei termini» aggiunsi. «Sono
convinto che lei sia in gamba come gli altri...»
Poi dimenai le spalle, insofferente alle mie stesse parole.
«Mi scusi» dissi. «Non vorrei sembrare compiaciuto o ipocrita. Mi creda, io mi vergogno... mi
vergogno terribilmente, però proprio non so come esprimerlo.
«Vede, mi è stato insegnato a pensare quello che credevo di voi, quello che tutti gli altri
credono ancora. E adesso che tutte quelle convinzioni mi sono state spazzate via... be’, questo mi fa
sentire un po’ frastornato.»
I nostri sguardi si incrociarono e subito pensai a come le differenze esteriori scompaiono
quando si guarda alla mente invece che alla faccia.
Larg mi apparve come un fratello. Non un fratello terrestre o un fratello marziano. Intendo dire
un fratello, una persona provvista di quel tratto universale, non razziale, distinto dall’aspetto fisico o
dall’ambiente. Quell’idea dell’essere che può esistere in un selvaggio e non in un prete.
Oppure in un marziano e non in un terrestre. Una dignità, un rispetto di sé stesso, un’anima.
Larg mi guardò sorridendo. «Si è espresso molto bene» disse.
Allungai la mano, poi la ritrassi bruscamente. Non mi sentivo sicuro. Cominciai a parlare per
distrarlo da quel gesto, ma lui disse: «Sì, mi piacerebbe stringerti la mano.»
Protese le piccole dita. Le strinsi con la maggior delicatezza possibile. Qualcosa che non avevo
mai provato in vita mia prese forma dentro di me. Non potrei spiegarlo, ma se mai vi capiterà lo
riconoscerete anche voi.
Tenemmo le mani strette per un lungo momento.
«Vorrei poterti offrire qualcosa oltre alle parole» dissi. «Qualcosa di concreto. Un dottore, una
lettera di tua moglie e dei tuoi figli, una promessa di riportarti a casa... qualsiasi cosa. Ma non... non posso.»
Lui sorrise. «Mi hai dato già tanto» disse. «Qualcosa di più prezioso di quanto immagini.
Perché tu ne hai in abbondanza tutti i giorni, ne sono certo.»
Mi guardò intensamente. «Mi hai dato l’amicizia» disse. «La comprensione e il rispetto.»
Poi chiuse gli occhi e strinse le labbra. «Queste sono cose che noi dobbiamo avere quanto te»
sussurrò. «Sono cose senza le quali nessun essere è completo.»
Quando Walt tornò in ufficio la mattina dopo, il caporedattore lo convocò e gettò la recensione
sulla scrivania.
«Finisci tu» disse. «Ho cominciato a fare dei tagli.»
«Quali tagli?» chiese Walt.
«Ho eliminato tutta quella roba sull’omicidio razziale, su Larg e il suo nobile carattere.
Attieniti al tema. Lo spettacolo, la reazione dei bambini. È tutto quello che ci serve.»
Walt guardò Barton con un’espressione incredula. «Non vuoi pubblicarla così com’è?» chiese.
Barton sbatté appena le palpebre. «Lo sai qual è la nostra politica, Thompson. Lo sapevi
benissimo che non potevamo pubblicarla così.»
«No, non lo sapevo.» Walt strinse i pugni. «Credevo che questo fosse un giornale, non il
fogliaccio propagandistico di qualcuno... non il conforto di qualche riccastro.»
Barton lo guardò come se fosse un figlio irrispettoso. «Dove hai vissuto fino a ora, Walt?»
disse pazientemente. «Bentornato nella società.»
Walt sbatté la recensione sulla scrivania. «O la pubblichi così com’è o non se ne parla
nemmeno» disse.
«Allora non se ne parla» disse Barton. «Senti, Walt, perché te la prendi con me? Io non faccio
politica.»
«Però l’appoggi!»
«Siediti, Walt» disse Barton indicandogli la sedia.
Walter si lasciò andare sulla sedia di fronte alla scrivania di Barton. Il caporedattore si
appoggiò allo schienale.
«Mi stavo giusto domandando quanto tempo ci avresti messo a uscirtene con una presa di
posizione come questa» disse. «Sei anche in ritardo. Di solito i giovani la espellono dal proprio sistema
appena usciti dall’università e non permettono che ci ritorni fino a quando non si sposano e hanno un
figlio come te.»
Barton sfogliò la recensione.
«Non possiamo pubblicarla, ragazzo» disse. «Lo sai bene quanto me. Per quanto dica la
verità.»
«Allora la verità non è più il criterio a cui dobbiamo attenerci» disse acido Walt.
«Lo è mai stato?» replicò Barton. «L’abbiamo uccisa noi. Così come io dovrò uccidere la tua
recensione a meno che tu non la riveda. Cerchiamo di essere pratici.»
«Pratici?»
Si fissarono.
«È un ordine?» chiese Walt. «Mi stai ordinando di strappare la sua anima?»
Barton scrollò le spalle. «Consideralo un ordine, se preferisci» disse. «Crocifiggimi pure, se ti
fa sentire meglio.»
I muscoli facciali di Walt si irrigidirono. «Certo» disse. «Mi farà sentire benissimo.»
Barton sospirò. «Be’, così stanno le cose, Walt. Ho le mani legate, è la politica del giornale.»
«La politica!» Walter saltò in piedi. «Maledetta parola!»
Tacquero entrambi. Barton tenne la recensione, Walt non cambiò idea.
«Lo so come ti senti, Walter» disse Barton. «Ma sei in una gabbia, non lo capisci? Io sono in
una gabbia, lo siamo tutti. E non possiamo rischiare di uscirne.»
Walt si riprese la recensione.
«So cosa stai passando» disse Barton.
«No, non lo sai» disse Walt con voce controllata. «Non più.» Andò verso la porta. «E un
giorno» aggiunse «io sarò proprio come te.»
Riscrisse la storia. La tagliò, la rifinì, riformulò le parole. Riemerse dal suo lavoro pulita,
zuccherosa e innocua. La spedì in tipografia e fu pubblicata.
Quella sera la rilesse mentre se ne tornava a casa con la sotterranea pneumatica. Immaginò
Larg che la leggeva, dapprima con ansia, poi con crescente disappunto e infine con disperata amarezza.
Non si sarebbero mai più rivisti.
Appallottolò il giornale e lo gettò in un inceneritore appena uscito dalla vettura della
sotterranea. «Lui crede di avere dei problemi» farfugliò rabbiosamente riferendosi a Larg mentre si
dirigeva a piedi verso casa.
Pensò al lungo periodo intercorrente fra l’abbandono di un lavoro e il reperimento di un altro.
L’ufficio di collocamento avrebbe impiegato circa sei mesi. E nel frattempo c’erano i conti da saldare:
per mangiare, per vestirsi, per pagare la vettura di superficie, la casa, i mobili e tutto il resto.
Quasi odiava Larg per avere instillato delle insoddisfazioni nella sua vita.
Poi, dopo cena, mentre se ne stava seduto nel suo bel salotto immacolato, ci ripensò. Il cerchio
è chiuso, si disse. Tutto si riduceva a quello. Larg non poteva fare niente, lui non poteva fare niente.
Entrambi, conoscendo la situazione per ciò che era, erano impotenti a cambiarla. Ne erano prigionieri,
tutti e due racchiusi nel cerchio incantato dell’economia, della politica.
«Che ti prende?» gli chiese sua moglie quella notte.
«Sto male, ecco che mi prende» rispose lui. «Sto dannatamente male.»
...
.
...
Fine.
...
.
...
Lazzaro Secondo.
...
.
...
Titolo originale: Lazarus the Second. 1953.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
«Ma sono morto» disse lui.
Suo padre lo guardava senza parlare, con il volto inespressivo. Era chino sul letto e... Ma era davvero un letto?
I suoi occhi abbandonarono la faccia del padre. Guardò giù e non era un letto. Era un tavolo da laboratorio.
Gli occhi tornarono a quelli del padre. Si sentiva tanto pesante, tanto rigido. «Che succede?» chiese.
E improvvisamente si rese conto che il suono della sua voce era differente. Si dice che un
uomo non sia in grado di avvertire il timbro autentico della propria voce. Ma quando cambia così tanto,
invece, lo avverte. Riesce a capire quando non è più la voce di un uomo.
«Peter» disse alla fine suo padre. «So che mi disprezzerai per quello che ho fatto. Mi disprezzo
anch’io.»
Ma Peter non lo stava ascoltando. Stava cercando di ragionare. Perché era così pesante? Perché
non riusciva a sollevare la testa?
«Portami uno specchio» disse.
Quella voce. Quella voce gracidante, stridula.
Gli sembrò di tremare.
Suo padre non si mosse.
«Peter» disse. «Voglio che tu capisca che non è stata una mia idea. È stata tua...»
«Uno specchio.»
Suo padre rimase chino su di lui a fissarlo ancora per qualche secondo. Poi si voltò e attraversò
il pavimento coperto di mattonelle scure del laboratorio.
Peter cercò di tirarsi su. All’inizio non ci riuscì, poi la stanza sembrò muoversi e lui seppe di
essere seduto, ma senza averne la sensazione. Cosa c’era che non andava? Perché i suoi muscoli erano
così insensibili? Abbassò lo sguardo.
Suo padre prese uno specchio dallo scaffale.
Ma Peter non ne aveva bisogno. Aveva visto le sue mani.
Mani di metallo.
Braccia di metallo. Spalle di metallo. Petto di metallo. Torso, gambe e piedi di metallo.
Un uomo di metallo!
L’idea lo fece rabbrividire. Ma il corpo metallico rimase immobile. Se ne stava lì seduto senza
neanche un fremito.
Il suo corpo?
Cercò di chiudere gli occhi, ma non poté. Non erano i suoi occhi. Niente era suo.
Peter era un robot.
Suo padre accorse subito.
«Peter, non avrei mai voluto farlo» disse con voce piatta. «Non so che cosa mi sia preso... è
stata tua madre.»
«Madre» disse la macchina.
«Ha detto che non poteva vivere senza di te. Lo sai quanto ti è affezionata.»
«Affezionata» ripeté lui.
Peter distolse lo sguardo. Sentiva l’orologio del proprio corpo che ticchettava con un ritmo
lento e preciso. Sentiva il macchinario del proprio corpo connesso ai tessuti del cervello.
«Mi hai riportato indietro» disse al padre in tono di accusa.
Sentiva che anche il suo cervello era meccanico. Lo shock di scoprire che il corpo se n’era
andato ed era stato sostituito da quello gli ottenebrava i pensieri.
«Sono tornato» disse, cercando di capire. «Perché?»
Il padre ignorò la domanda.
Lui cercò di scendere dal tavolo, di sollevare le braccia. All’inizio rimasero giù, immobili, poi
sentì un clic alle spalle e le braccia si alzarono. I piccoli occhi di vetro le videro e il cervello registrò
l’informazione.
All’improvviso la verità lo travolse. Tutta insieme.
«Ma sono morto!» urlò Peter.
In realtà non urlò. La voce che espresse la sua angoscia era soffocata, raspante. Per niente
accalorata.
«Solo il tuo corpo è morto» disse suo padre, nel tentativo di convincere anche sé stesso.
«Io sono morto!» ripeté Peter.
Anche stavolta non gridò. La macchina parlò in modo pacato, controllato. Come una
macchina, appunto.
Questo gli mise in subbuglio la mente.
Era stata un’idea di sua madre?, pensò e rimase atterrito quando sentì la voce metallica della
macchina che echeggiava nei suoi pensieri.
Suo padre non rispose, avvilito, in piedi accanto al tavolo: la faccia magra era una maschera
segnata. Si chiedeva ossessivamente, e in parte questo lo spaventava, se verso la fine del lavoro non
fosse stato troppo interessato a quello che faceva, e molto poco al perché.
Osservò la macchina che camminava, anzi avanzava con clangore, fino a raggiungere la
finestra, trasportando il cervello di suo figlio dentro l’involucro di metallo.
Peter guardò fuori dalla finestra. Poteva vedere il campus. Vederlo? Gli occhi di vetro rosso
impiantati nel cranio potevano vederlo, quel cranio che conteneva il suo cervello. Gli occhi
registravano, il cervello traduceva. Non aveva occhi propri.
«Che giorno è?» domandò.
«Sabato dieci marzo» sentì rispondere la voce pacata del padre. «Le dieci di sera.»
Sabato. Un sabato che non avrebbe voluto mai vedere. Quel pensiero lo fece incollerire e lui
ebbe voglia di girarsi e aggredire il padre con un fiume di insulti. Ma la grossa armatura d’acciaio
ticchettò meccanicamente e ruotò con un rumore gracchiante.
«Ci lavoro da lunedì mattina, quando...»
«Quando mi sono ucciso» disse la macchina.
Suo padre boccheggiò e Peter lo guardò con occhi spenti. Era stato sempre così sicuro, così
positivo, così fiducioso, e lui aveva sempre detestato quella sicurezza. Perché non ne aveva.
Lui.
Tornò a riflettere. Era lui? Un uomo era solo la propria mente? Quante volte lo aveva
affermato, in quelle serate tranquille dopo cena, quando giungevano gli altri insegnanti e sedevano in
salotto insieme a lui e ai suoi genitori. E con sua madre seduta accanto, orgogliosa e sorridente, Peter
ripeteva che un uomo è solo mente e nient’altro. Perché lei gli aveva fatto questo?
Provò di nuovo quel senso di impotente prigionia. La sensazione di essere intrappolato. Perché
era intrappolato. Dentro quella grossa gabbia d’acciaio che suo padre aveva costruito per lui.
Provava quello stesso, rigido terrore da sei mesi. La stessa sensazione che la fuga gli fosse
preclusa in ogni direzione. Che non si sarebbe mai liberato dalla prigione della sua vita, che le catene di
un’esistenza quotidiana sempre uguale gli appesantivano le membra. Spesso aveva avuto voglia di
urlare.
Adesso ne aveva voglia, più forte di quanto gli fosse mai capitato. Aveva scelto l’unica via di
fuga che gli era rimasta e anche quella gli era stata impedita. Lunedì mattina si era tagliato le vene e il
manto dell’oscurità lo aveva avviluppato.
Ma di nuovo era lì. Il suo corpo non c’era più. Non c’erano più vene da tagliare, cuore da
pugnalare, polmoni da soffocare. Solo il suo cervello, consumato e sofferente. Ma lui era tornato.
Riprese a guardare fuori dalla finestra, verso il campus di Fort College. In lontananza riusciva
a vedere – le sue lenti riuscivano a vedere – il palazzo in cui aveva insegnato sociologia.
«Il mio cervello ha subìto danni?» chiese.
Strano come adesso quella sensazione sembrava essersi attenuata. Un momento prima avrebbe
voluto urlare a pieni polmoni, con quei polmoni che non aveva più, e adesso provava una sorta di
apatia.
«Per quanto ho potuto verificare, no» rispose suo padre.
«Bene» disse Peter, o piuttosto la macchina. «Benissimo.»
«Peter, voglio che tu ti renda conto che non è stata una mia idea.»
La macchina si mosse. I meccanismi vocali si misero in azione, gracchiarono un po’, ma non
uscì alcuna voce. Gli occhi rossi continuarono a fissare scintillanti il campus oltre la finestra.
«L’ho promesso a tua madre» disse suo padre. «Dovevo farlo, Peter. Era diventata isterica.
Lei... non esisteva altro modo.»
«E inoltre era un esperimento molto interessante» disse la voce della macchina, suo figlio.
Silenzio.
«Peter Dearfield» disse Peter, disse il congegno tintinnante nella laringe metallica. «Peter
Dearfield è resuscitato!» Si voltò a guardare suo padre. Sapeva dentro di sé che un cuore vivente
avrebbe battuto con forza, ma le rotelline giravano piano, metodicamente. Le mani non tremavano, ma
gli pendevano sui fianchi d’acciaio, inerti e tranquille. Non c’era nessun cuore che batteva. E nessun
respiro da prendere, perché il corpo non era vivo.
«Toglimi il cervello» disse Peter.
Suo padre cominciò a infilarsi il gilè: lo abbottonò con dita stanche.
«Non puoi lasciarmi così.»
«Peter, io... io devo...»
«Per l’esperimento?»
«Per tua madre.»
«Tu odi lei e odi me!»
Suo padre scosse la testa.
«Allora lo farò da solo» intonò la macchina.
Le mani d’acciaio si alzarono.
«Non puoi» disse suo padre. «Non puoi danneggiarti da solo.»
«Accidenti a te!»
Non seguì nessun grido sdegnato. Suo padre sapeva che dentro la sua mente Peter stava
urlando? Il suono della sua voce era placido. Si possono prendere sul serio le proteste controllate di una
macchina?
Le gambe di Peter si mossero pesantemente. Il corpo sferragliante si diresse verso il dottor
Dearfield, il quale sollevò lo sguardo.
«E mi hai anche tolto la capacità di uccidere?» chiese la macchina.
Il vecchio la guardò, guardò quel marchingegno, suo figlio.
«No» rispose stancamente. «Puoi anche uccidermi.»
La macchina sembrò esitare. Gli ingranaggi si misero in moto, si fermarono.
«L’esperimento è riuscito» disse la voce piatta. «Hai trasformato tuo figlio in una macchina.»
Suo padre rimase lì con un’espressione esausta sul volto.
«Davvero?» disse.
Peter volse le spalle al padre con un ticchettio di ingranaggi: non tentò di parlare e si diresse
verso lo specchio sulla parete.
«Non vuoi vedere tua madre?» gli chiese il dottor Dearfield.
Peter non rispose. Si fermò davanti allo specchio e i piccoli occhi di vetro si guardarono.
Aveva voglia di strapparsi a forza il cervello da quel contenitore metallico e scaraventarlo via.
Niente bocca. Niente naso. Uno scintillante occhio rosso sulla destra, uno scintillante occhio
rosso sulla sinistra.
Una testa come un secchio. Il tutto completato da bulloni che sembravano piccoli bernoccoli
sulla nuova pelle metallica.
«E hai fatto tutto questo per lei» disse.
Ruotò sui talloni ben lubrificati. Gli occhi rossi non rivelavano l’odio che provava. «Bugiardo»
disse la macchina. «Lo hai fatto per te stesso... per il piacere dell’esperimento.»
Se solo fosse riuscito a lanciarsi su suo padre. Se solo fosse riuscito a pestare i piedi e agitare
violentemente le braccia e urlare fino a riempire il laboratorio delle sue grida.
Ma come poteva? La sua voce si spense come le altre volte. Un bisbiglio, rotelle ben oliate che
giravano come gli ingranaggi di un orologio.
Anche il suo cervello girava, girava.
«Hai creduto che l’avresti resa felice, vero?» disse Peter. «Hai pensato che sarebbe corsa da
me e mi avrebbe abbracciato. Che avrebbe baciato la mia pelle calda e morbida. Che mi avrebbe
guardato negli occhi azzurri e mi avrebbe detto quanto sono bello...»
«Peter, tutto questo non serve a...»
«Quanto sono bello, e mi avrebbe dato un bacio sulla bocca.»
Si avvicinò all’anziano dottore con le gambe d’acciaio che si muovevano lente. Gli occhi erano
fissi sulla luce fluorescente del piccolo laboratorio.
«Mi bacerà sulla bocca?» chiese Peter. «Non me ne hai data una.»
Il padre era diventato pallido come un morto. Gli tremavano le mani.
«L’hai fatto per te stesso» disse la macchina. «Non te ne è mai importato niente di lei... o di
me.»
«Tua madre sta aspettando» disse calmo suo padre mentre si infilava il cappotto.
«Non verrò.»
«Peter, sta aspettando.»
Quel pensiero riempì d’angoscia la mente di Peter. Faceva male e pulsava dentro il duro
involucro metallico. Mamma, mamma, come posso guardarti in faccia? Dopo quello che ho fatto?
Anche se questi non sono i miei occhi, come posso posare lo sguardo su di te?
«Non deve vedermi così» insistette la macchina.
«Sta aspettando.»
«No!»
Non un grido, ma un educato ronzio di ingranaggi.
«Lei ti vuole, Peter.»
Si sentì di nuovo impotente. Intrappolato. Era tornato, sua madre lo stava aspettando.
Lo mossero le gambe. Il padre aprì la porta e lui uscì per incontrare sua madre.
Si alzò di scatto dalla panca, portando una mano alla gola mentre con l’altra stringeva la
borsetta di pelle scura. Non riuscì a staccare gli occhi dal robot. Le guance persero ogni colore.
«Peter» disse. Solo un sussurro.
Lui la guardò. Guardò i suoi capelli grigi, la pelle morbida, la bocca e gli occhi gentili. Guardò
la sua figura ricurva, e il vecchio cappotto che portava da sempre perché i suoi risparmi, aveva insistito,
dovevano essere tutti per lui, perché ci si comprasse dei vestiti.
Guardò sua madre che lo desiderava così tanto, al punto di non permettere nemmeno alla
morte di portarglielo via.
«Mamma» disse la macchina, dimenticando per un momento.
Poi vide la faccia di lei deformarsi, e ricordò chi era.
Rimase immobile, mentre sua madre teneva lo sguardo fisso su suo padre, in piedi accanto a
lei. E lesse ciò che i suoi occhi volevano dire.
Dicevano: ‘Perché così?’
Ebbe voglia di girarsi e scappare via. Di morire. Quando si era ucciso aveva provato una
disperazione quieta, indifesa. Non quell’agonia che gli bruciava il cervello. La sua vita se n’era andata
alla deriva silenziosamente, senza tormento. Adesso invece avrebbe voluto distruggerla all’istante, con
violenza.
«Peter» disse lei.
Ma non lo soffocò di baci. Come poteva?, continuava a ricordargli il cervello torturato. Si
poteva forse baciare un’armatura metallica?
Quanto tempo sarebbe rimasta lì a fissarlo? Peter sentì la rabbia che gli montava dentro.
«Non sei soddisfatta?» le chiese.
Ma qualcosa funzionò male dentro di lui e le sue parole si trasformarono in un gracidio. Vide
le labbra di sua madre che tremavano. Lei volse gli occhi sul padre, poi ancora sulla macchina. Con
l’aria di chi si sente in colpa.
«Come ti... senti, Peter?»
Non ci fu nessuna risata cavernosa, anche se il cervello di Peter lo avrebbe voluto. Invece gli
ingranaggi cominciarono a girare rumorosamente e lui non sentì altro che la frizione dei denti che
grattavano. Vide sua madre sforzarsi di sorridere, ma senza riuscire a nascondere la sua espressione
inorridita.
«Peter» disse lei in tono lamentoso, mentre stava per avere un mancamento.
«Lo farò a pezzi» sentì suo padre dire con voce roca. «Lo distruggerò.»
Peter sentì rinascere la speranza.
Ma poi sua madre smise di tremare, liberandosi dalla presa del marito.
«No» disse, e Peter avvertì in lei quella forza granitica che conosceva così bene.
«Mi riprenderò subito» disse poi la madre.
Gli si avvicinò decisa, sorridendo.
«È tutto a posto, Peter.»
«Sono bello, mamma?»
«Peter, tu...»
«Non vuoi baciarmi, mamma?» chiese la macchina.
La vide deglutire. Vide le lacrime scivolare lungo le guance, poi la vide chinarsi verso di lui.
Non riuscì a sentire le labbra premute contro il freddo metallo. Sentì solo il rumore, un leggero
schiocco sulla pelle d’acciaio.
«Peter» disse lei. «Perdonaci per quello che ti abbiamo fatto.»
Tutto ciò che lui riuscì a pensare fu...
Una macchina può perdonare?
Lo fecero uscire da una porta posteriore del laboratorio di scienze fisiche. Cercarono di
sospingerlo verso la macchina, ma a metà del marciapiede Peter si accorse che tutto gli girava intorno e
sentì una fitta al cervello mentre la nuova massa corporea cadeva all’indietro sul cemento.
Sua madre ansimò e lo guardò spaventata.
Suo padre si chinò su di lui e Peter vide le sue dita che armeggiavano sulla giuntura del
ginocchio destro. Mentre lavorava, la sua voce gli giungeva attutita.
«Cosa senti al cervello?»
Lui non rispose. Gli occhi rossi luccicavano.
«Peter» lo incalzò suo padre.
Neanche stavolta rispose. Fissò gli alberi scuri che costeggiavano l’Undicesima.
«Adesso puoi alzarti» gli disse il padre.
«No.»
«Peter, non qui.»
«Non voglio alzarmi» disse la macchina.
«Ti prego, Peter» lo implorò sua madre.
«No, non posso, mamma. Non posso.»
La voce di un orrendo mostro metallico.
«Peter, non puoi restare qui.»
Il ricordo di tutti gli anni passati lo bloccava. Non avrebbe cambiato idea.
Suo padre si guardò intorno, preoccupato. E all’improvviso Peter si rese conto che nessuno
sapeva di lui, a parte i suoi genitori. Se il consiglio di facoltà fosse venuto a saperlo, suo padre avrebbe
passato dei guai. E scoprì che l’idea non gli dispiaceva.
Ma i riflessi generati dai suoi cavi elettrici erano troppo lenti perché fosse in grado di impedire
al padre di mettergli le mani sul petto e di aprire il piccolo sportello dei microchip.
Prima di poter muovere uno dei suoi goffi bracci, il padre azionò il meccanismo e lo bloccò di
colpo, mentre il collegamento fra la sua volontà e il macchinario si interrompeva.
Il dottor Dearfield spinse un pulsante e il robot si alzò e si diresse rigidamente verso l’auto. Il
padre lo seguì, ansimando mentre cercava di riprendere fiato e pensava a quale terribile errore avesse
commesso nel dare retta a sua moglie. Perché le permetteva sempre di interferire nelle sue decisioni?
Perché aveva lasciato che mettesse il naso nella vita di suo figlio? Perché si era fatto
convincere a riportarlo indietro dopo che lui aveva compiuto un ultimo, disperato tentativo per fuggire?
Il robot salì rigido sul retro della macchina. Il dottor Dearfield si accomodò al posto di guida
accanto a sua moglie.
«Adesso è perfetto» disse. «Adesso lo puoi portare con te dove ti pare. Peccato che in vita non
fosse così accondiscendente. Era disponibile, sì, quasi come una macchina. Ma non completamente.
Non ha fatto tutto quello che tu volevi.»
Lei guardò il marito sorpresa, poi diede un’occhiata indietro, quasi timorosa che il robot
potesse sentire. Era la mente di suo figlio. E lui aveva sempre sostenuto che un uomo è la propria
mente.
La mente dolce e immacolata di suo figlio! La mente che lei aveva sempre protetto e difeso
dalla sporcizia del mondo. Era tutta la sua vita, e lei non si sentiva in colpa per aver fatto in modo che
tornasse a vivere. Se solo non fosse stato così...
«Sei soddisfatta, Ruth?» le chiese il marito. «Oh, non preoccuparti, non può sentirci.»
Invece poteva. Se ne stava lì seduto e ascoltava. Il cervello di Peter sentiva.
«Non mi hai risposto» disse il dottor Dearfield, avviando il motore.
«Non ho voglia di palarne.»
«E invece bisogna parlarne» disse lui. «Cos’hai in programma per lui adesso? Non ti sei mai
fatta scrupolo di controllare la sua vita.»
«Basta, John.»
«No, sei stata tu a rompere il mio silenzio, Ruth. Devo aver perso la testa per averti dato retta.
Al punto da impegnarmi in un progetto così... odioso. Da riportare in vita tuo figlio morto.»
«È odioso che io ami mio figlio e lo rivoglia con me?»
«È odioso che tu gli abbia negato anche l’ultimo desiderio che ha avuto sulla terra. Essere
morto, liberarsi finalmente di te e raggiungere la pace.»
«Liberarsi di me, liberarsi di me» gridò lei rabbiosamente. «Sono un tale mostro?»
«No» rispose lui a bassa voce. «Ma con il mio aiuto di certo hai fatto di nostro figlio un
mostro.»
Lei non replicò. Peter vide che aveva stretto le labbra fino a ridurle a una linea sottile.
«Adesso che farà?» chiese il marito. «Tornerà a insegnare? Sociologia?»
«Non lo so» mormorò lei.
«No, certo che non lo sai. Ti sei sempre e solo preoccupata che rimanesse accanto a te.»
Il dottor Dearfield svoltò a un angolo e imboccò College Avenue.
«Io lo so» disse lui. «Lo useremo come portacenere.»
«John, piantala!»
Si accasciò contro il sedile e Peter la sentì singhiozzare. Osservò la madre con l’occhio rosso
della macchina all’interno della quale viveva.
«Lo hai fatto così... così...»
«Così brutto?»
«Io...»
«Ruth, te l’avevo detto che aspetto avrebbe avuto. Ma hai voluto fraintendere le mie parole.
Tutto quello che t’interessava era rimettergli addosso gli artigli.»
«Non è vero, non è vero» disse lei, sempre fra i singhiozzi.
«Hai mai rispettato uno solo dei suoi desideri?» le domandò il marito. «Lo hai fatto? Quando
voleva scrivere glielo hai permesso? No! Lo hai deriso. ‘Sii pratico, caro’ gli hai detto. ‘È un pensiero
grazioso, ma bisogna essere concreti. Tuo padre ti troverà un bel posto all’università.’»
Lei scosse la testa senza dire una parola.
«Quando voleva andare a vivere a New York glielo hai permesso? Quando voleva sposare
Elizabeth glielo hai permesso?»
Le parole rabbiose di suo padre svanirono mentre Peter guardava il campus buio sulla sua
destra. Pensava, sognava, una bella ragazza dai capelli neri della sua classe. Ricordava il giorno in cui
lei gli aveva parlato. Le passeggiate, i concerti, i dolci baci eccitanti, le tenere, timide carezze.
Se solo avesse potuto singhiozzare anche lui, urlare tutta la sua rabbia.
Ma una macchina non poteva urlare, e non aveva un cuore che potesse spezzarsi.
«Anno dopo anno» tornò la voce di suo padre, vibrante. «Fin da allora hai cominciato a fare di
lui una macchina.»
E nella mente di Peter si disegnò il lungo, ellittico viale che costeggiava il campus. Quel viale
che aveva tante volte battuto fra una lezione e l’altra, con la borsa stretta in mano e il cappello grigio
scuro sulla testa già affetta da calvizie a soli ventotto anni! D’inverno il pesante cappotto, in autunno e
primavera il completo grigio di tweed. E nei mesi caldi, quando teneva corsi estivi, un abito leggero a
righe.
Nient’altro che una successione interminabile di giorni deprimenti.
Fino a che non gli aveva posto fine.
«È ancora mio figlio» sentì dire sua madre.
«Davvero?» la schernì suo padre.
«È ancora la sua mente, e la mente di un uomo è tutto.»
«E che mi dici del suo corpo?» la incalzò lui. «Che mi dici delle sue mani? Quelle che ha sono
solo due estensioni simili a uncini. Gli terrai ancora le mani come facevi prima? Quelle braccia
metalliche rivettate... te la sentiresti di farti abbracciare da loro?»
«John, ti prego...»
«Che ne farai di lui? Lo terrai in un ripostiglio? Lo nasconderai quando abbiamo ospiti? Cosa
farai...»
«Non voglio parlarne!»
«E invece devi parlarne! Che mi dici della faccia? Potrai baciare quella faccia?»
Lei tremava e all’improvviso suo marito accostò la macchina al marciapiede e inchiodò.
Afferrò sua moglie per la spalla e la costrinse a girarsi.
«Guardalo! Puoi baciare quella faccia di metallo? È tuo figlio, quello, è davvero tuo figlio?»
Lei non riusciva a guardare. E fu il colpo finale per il cervello di Peter. Sapeva che lei non
aveva amato la sua mente, la sua personalità, il suo carattere, niente affatto. Era della sua esteriorità che
si era infatuata, di quel corpo da comandare, di quelle mani da stringere... delle reazioni che poteva
controllare.
«Non lo hai mai amato» disse crudelmente suo padre. «Lo hai posseduto. Lo hai distrutto.»
«Distrutto!» gemette lei, disperata.
E poi entrambi voltarono la faccia inorriditi. Perché la macchina aveva parlato. «Sì, distrutto.»
Suo padre lo fissò sbalordito.
«Credevo...» disse con un filo di voce.
«Adesso sono, in forma oggettiva, ciò che sono sempre stato» disse il robot. «Una macchina
ben controllata.»
Gli ingranaggi della gola emisero un rumore.
«Mamma, porta a casa il tuo bambino» disse la macchina.
Ma il dottor Dearfield aveva già fatto inversione di marcia e stava tornando indietro.
...
.
...
Fine Parte 2.